Le Olimpiadi di Pechino di Sergei Aschwanden
Il judoka di Losanna si appresta a vivere, fra poco meno di un mese, gli ultimi giochi olimpici. Eliminato al primo turno a Sydney e ad Atene, spera di conquistare a Pechino quella medaglia che gli manca ancora. Intervista.
swissinfo: Come si prepara a vivere i terzi giochi olimpici della sua carriera sportiva?
Sergei Aschwanden: Con un miscuglio di sensazioni… lo so, può sembrare strano. Nonostante sia il medesimo appuntamento, ci sono comunque delle differenze rispetto al 2000 e al 2004. Per quanto mi riguarda, le due precedenti edizioni dei Giochi olimpici sono andate male, per cui spero davvero che questa volta sia diverso.
La sala delle gare, il mondo della competizione, la caffetteria dove si consumano i pasti, le camere del villaggio olimpico, ecc…. sarà tutto uguale. Conoscere l’ambiente che ci circonda è rassicurante e, con l’esperienza, si riesce a gestire meglio la pressione degli organi di informazione.
swissinfo: Appunto. Quattro anni fa, prima del grande appuntamento, lei si era completamente rinchiuso in una bolla. Questa volta ci appare molto più rilassato. Un cambiamento dovuto al fallimento della precedente strategia?
S.A.: Si e no… è difficile rispondere. Quattro anni fa ero campione d’Europa e vice-campione del mondo, per cui nei miei confronti l’attesa per le prestazioni sportive e le sollecitazioni dei media erano molto più grandi. Io stesso mi ero caricato di una notevole pressione.
Questa volta, in base anche ai risultati ottenuti, le aspettative sono ridotte. Mi trovo nella posizione dell’outsider, per cui l’approccio è diverso. Quattro anni fa era parso necessario erigere degli steccati, ma forse avremmo dovuto agire altrimenti…
swissinfo: Però la pressione c’è comunque anche in queste Olimpiadi. Per lei è l’ultima occasione di conquistare quella medaglia olimpica che manca ancora alla sua collezione…
S.A.: Mi sto avvicinando a questa scadenza con spirito disteso. È vero che la medaglia olimpica è l’unica che mi manca, per cui una certa pressione c’è. Ma cerco di non pensarci troppo e di concentrarmi sulla preparazione. Prima dei Giochi olimpici soggiornerò per alcune settimane in Giappone, per acclimatarmi nel modo migliore. Arriverò a Pechino il 4 agosto.
Fino al momento delle gare, non intendo perdermi in congetture. Dopo di che cercherò di approfittare al massimo degli ultimi giorni, che si annunciano molto speciali. Quando si arriva al termine di una carriera, si cerca sempre di approfittare al massimo del momento presente. Occorre tuttavia prestare attenzione ad ogni gesto, preservare gli automatismi e lavorare, come sempre.
swissinfo: Ha cambiato categoria (- 90kg), ma deve comunque viaggiare molto per trovare dei partner con cui allenarsi. Non si stanca alla lunga?
S.A.: Viaggio dall’età di 14 anni e andare da un capo all’altro del mondo non mi ha mai posto dei problemi. Mi piace scoprire nuovi orizzonti, nuove culture. È anche così che si impara ad essere tolleranti. In Svizzera nel campo della politica degli stranieri, ci sono diversi problemi. Viaggiare aiuta a prendere delle distanze.
swissinfo: Padre svizzero tedesco, madre kenyana: con quali occhi vede la Svizzera?
S.A.: Basta guardarmi per capire che non sono un amico di Christoph Blocher o del suo partito, l’Unione democratica di centro (UDC). Penso tuttavia che un partito estremista come l’UDC debba essere tollerato, poiché tematizza un problema. Sapere se i tenori di questo partito hanno torto o ragione, è un altro discorso.
La loro posizione costringe i cittadini ad esprimersi e a trovare altre soluzioni ad un problema di società. Il nostro è un paese ricco, è dunque normale che sia attrattivo. Occorre fissare una serie di limiti senza però dimenticare di restare aperti e di rallegrarsi di potersi arricchire nel confronto e nel dialogo con le diverse culture del nostro paese.
swissinfo: Potrebbe vivere all’estero, una volta piegato e riposto nell’armadio il kimono?
S.A.: Penso di sì… ma non subito. Ho voglia di fermarmi un attimo e di conoscere meglio il mio paese e regioni come il Giura o i Grigioni. Ma è chiaro che prima o poi spiccherò il volo verso il Kenya, per meglio conoscere la patria di mia madre.
swissinfo: Che posto occupa l’Africa nella sua vita quotidiana?
S.A.: Mangio regolarmente pietanze africane e ascolto molta musica africana. In casa ci sono diverse statue ed ho un sacco di magliette etniche. A contare sono soprattutto i legami affettivi molto forti con il paese e le persone che vivono laggiù.
Con le persone che mi sono care sono in contatto permanente, conosco tutto della loro vita quotidiana. E sono colpito dalla loro capacità di essere positive e felici anche quando le cose vanno male. Conservano sempre il sorriso e una freschezza incredibile: mi sono da esempio quando per me le cose vanno nel verso sbagliato.
Dopo i Giochi olimpici di Atene, ho attraverso un momento molto difficile, così ho deciso di andare in Kenya, dalla famiglia di mia madre. Quando sono arrivato, sono stato accolto in modo straordinario. L’accoglienza non sarebbe stata migliore se fossi giunto con una medaglia olimpica al petto. La gente ti prende per quello che sei. Sono contenti per te se vinci una medaglia, ma in realtà non gliene importa molto, perché nella vita ci sono cose molto più importanti.
Per loro ciò che conta è il piacere di poterti accogliere, di averti lì con loro, di condividere tempo e parte della loro vita con te.
Intervista swissinfo, Matthias Froidevaux
(traduzione e adattamento dal francese Françoise Gehring)
Sergei Aschwanden è nato il 22 dicembre 1975 a Berna, da padre urano e madre kenyana. Ha un fratello più grande di lui e una sorella più piccola. Prima di trasferirsi a Bussigny, vicino a Losanna, ha trascorso sette anni nella capitale federale.
Bambino pieno di energie, comincia lo judo all’età di sette anni, praticando nel contempo altre attività, come la musica e la danza (per cinque anni).
Cintura marrone all’età di dodici anni, perfeziona la tecnica allenandosi con gli adulti. Si consacra completamente a questa arte marziale dopo aver compiuto quindici anni.
Nel 1997, dopo aver ottenuto la maturità, decide di intraprendere una carriera sportiva professionale. Da allora non ha mai smesso di progredire. L’incontro con l’allenatore della nazionale Leo Held – arrivato nel 1996 – ha contribuito al suo successo.
Otto volte campione svizzero, Sergei Aschwanden ha vinto due titoli di campione d’Europa (2000 e 2003), tre medaglie di bronzo europee, una medaglia di bronzo e una d’argento ai mondiali del 2001 e del 2003.
Parla francese (con sua madre) e svizzero tedesco (con suo padre). I due genitori comunicano in inglese, lingua che conosce anche lo judoka.
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