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Virus non fa per forza rima con lavoro, molti medici sottoccupati

L'epidemia non ha automaticamente aumentato la mole di lavoro dei medici. KEYSTONE/GAETAN BALLY sda-ats

(Keystone-ATS) L’epidemia di coronavirus non ha avuto le stesse ripercussioni per tutti i medici. Se da un lato alcuni sono stati sommersi dal lavoro, dall’altro parecchi hanno dovuto forzatamente ridurre le proprie attività, con conseguenze non indifferenti sulle entrate.

È quanto emerge da un sondaggio realizzato dalla Federazione dei medici svizzeri (FMH) coinvolgendo i propri membri. I risultati dell’indagine, che riguarda il periodo fra marzo e maggio, sono stati pubblicati oggi all’interno della rivista dell’associazione.

Il virus ha toccato in modo molto variegato l’occupazione dei medici. A marzo, appena il 13% ha indicato di aver avuto “molto più lavoro”, una percentuale inferiore a quella di chi ne ha avuto “un po’ meno” (22%) o “molto meno” (32%). Un trend che ha sorpreso anche i diretti interessati.

Lo scarto si è addirittura allargato il mese seguente. In aprile infatti, solo il 7% ha riferito di un carico di lavoro maggiore. Quasi la metà – il 46% – ha parlato di molto meno lavoro e il 24% di un po’ meno. In maggio la situazione si è normalizzata: sia la menzione molto più lavoro che quella molto meno hanno raggiunto il 9%.

Questo calo delle attività ha inevitabilmente influito sui guadagni. Oltre due terzi degli interpellati si aspetta delle perdite e il 43% che tali perdite siano “importanti”. Per il 4% del campione, il deficit accusato potrebbe perfino costituire “una minaccia esistenziale”. Il 36% dei medici ha rivelato di aver richiesto le indennità del lavoro ridotto, mentre l’1,6% ha effettuato licenziamenti.

Per quel che concerne i contatti con persone malate, un terzo dei dottori confida di essersi ritrovato in marzo almeno un giorno su due vicino a pazienti infetti o potenzialmente infetti. In aprile il tasso è sceso al 27% e in maggio al 12%. Il 26% ha invece dichiarato di non aver avuto alcuna interazione diretta con soggetti potenzialmente contagiosi.

I medici, un quarto dei quali rientra in un gruppo a rischio, si lamentano poi della carenza di materiale. Stando al 57% le mascherine erano difficilmente reperibili o del tutto introvabili a marzo e per il 40% la situazione era ancora così ad aprile. Un miglioramento in tal senso non si è infatti osservato prima di maggio. Lo stesso vale per le forniture di prodotti disinfettanti e di altro equipaggiamento.

Secondo il sondaggio, a cui hanno partecipato 12’111 medici dei 33’269 contattati suddivisi nelle tre regioni linguistiche, 282 dottori, ovvero il 2,3%, sono risultati positivi al tampone per il Covid-19. La quota rimane stabile fra chi esercita in ambulatorio e chi in ospedale. In 719 hanno affermato di aver avuto sintomi, ma di non essersi sottoposti al test.

Ai medici è anche stato chiesto di dare un voto all’operato delle varie autorità. Ne escono vincitori soprattutto i cantoni: il 51% ritiene che abbiano gestito “piuttosto bene” la crisi e il 35% che l’abbiano fatto “molto bene”.

Leggermente inferiore il consenso per la Confederazione, il cui intervento è stato giudicato molto buono dal 25% e piuttosto buono dal 56%. Circa il 18% l’ha invece definito abbastanza o decisamente negativo.

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