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Finanza

Un'opportunità d'oro per l'iniziativa sulla responsabilità delle imprese

Ancora una volta per il governo svizzero gli affari sono più importanti dei diritti umani, scrive il professore di diritto penale Mark Pieth. Lo dimostrerebbe il nuovo rapporto sul commercio di oro pubblicato dal Consiglio federale.

Mark Pieth, professore di diritto penale dell'università di Basilea

La Svizzera non è solo una grande potenza nell'ambito della finanza e del commercio di materie prime. Spesso si dimentica che il paese importa il 70% della produzione mondiale di oro e ne raffina circa il 50%. Questa posizione dominante comporta però dei rischi, perché l'estrazione dell'oro ha molti aspetti problematici.

"Le multinazionali minerarie sono spesso responsabili di grandi discariche tossiche, di contaminazioni dell'acqua con il cianuro e di espropri di popolazioni indigene"

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Generalmente provoca gravi danni ambientali ed è spesso caratterizzata dal lavoro forzato, dal lavoro infantile e dallo sfruttamento sessuale. Criminalità organizzata, corruzione, riciclaggio di denaro ed esproprio di popolazioni indigene sono fenomeni che l'accompagnano in molte occasioni.

La cosa certo peggiore è l'acquisto di oro proveniente da regioni segnate da conflitti armati: le parti coinvolte nelle guerre civili nel Darfur e nel Congo orientale possono usare i proventi della vendita di oro per comprare armi. Il commercio di oro con gruppi armati prolunga le guerre.

Il rapporto pone gli accenti in modo errato

In seguito alla pressione di Ong e parlamentari, il Consiglio federale è stato indotto a redigere un rapporto sul commercio di oro e i diritti umani, pubblicato il 14 novembre scorso. Analogamente al rapporto sulle materie prime del marzo 2013, la parte dedicata all'analisi della questione sembra scritta da un'organizzazione non governativa.

Il rapporto, raccomandando alle raffinerie di acquistare l'oro solo da multinazionali minerarie, attribuisce tuttavia la colpa dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani ai piccoli minatori artigianali.

Le piccole miniere producono solo il 20% dell'oro, ma danno lavoro a 15-20 milioni di persone. Circa 100 milioni di persone al mondo vivono direttamente o indirettamente dei proventi generati dalle piccole miniere. Ignorarle solo perché comportano rischi maggiori non può essere l'obiettivo del Consiglio federale.

Non si può ignorare inoltre il fatto che le multinazionali minerarie sono spesso responsabili di grandi discariche tossiche, di contaminazioni dell'acqua con il cianuro e di espropri di popolazioni indigene.

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I controlli sono inefficaci

Come già nel caso del rapporto sulle materie prime, nella parte dedicata alle misure da adottare, il governo non dà prova di volontà politica! A livello internazionale l'OCSE ha elaborato regole dettagliate per proteggere i diritti umani nella filiera dell'oro. In parte sono state riprese da associazioni industriali nell'ambito di strumenti di autoregolamentazione (London Bullion Market, Responsible Jewellery Council).

Proprio l'OCSE tuttavia, in un rapporto estremamente critico, punta il dito contro le carenze eclatanti delle raffinerie. Talvolta queste ultime verificano la provenienza dell'oro solo fino al fornitore immediatamente precedente. I controlli che dovrebbero garantire l'obbligo di diligenza si dimostrano inefficaci. Secondo l'OCSE, le aziende cui sono affidati i controlli non dispongono delle conoscenze specifiche e della distanza critica necessarie.

Situazione come negli Emirati arabi uniti

L'Unione europea ha tratto le dovute conseguenze e ha tradotto le direttive dell'OCSE in diritto vincolante (direttive UE del 2017, in vigore dal 2021). Il Consiglio federale rimane invece fedele alla posizione adottata nei confronti dell'iniziativa per la responsabilità delle imprese: l'autoregolamentazione è migliore della regolamentazione statale.

Sebbene esistano punti di riferimento nel diritto vigente (migliorare la legislazione sul riciclaggio di denaro? adeguare la legge e l'ordinanza sui metalli preziosi? adattare la legge doganale?), il Consiglio federale, nonostante i rischi manifesti e le debolezze dell'autoregolamentazione del settore, rinuncia a prendere chiaramente posizione.

La perizia allegata al rapporto paragona la situazione giuridica svizzera a quella di Sudafrica, Emirati arabi uniti e India. I tre paesi sono forse i concorrenti più agguerriti della Svizzera, ma non sono certo noti per il rispetto dei diritti umani.

Ancora una volta per il Consiglio federale gli affari sono più importanti dei diritti umani. Forse non si tratta di un autogol, ma certo di un passaggio in profondità per l'iniziativa popolare per la responsabilità delle imprese!

Il punto di vista espresso in questo articolo è quello dell’autore e non corrisponde forzatamente a quello di swissinfo.ch.

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