La corruzione in un piccolo paese
La corruzione non è un problema molto sentito, in Svizzera. Ciò non significa che sia inesistente. Uno studio presentato giovedì a Friborgo prova ora a colmare le lacune nella ricerca e a fornire indicazioni per contrastare il fenomeno.
La Svizzera, isola d’onestà in un’Europa corrotta? La domanda, in realtà, è puramente retorica. Senza voler fare allarmismi, è indiscutibile che la corruzione sia un fenomeno ben presente anche nel nostro paese.
Come ha ricordato Marco Borghi, professore all’Istituto di etica e dei diritti dell’uomo dell’Università di Friborgo e coautore dello studio “Processi di corruzione in Svizzera”, in un indice internazionale sulla corruzione la Svizzera è stata recentemente retrocessa dall’8° all’11° rango.
È pur vero che tra 1987 e 1997 le condanne per corruzione in Svizzera sono state solo una quindicina l’anno e che i casi conosciuti alle autorità, ma che non sono sfociati in una condanna, non sono più di 120 l’anno. Ma “questa è solo la punta dell’iceberg”, fa notare Nicolas Queloz, curatore della ricerca insieme a Borghi e a Maria Luisa Cesoni dell’Università di Ginevra.
Ci sarebbe, in Svizzera, piuttosto un problema di percezione della corruzione. In un piccolo paese, i cui tutti si conoscono, lo scambio di favori, il clientelismo, possono sembrare fenomeni normali: “In Svizzera si è conservata un’attitudine piuttosto paesana, per cui si è portati a difendere i compagni di scuola, di studi o di servizio militare”, nota Queloz.
Allora, che fare? Lo studio “Processo di corruzione in Svizzera” – svolto nell’ambito di un progetto del Fondo nazionale per la ricerca scientifica, voluto dal Consiglio federale – cerca innanzi tutto di colmare le lacune nella ricerca. In questo senso, anche se i dati empirici si riferiscono soprattutto ai cantoni Ginevra, Ticino e Vallese, lo studio rappresenta un importante passo avanti di portata nazionale.
Alla base, vi è una riflessione anche teorica sul fenomeno della corruzione, definito da Borghi, in termini ampi, “un abuso del potere di rappresentanza”. In questo senso la corruzione non è semplicemente un fenomeno grave ma tutto sommato marginale. La corruzione viola lo stesso stato di diritto, creando legami esclusivi al di fuori della legalità.
Va da sé che una simile definizione chiami ad una particolare vigilanza rispetto alla corruzione. In fondo in Svizzera non esiste una vera legislazione anticorruzione, fa notare Queloz. Certo, dal 1° maggio di quest’anno sono in vigore le nuove disposizioni di diritto penale sulla corruzione, basate sulla convenzione anti-corruzione dell’OCSE. Ma il diritto penale interviene solo a posteriori, mentre servirebbero anche strumenti di prevenzione.
Coscienti di quanto rimane da fare nell’ambito della lotta alla corruzione, gli autori dello studio evitano di rimanere nella torre d’avorio della teoria e propongono cinquanta misure pratiche, una sorta di “strategia globale contro la corruzione”. Le proposte vanno dalla necessità di una legge sul finanziamento pubblico dei partiti alla creazione di una scuola per i magistrati, che non dovrebbero più essere scelti in base alla loro appartenenza politica.
Naturalmente gli autori sperano che lo studio abbia una certa eco e che inneschi un maggiore impegno del mondo politico. Del resto Consiglio federale e camere si stanno già muovendo. Ma qualche ragione di scetticismo, o almeno di cautela, rimane.
La vicinanza tra politica, imprese e amministrazione pubblica nel nostro paese crea, secondo Borghi, una sorta “blocco culturale di fronte alla corruzione”. In un ambiente ristretto è difficile formulare l’ipotesi di corruzione nei confronti di persone a cui si è legati da innumerevoli vincoli professionali, politici e personali. Studi come quello presentato a Friborgo dovrebbero servire anche e soprattutto ad acuire la sensibilità verso il fenomeno corruzione.
Un ultimo appunto, che attiene anch’esso alla sensibilità culturale, anche se in un altro contesto: il volume a cura di Nicolas Queloz, Marco Borghi e Maria Luisa Cesoni, “Processus de corruption en Suisse”, inaugura la collana Collection latine dell’editore basilese Helbing & Lichtenhahn. Un’iniziativa che vorrebbe, come indica Borghi, indurre anche i giuristi di lingua tedesca ad abituarsi a leggere testi di qualità editi in francese o in italiano.
Andrea Tognina
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