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Furono oltre 11’000 i lavoratori coatti impiegati per ditte svizzere nella Germania nazista

Momento dell'appello in una fabbrica di proprietà svizzera a Rheinfelden, in Germania, il 7 ottobre 1941 Keystone

Lo rivela un'indagine dell'ats presso imprese, città e distretti, in merito alla richiesta del giudice americano Korman alle imprese elvetiche, di segnalare l'impiego di lavoratori coatti nelle loro filiali tedesche durante la seconda guerra mondiale.

Il dato non è tuttavia esaustivo. La ricerca si è limitata a 76 imprese. Innumerevoli piccole e medie aziende non sono state dunque considerate e il conto non comprende neppure le aziende elvetiche in Alsazia e Vorarlberg.

Complessivamente, stranieri sul territorio del Terzo Reich, furono impiegati circa otto milioni di lavoratori, provenienti da 20 paesi. La maggior parte erano forzati. Tutte le principali imprese industriali con capitale svizzero che potevano ancora produrre dal 1943 erano considerate importanti per la guerra. Esse ottennero contingenti di lavoratori coatti e venne loro prescritto che cosa dovevano produrre.

Senza lavoro coatto non sarebbe stato possibile instaurare una regolata economia di guerra: gli uomini tedeschi erano al fronte e dovevano essere sostituiti. Le imprese con personale maschile erano maggiormente indicate per il lavoro coatto di quelle a personale femminile.

Per le sole Alusuisse, BBC e Georg Fischer sono documentati 8709 lavoratori forzati: 4994 per la prima, 2008 per la seconda, 1707 per la terza. Per la BBC e per due filiali di Alusuisse non si tratta di cifre globali, ma di effettivi a una data precisa. Le cifre effettive per queste tre imprese sono dunque più alte. La giustificazione economica del lavoro coatto era la mancanza di forza lavoro. Ideologicamente, esso fu legittimato con l’asserzione che si trattava di persone «inferiori»: ebrei, est-europei, russi, oppositori politici, omosessuali e zingari.

In una prima fase, anche le filiali di imprese svizzere si mostrarono restie ad assumere lavoratori coatti, non qualificati e quindi poco produttivi. Durante gli anni di guerra, sarebbe stato tuttavia impossibile produrre senza gli operai stranieri formati sul momento.

L’etica delle diverse imprese si poteva ravvisare nel modo di trattare gli operai. Il ventaglio dei comportamenti andava dall’assunzione di stranieri volontari al vero e proprio schiavismo. Le condizioni variavano da quelle «familiari» in piccole imprese o fattorie, dove nacquero anche rapporti d’amicizia, al sadismo delle imprese che impiegavano prigionieri di campi di concentramento. Il ricorso a tale personale è documentabile solo per la filiale della BBC Stotz-Kontakt, che fabbricava componenti per i missili V2.

Il trattamento dipendeva in buona parte dalla «categoria» in cui erano classificati i lavoratori. Quelli dei paesi occidentali, come i francesi, godevano di maggiori diritti; quelli di paesi dell’Europa orientale come la Polonia erano trattati molto meno bene, mentre gli operai provenienti dall’Unione sovietica erano considerati, senza mezzi termini, subumani.

Per la maggior parte delle imprese con capitale elvetico il lavoro coatto non comportava praticamente alcun vantaggio salariale: i costi erano paragonabili a quelli per i lavoratori tedeschi. Tuttavia, mentre ai lavoratori occidentali era versata una paga accettabile, quelli orientali non ricevevano praticamente nulla, poiché lo Stato prelevava sui loro salari una forte imposta.

Importante per la guerra era in primo luogo l’industria degli armamenti (Georg Fischer, Fahr), ma anche quella metallurgica (Alusuisse, Lonza). Importanti erano considerati in genere i prodotti per la Wehrmacht. L’approvvigionamento alimentare (Maggi, Sarotti/Nestlé) aveva pure alta priorità.

Verso la fine del conflitto, si esaurì anche la miniera del lavoro coatto. Molte imprese, la cui produzione non era considerata importante per la guerra, dovettero chiudere o rivedere la gamma dei prodotti.

La rinuncia al lavoro coatto poteva comportare notevoli svantaggi economici, fino al fallimento. Tuttavia, per le imprese non orientate all’armamento, esistevano spazi di libertà che potevano andare fino alla resistenza passiva contro il regime.

Dal 1940, le filiali approfittarono del lavoro coatto sia dal punto di vista della produzione che da quello degli utili. Alla fine della guerra speciali salvacondotti permisero alle imprese che potevano provare di essere a capitale elvetico di sfuggire allo smantellamento, all’espropriazione e al saccheggio da parte degli Alleati.

swissinfo e agenzie

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