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Le case per le donne chiedono il sostegno della Confederazione

Nel 1999 763 donne e 762 bambini hanno pernottato in una delle 15 case per donne in Svizzera Keystone

Ogni notte, in Svizzera, 124 donne e bambini cercano rifugio in una casa d'accoglienza per sfuggire ai maltrattamenti da parte dei loro partner. Le case per le donne chiedono ora maggiore attenzione e un sostegno a livello federale.

Una media che parla da sola, quella delle 124 persone che ogni notte devono pernottare in una struttura d’accoglienza per sfuggire alla violenza fisica e psichica esercitata dai loro mariti, compagni, padri. Eppure si tratta solo della punta di un iceberg.

Claire Magnin – insieme a Claudia Meyer e Claudia Hauser membro della commissione per le pubbliche relazioni dell’organizzazione mantello delle case per donne maltrattate (DAO) – ha ricordato, in occasione di una conferenza stampa tenutasi venerdì a Berna, che solo il 12 per cento di donne vittime di violenza ricorre alle strutture di accoglienza.

Le case per le donne sono un punto di riferimento in particolare per le immigrate, che non hanno altre strutture sociali di riferimento. Ciò non deve significare però che le donne svizzere subiscano meno violenze di quelle straniere, né viceversa che gli uomini stranieri siano più portati alla violenza di quelli svizzeri.

Nel 1999 763 donne e 762 bambini hanno cercato rifugio in una casa per donne. I pernottamenti sono stati in totale 45’322. Attualmente 15 strutture di accoglienza che fanno parte della DAO offrono 200 posti-letto. Troppo pochi, tanto che spesso delle donne in cerca di rifugio non possono essere accolte.

È questo uno dei motivi per cui la DAO ha creato una commissione per le pubbliche relazioni. Uno degli obiettivi prioritari della commissione è ottenere maggiore attenzione e un contributo finanziario da parte della Confederazione. Al momento, il budget di circa 8,8 milioni di franchi annui è coperto solo al 60 per cento dagli enti pubblici, cantoni e comuni.

Il resto proviene dalle tariffe per il pernottamento, pagate dalle donne stesse o dall’assistenza sociale, e da donazioni private. “È ingiusto”, ha fatto notare Claudia Meyer, “che proprio le vittime debbano assumere parte delle spese”.

Ed è molto raro che in cause di divorzio i mariti siano costretti a pagare per il soggiorno delle mogli nelle case di accoglienza. Inoltre il fatto di essere dipendenti da donazioni private rappresenta per le 89 donne impiegate nelle strutture d’accoglienza una continua fonte d’incertezza.

Il lavoro di sensibilizzazione nei confronti della Confederazione è solo agli inizi, ha ammesso Claudia Meyer. A livello politico vi sono state alcune mozioni parlamentari, che per ora non hanno condotto a risultati concreti. Per la DAO sarebbe importante ottenere modifiche del diritto penale e civile che garantiscano maggiore protezione alle donne e una più conseguente punizione degli autori della violenza.

La DAO ha partecipato anche alla procedura di consultazione per la nuova legge sul soggiorno degli stranieri. Per le immigrate vittime di violenze domestiche, uno dei problemi più gravi è costituito dal fatto che il loro permesso di soggiorno è vincolato a quello del marito. Una norma che impedisce di fatto la protezione delle donne immigrate, le quali sono posti di fronte all’alternativa di sopportare le violenze o di lasciare la Svizzera.

Andrea Tognina

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