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Con la vicenda Wallenberg riemerge il caso dei diplomatici elvetici

Harald Feller, l'incaricato d'affari svizzero arrestato dai sovietici in Ungheria nel gennaio 1945 assieme al collega diplomatico Max Meier Keystone

L'attualità internazionale si è occupata negli ultimi giorni della vicenda del diplomatico svedese Raoul Wallenberg, arrestato dai sovietici in Ungheria nel 1945 e sparito nel nulla. Anche la Svizzera ebbe dei diplomatici prigionieri a Mosca.

La misteriosa scomparsa del diplomatico svedese Raoul Wallenberg è tornata d’attualità in questi ultimi giorni in concomitanza con la pubblicazione, venerdì a Stoccolma, di un rapporto ufficiale redatto da un gruppo di lavoro composto da svedesi e russi.

I ricercatori e gli storici svedesi e russi non sono riusciti a dissipare il mistero della scomparsa, in Ungheria nel gennaio del 1945 quando l’armata rossa occupò il Paese, del diplomatico di Stoccolma. Durante la seconda guerra mondiale Wallenberg si fece promotore del salvataggio di migliaia di ebrei ungheresi dalla furia dei nazisti, rilasciando loro dei lascia-passare svedesi e corrompendo i collaboratori del gerarca nazista Adolf Eichmann.

E mentre permane il mistero sulla fine di Raoul Wallenberg (i sovietici hanno sempre affermato che era morto di infarto nel 1947 nel famigerato carcere della Lubianka a Mosca, oppure che era stato giustiziato su ordine del ministro degli esteri sovietico Molotov con un’iniezione di veleno, l’ultima versione ufficiale del Cremino sostiene che era ancora vivo nel 1989) non ci sono invece misteri sul rilascio di due diplomatici svizzeri che, come Wallenberg erano stati arrestati dall’armata rossa alla fine della seconda guerra mondiale per essere poi usati dai sovietici come merce di scambio.

Tutto si svolse nell’estate del 1945 quando la Svizzera cercò di riallacciare i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica, interrotti fin dal 1918. Berna era interessata in particolare al futuro di circa 6 mila cittadini svizzeri che abitavano in Paesi occupati dall’armata rossa e caduti nella sfera di influenza sovietica. Un altro tema sul tappeto era il rimpatrio di circa 10 mila internati sovietici in Svizzera e, soprattutto, la sorte di due diplomatici elvetici tenuti in ostaggio dai sovietici.

La diplomazia svizzera era particolarmente interessata alla sorte di due suoi membri, Max Meier ed Harald Feller. Quest’ultimo in qualità di incaricato d’affari a Budapest nel 1944-45 si era personalmente impegnato, alla pari di Wallenberg, nel salvare un numero imprecisato di ebrei ungheresi dallo sterminio nazista. Entrambi i due membri del corpo diplomatico elvetico erano stati fatti prigionieri dall’armata rossa nella capitale ungherese nel gennaio del 1945, pochi giorni prima dell’arresto di Wallenberg, e trasferiti a Mosca per essere interrogati dai temuti servizi segreti sovietici.

La libertà ed il ritorno in patria dei due diplomatici svizzeri vennero barattati con la consegna alla feroce polizia segreta di Stalin di due cittadini sovietici che si erano rifugiati in Svizzera durante la seconda guerra mondiale, dove avevano ottenuto lo statuto di rifugiati politici. I due erano un ingegnere civile (scappato nella Confederazione con l’intera famiglia) ed un pilota che aveva disertato, atterrando con il proprio aereo in Svizzera.

Secondo quanto ha potuto ricostruire la storica elvetica Therese Steffen, che ha analizzato le relazioni tra Berna e Mosca dal 1945 al 1956, la diplomazia elvetica cercò di tener testa a quella sovietica, rifiutando di consegnare i due sovietici indicati da Mosca e proponendo al loro posto cinque internati sovietici che erano accusati in Svizzera di alcuni delitti minori.

Ma il Cremlino aumentò le proprie pressioni sulla Svizzera ed alla fine del 1945 le autorità elvetiche accettarono il baratto, consegnando l’ingegnere ed il pilota militare sovietici in cambio dei due diplomatici svizzeri, che poterono rientrare in patria e ritrovare la libertà. Lo stesso non si può dire dei due sovietici che Mosca considerava a conoscenza di importanti segreti militari e che sparirono in uno degli infernali gulag di staliniana memoria.

Dei due diplomatici svizzeri solo Harald Feller è ancora in vita ed ha oggi 87 anni ed il 6 settembre 1999 è stato insignito a Berna dall’ambasciatore israeliano Ytzchak Mayer della Medaglia dei Giusti, concessagli dallo Stato di Israele per la sua attività umanitaria in Ungheria che consentì a molti ebrei di scampare all’Olocausto nazista. Max Meier è invece deceduto nel 1999.

Oltre a loro due la Svizzera riuscì a farsi riconsegnare dall’Unione Sovietica altre tre diplomatici, arrestati nell’Europa dell’Est, rilasciati analogamente ai 6 mila civili svizzeri che abitavano nei territori finiti sotto l’influenza sovietica senza alcuna contropartita, perlomeno secondo la versione ufficiale accreditata anche dagli storici. Rimpatrio senza contropartita anche per la maggior parte dei 10 mila internati sovietici in Svizzera, quasi tutti prigionieri di guerra e lavoratori coatti fuggiti dalla Germania. Molti di loro non hanno però ritrovato la libertà: in patria li attendeva la fucilazione o, per i più fortunati, la deportazione nei gulag della Siberia.

Sergio Regazzoni

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