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Fra rosso e nero, il cinema radicale hollywoodiano a Locarno

Charlie Chaplin è stato probabilmente il bersaglio più famoso della Commissione per le attività antiamericane. Il suo capolavoro anti-mccarthyista, “Un re a New York” (1957), girato durante il suo esilio nel Regno Unito, racconta la storia di un re europeo deposto che, una volta giunto a New York, diventa una celebrità suo malgrado. Il film rimase inedito negli Stati Uniti per 20 anni.
Charlie Chaplin è stato probabilmente il bersaglio più famoso della Commissione per le attività antiamericane. Il suo capolavoro contro il maccartismo, “Un re a New York” (1957), girato durante il suo esilio nel Regno Unito, è rimasto inedito negli Stati Uniti per vent’anni. ©Roy Export SAS

La principale retrospettiva del Festival alla scoperta delle opere di autori di sinistra presi di mira durante l’era McCarthy. Produzioni critiche del nazionalismo, dell’ossessione per la carriera e del conformismo, che risultano straordinariamente attuali.

C’è qualcosa di paradossale, nel creare un’ambiziosa retrospettiva per un grande festival di cinema contemporaneo. Il concetto di novità è il valore di fondo dell’industria cinematografica. Celebrare pellicole realizzate da gente ormai morta da quasi un secolo, peraltro, offre ben poche opportunità per distribuire biglietti da visita.

La sezione retrospettiva del Locarno Film Festival, ospitata per lo più negli storici locali del Gran Rex, è così tenuta a dare vita ad una sorta di microambiente all’interno del festival. Che dialoghi con la sessione principale e che sia in grado di portare alla ribalta un modo alternativo di fare cinema.

L’argomento della retrospettiva di quest’anno, “Rosso e nero: la sinistra hollywoodiana e la lista nera”, parla al tumultuoso presente in più di una maniera. Negli anni Cinquanta, chi facesse parte della “sinistra di Hollywood” veniva censurato dall’House Un-American Activities Committee (HUAC) – la Commissione per le attività antiamericane – in virtù dell’accusa di intrattenere legami con il comunismo.

Se la censura del pensiero di sinistra sui media mainstream è da sempre un aspetto presente nella vita pubblica americana – che sia sul criticare Israele, la difesa del transgenderismo, o la teoria critica della razza – la tendenza è aumentata dall’inizio del secondo mandato di Trump. L’attuale presidente si è spinto fino a definire l’innocuo personaggio televisivo Jimmy Kimmel un pericoloso rivoluzionario.

Sfida al luogo comune

Ehsan Khoshbakht cura la sezione retrospettiva di Locarno dal 2024, e codirige il festival bolognese Il Cinema Ritrovato, che è dedicato alla storia del cinema. Dice che con questa edizione la sua intenzione era mettere in discussione la storia della lista nera come tradizionalmente raccontata.

“Sono molto critico sull’approccio statunitense a questa vicenda”, dice in intervista con Swissinfo. “Perché tende a trascurare un fatto essenziale: queste persone erano, in molti casi, devote comuniste. Alcune erano addirittura staliniste. E realizzarono delle pellicole che contenevano analisi affilate sulla società”.

Scena tratta dal film “Force of Evil” (1948) di Abraham Polonsky: il marciume che si insinua a ogni livello.
Scena tratta dal film “Force of Evil” (1948) di Abraham Polonsky: il marciume che si manifesta a tutti i livelli. Courtesy Of Park Circus-Paramount

Come Force of Evil (il potere del male), un film del 1948 di Abraham Polonsky. L’attore John Garfield, come il regista, finì nella lista nera – nel suo caso, avvenne nel 1951 per il suo rifiuto di cooperare con l’HUAC. Nel film Garfield interpreta Joe Morse, un avvocato corrotto che lotta per il monopolio e la legittimazione del “numbers racket,” una lotteria non autorizzata, assai popolare ben prima che questo tipo di giochi fosse legalizzato negli USA. Anche il più blando fratello di Morse è un piccolo faccendiere nel settore, mentre l’ancora più ingenua segretaria di Joe Morse, Doris, viene cooptata senza troppa fatica in quel luccicante e peccaminoso mondo.

Il regista e sceneggiatore Abraham Polonsky in una scena di “Dangerous Citizen”, un documentario sulla sua vita e la sua opera.
Il regista e sceneggiatore Abraham Polonsky in una scena di “Dangerous Citizen” (2026), un documentario sulla sua vita e la sua opera. Courtesy Of Black Pool Productions

In linea con la lettura di Khoshbakht, Polonsky portò sul grande schermo un’opera che viviseziona la società americana, con tutto il suo marciume. L’approccio antinazionalista è chiaro fin dal primo fotogramma: la grande truffa di Morse consiste nel manipolare i numeri, affinché proprio il quattro luglio esca il “1776”, il numero che qualunque patriota negli Stati Uniti gioca nel giorno dell’Indipendenza.

