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Imposte miliardarie in tempo di crisi

Credit Suisse non pagherà alcuna imposta sull'utile nel 2009 Keystone

Nonostante il calo dei profitti dei giganti bancari elvetici, i contributi versati dalle grandi aziende agli enti pubblici sono diminuiti soltanto leggermente durante la recessione.

L’annuncio ha fatto storcere il naso a più di uno: le principali banche elvetiche, UBS e Credit Suisse (CS), non pagheranno alcuna imposta sull’utile nel 2009.

Se per UBS le ragioni sono chiare (perdita di quasi 20 miliardi di franchi nel 2008), l’esenzione del Credit Suisse – che dopo aver perso 7,7 miliardi ha annunciato un utile di 5,9 miliardi per il terzo trimestre 2009 – appare più incomprensibile. La spiegazione risiede nelle legislazioni fiscali federali e cantonali, che permettono di riportare le perdite commerciali degli esercizi passati e di dedurle dall’utile netto attuale.

I cattivi risultati delle banche e i profitti in calo registrati nel 2008 da diverse ditte elvetiche hanno avuto ripercussioni negative sulle casse pubbliche: in un anno le entrate generate dalla tassazione degli utili e dall’imposta federale diretta si sono ridotte del 70%.

Tuttavia, rileva uno studio della società di consulenza PriceWaterhouseCoopers (PWC) presentato questa settimana, le grandi aziende continuano a fornire il loro contributo a enti pubblici ed economia.

22 miliardi di imposte

Dall’analisi svolta assieme all’organizzazione mantello dell’economia elvetica economiesuisse – e condotta su 58 delle 500 maggiori società svizzere – risulta che il gettito fiscale complessivo è diminuito “soltanto” del 15%: dai 21,7 miliardi del 2007 ai 18,7 miliardi dell’anno scorso.

Per ogni collaboratore, le ditte considerate hanno infatti versato l’equivalente di 140’000 franchi all’anno. La somma comprende le tasse pagate dalle aziende stesse, le imposte prelevate su terzi, quali l’imposta preventiva o l’IVA, le imposte sul reddito pagate dai dipendenti e i contributi sociali.

«Per ogni franco pagato direttamente in imposte da queste grandi società – ha commentato il direttore di economiesuisse Pascal Gentinetta – allo Stato è versata un’imposta supplementare di 1,8 franchi prelevata su terzi».

In altre parole: in periodo di crisi, le grandi aziende svizzere giocano un ruolo stabilizzante, contribuendo a mantenere relativamente costanti le entrate fiscali.

Dallo studio emerge poi che le 58 aziende considerate (146’000 collaboratori) contribuiscono all’11,9% del gettito fiscale complessivo (a livello federale, cantonale e comunale), che nel 2007 ammontava a 182,8 miliardi di franchi.

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La serie infinita di tasse

«Da una parte abbiamo la tassazione delle imprese, che dipende fortemente dai cicli congiunturali. Poi ci sono diverse altre tasse, molto più stabili, le quali neutralizzano in parte il calo delle imposte sull’utile delle società», spiega a swissinfo.ch il portavoce di economiesuisse Christoph Schaltegger.

Rispetto ad altri paesi, il numero d’imposte differenti (46) alle quali sono soggette le aziende svizzere è decisamente più elevato. Ciononostante, il carico amministrativo rimane contenuto.

«Ciò è dovuto al fatto che la legge è fortunatamente rimasta molto pratica nel suo principio e flessibile nella sua applicazione», afferma Markus Neuhaus, presidente esecutivo di PWC Svizzera, in un’intervista al giornale economico L’Agefi.

«La riscossione di queste diverse imposte non necessita quindi un’esattezza che è controproducente a un certo livello; si evita ad esempio di contare i montanti fino al centesimo». Un modo di procedere, aggiunge Neuhaus, favorito anche dalla buona trasparenza manifestata dalle aziende in Svizzera.

Diminuire il numero di imposte, ritiene Neuhaus, non è forzatamente una buona mossa. «Rappresentano pur sempre diversi miliardi di franchi (…) La riduzione del loro numero implicherebbe un aumento dei prelievi dalle principali fonti fiscali quali l’imposta sul reddito, sull’utile e il capitale, l’IVA o i contributi di sicurezza sociale».

Luigi Jorio, swissinfo.ch
(sulla base di un articolo di Matthew Allen)

Una ricerca pubblicata a metà ottobre dalla società di revisione KPMG rileva che i livelli d’imposizione delle imprese nel mondo sono ulteriormente calati.

Nel 2009, il tasso d’imposizione medio delle 115 imprese considerate è del 25,5% (25,8% nel 2008 e 32,7% nel 1999).

In Europa, la proporzione è passata in dieci anni dal 34,1% al 23,2%. La regione fiscalmente più attrattiva per le imprese è quella delle isole britanniche situate nel canale della Manica – Guernesey e Isola di Man – dove le società non sono tassate.

Tra i paesi del Vecchio continente, la Svizzera si situa al 15esimo posto (21,1%).

Tuttavia, fa notare lo studio, tale classificazione si basa sul tasso d’imposizione delle aziende con sede nella città di Zurigo. I risultati sono assai più differenziati quando si esaminano i tassi negli altri cantoni.

Appenzello esterno e Obvaldo si situano in quinta posizione con un tasso del 12,7%. Sono preceduti dall’Irlanda (12,5%), mentre alcuni Paesi dell’Est fanno ancora meglio con tassi medi del 10%.

Anche i cantoni dove la fiscalità è più forte – Basilea città, Vaud e Ginevra – restano globalmente più attrattivi della maggioranza dei paesi confinanti.

A titolo comparativo, il tasso è del 33,3% in Francia, del 31,4% in Italia e del 29,4% in Germania.

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