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Democrazia diretta in Svizzera

60mila firme contro la revisione della legge militare

La consegna delle firme davanti a Palazzo Federale Keystone

No all'isolazionismo armato dell'Udc e no all'interventismo armato del Consiglio federale: questo l'obiettivo di un referendum, le cui firme sono state depositate martedì contro la recente revisione della legge militare.

Il 6 ottobre scorso l’Assemblea federale ha adottato una revisione della legge militare, che consente alla Svizzera di partecipare, con truppe armate, ad operazioni militari all’estero “per la promozione della pace” sotto l’egida dell’Onu o dell’Osce.

La revisione consisteva in una duplice decisione: l’una autorizza il Consiglio federale a far partecipare l’esercito svizzero ad esercitazioni all’estero e, quindi, a stringere accordi di cooperazione con eserciti stranieri; l’altra regola la possibilità della partecipazione della Svizzera ad interventi militari internazionali.

Contro questa seconda decisione, una parte della sinistra ha lanciato il referendum, che ha raccolto oltre 60’000 firme, di cui 53’652 valide. Non hanno ufficialmente sostenuto la raccolta di firme né il Partito socialista, né i “Verdi”, ma vi hanno aderito singoli parlamentari dell’una e dell’altra formazione, più il Partito del Lavoro ed il Gruppo per una Svizzera senza esercito. Il comitato promotore ha definito la propria iniziativa “per una politica di pace” ed ha intitolato il referendum “Solidarietà invece di soldati”.

Ciò che chiedono i referendisti è infatti che venga data priorità esclusiva all’invio di missioni civili, che portino un aiuto umanitario nei luoghi di crisi. Essi vedono nell’intervento di corpi militari armati il rischio di una “nuova spirale d’armamento” ed un adeguamento, pericoloso per la neutralità, dell’esercito svizzero alle esigenze operative della Nato.

Le motivazioni di questa iniziativa referendaria passano attraverso considerazioni politiche (solidarietà civile e contributo alla risoluzione pacifica dei conflitti)e giuridiche. A proposito di quest’ultime, i sostenitori del referendum fanno notare che nella revisione della legge militare si parla di “promozione della pace” (“un’invenzione svizzera creata di sana pianta”), mentre nel diritto internazionale si parla di misure di “mantenimento della pace” e di misure di “imposizione della pace”.

Questa confusione, secondo gli oppositori alla revisione della legge militare, permette alla Svizzera di partecipare ad operazioni di “mantenimento della pace”, superando così l’ostacolo del rifiuto popolare del 1994 alle operazioni con i caschi blu dell’Onu; e finirebbe per permettere il coinvolgimento militare in operazioni di “imposizione della pace” contro la volontà di una o più parti in conflitto.

Per chiarire la propria posizione politica, i promotori del referendum hanno ribadito: “Noi non siamo contro l’adesione all’Onu, né contro una politica di apertura della Svizzera al mondo, né contro l’intervento umanitario, ma contro l’impiego dell’esercito in operazioni militari internazionali e contro la militarizzazione della nostra politica estera. Perciò diciamo sì all’Onu, sì all’Ue e no alla Nato”.

Tuttavia, contro l’intervento armato dei soldati svizzeri all’estero si schiera anche l’Udc di Christoph Blocher, che potrebbe finire per appoggiare questo referendum. Sarebbe una “alleanza oggettiva”, hanno riconosciuto i referendisti, che, proprio per questo, fanno appello all’impegno della sinistra ufficiale. “Una vittoria nazionalista della destra isolazionista metterebbe in pericolo l’adesione all’Onu”, hanno avvertito.

Silvano De Pietro

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