Carrierismo all’americana

Filo conduttore di molti film della retrospettiva è la resistenza di fronte alle virtù gemelle americane dell’ambizione e del carrierismo. Come in Ruthless (spietato), una pellicola del 1948 del regista Edgar G. Ulmer, scritta in collaborazione con Alvah Bessie e Gordon Kahn, pure inclusi nella lista nera. Al centro del racconto, la parabola ammonitrice di Horace Vendig (interpretato da Zachary Scott), un filantropo nato povero e divenuto ricco, che per raggiungere la vetta passa sopra ad amici, mogli e amanti.

Manifesto d'epoca del film “Ruthless” (1948).
Locandina d’epoca del film “Ruthless” (1948). Reproduction

Il film ha qualche analogia con il celebre Citizen Kane (1942). Ma le sottigliezze psicologiche dell’opera di Orson Welles sono rimpiazzate dall’odio puro.  Dopo aver tradito tutte le persone che aveva attorno, Vendrig dice all’amico d’infanzia Vic, interpretato da Louis Heyward: “Sei l’unico amico che abbia mai avuto”. “E io ti odio”, replica Vic, come se chi ha scritto il film stesse parlando direttamente in camera.

Questi registi e sceneggiatori —Bessie, Kahn, Polonsky, e tanti altri— furono sottratti al pubblico quando erano al picco della loro creatività. E con loro, scomparve la visione di un cinema di massa americano che potesse dissentire dal consenso nazionale. Un fatto che ancora scatena l’indignazione di Khoshbakht.

“Un enorme spreco”, dice il curatore a Swissinfo. “Ancora oggi, se ci penso, mi si spezza il cuore. Un fiume di talento, idea, immaginazione, impegno, è stato interrotto bruscamente. E ancora oggi stiamo cercando di recuperare quella perdita”.

Nell’epoca della lista nera, la sinistra del cinema statunitense fu costretta a scegliere fra la carriera e la fedeltà ai propri principi. Quanti acconsentirono a collaborare con l’HUAC e fornire nomi di persone da mettere nel mirino, ebbero per lo più una lunga e feconda carriera. Quanti, invece, rifiutarono di farlo finirono per perdere tutto, e solo ai giorni nostri cominciano ad essere davvero celebrati.

I film della sinistra hollywoodiana, realizzati prima o dopo l’era della lista nera, erano impregnati di disprezzo per l’imperante egocentrismo. 

The Intimate Stranger (1956), del regista Joseph Losey, punta l’obiettivo su un’industria cinematografica nella quale la crudeltà è all’ordine del giorno. Il protagonista è un regista, Reggie Wilson (interpretato da Richard Basehart) che come Losey viene esiliato da Hollywood. Wilson si trasferisce nel Regno Unito, dove sposa la figlia di un importante produttore e assume un ruolo di punta nella compagnia del suocero. Le sue vere motivazioni vengono messe in discussione solo nel momento in cui una precedente compagna torna nella sua vita, e gli dice che lui l’ha lasciata solo per fare carriera nel cinema grazie alla sua nuova moglie.

Richard Basehart in una scena di “The Intimate Stranger”. Il film rappresentò per il regista Joseph Losey, in esilio nel Regno Unito, un modo per fare i conti con il terrore di cui era stato vittima negli Stati Uniti.
Richard Basehart in una scena di “The Intimate Stranger”. Il film rappresentò per il regista Joseph Losey, in esilio nel Regno Unito, un modo per fare i conti con la persecuzione di cui era stato vittima negli Stati Uniti. ©Courtesy of Park CircusWarner Bros

Chiediamo a Khoshbakht se sperava che la sua retrospettiva potesse impartire una lezione anti-carrierista al resto del festival. Il curatore professa modestia, e dice: “Non ho idea di quanto questa retrospettiva possa parlare alla programmazione contemporanea. Deve essere il pubblico a deciderlo”.

I frutti del carrierismo sono evidenti in ogni aspetto della società moderna. Le creature, come ha notato qualcunoCollegamento esterno, non identificano più l’ambizione come un “difetto fatale” come nel Macbeth di Shakespeare. Si potrebbe essere tentati, allora, di coltivare la speranza che i film della sinistra hollywoodiana possano essere in grado di rimettere al suo posto la sfrenata ambizione che ha continuato a caratterizzare l’industria cinematografica. Ma per certo non si tratta di un problema che un film, né una retrospettiva, possano risolvere. Khoshbakht mette avanti un obiettivo ben più modesto. “Trovo molto gratificante se qualcuno che era a Locarno per guardare film appena usciti, e magari comincia ad essere stufo dell’abbondanza di immagini digitali, abbia finito per vedere un film della retrospettiva. E l’abbia trovato incredibilmente interessante”, conclude.

Dylan Adamson è un critico e curatore cinematografico che vive a Toronto, in Canada. Fra gli altri, scrive per il Globe and MailThe Toronto StarFilmmaker MagazineSenses of Cinema. Ha curato rassegne per TIFF Cinematheque, Anthology Film Archives, e la San Francisco Cinematheque.

A cura di Catherine Hickley e Eduardo Simantob

Traduzione di Serena Tinari

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