Nepal, vent’anni di una pace nata insieme alla democrazia
Nel 2006 in Nepal si è conclusa la guerra civile tra il Governo centrale e i ribelli maoisti. Nel processo di pace, durato dieci anni, la Svizzera ha avuto un ruolo importante.
Il nuovo capo del Governo nepalese. Balendra Shah, aveva appena 16 anni quando, nel 2006, i ribelli maoisti e il Governo hanno raggiunto un accordo di pace. Nel 2015, quando il Nepal ha adottato una costituzione definitiva, era però già un rapper di successo.
Trovare la strada verso la pace e la democrazia richiede tempo. Swissinfo ha parlato con ex protagonisti e osservatori per ricostruire i passaggi necessari per unire il Paese.
“All’epoca eravamo convinti che la pace contribuisse a realizzare la democrazia e che la democrazia garantisse una pace stabile”, afferma Günther Bächler. Dal 2005 è stato il primo consigliere speciale della Svizzera per la pace in Nepal. In precedenza, ha diretto la fondazione svizzera per la pace Swisspeace.
Secondo Bächler, nel 2006 c’era uno slancio a livello internazionale e locale in favore dei processi di “state building” e della democratizzazione: “L’idea della mediazione era allora meno logora di oggi.”
La guerra è durata dieci anni, dopo che nel 1996 i ribelli maoisti hanno dato il via alla guerriglia con attacchi in alcuni distretti. Inizialmente, prima di ricorrere all’esercito, il Governo nepalese ha fatto affidamento sulla polizia. I cessate il fuoco sono ripetutamente falliti, dal 2002 il conflitto si è intensificato. Nella guerra civile sono morte circa 17’000 persone; oltre 1000 risultano ancora oggi disperse.
“Ricordo come la rivolta continuasse a intensificarsi. Nel 2003 era in vigore lo stato di emergenza. È stato un periodo emozionante e triste per iniziare a lavorare sul campo”, racconta Bishnu Sapkota.
I costi della guerra
Inizialmente Sapkota ha lavorato come consulente per i diritti umani presso le Nazioni Unite. “Si era creato uno stato di equilibrio strategico: la guerra avrebbe potuto protrarsi per anni, ma sia lo Stato che i maoisti erano consapevoli che forse nessuno avrebbe vinto”, ricorda.
Nel 2004 è stato pubblicato lo studio The Cost of War in Nepal, da lui curato. “La gente era naturalmente consapevole di quante persone fossero morte. Ma quali sono i costi per i diritti umani di tutti, per l’istruzione e la salute?”, si chiede Sapkota. In seguito è diventato segretario generale della National Peace Campaign e poi responsabile di programma della Nepal Transition to Peace Initiative (NTTP).
“All’epoca la comunità internazionale creò un contesto che insisteva sul dialogo come approccio risolutivo. Anche tutti i rappresentanti della società civile e chi difendeva i diritti umani esercitavano pressioni in tal senso: dialogo, dialogo, dialogo”, afferma Sapkota.
A ciò si è aggiunta la svolta autoritaria dell’ultimo re del Nepal, che nel febbraio 2005 “impose un’autocrazia completa”, come ricorda Sapkota. Di conseguenza, i partiti rappresentati in Parlamento e i maoisti si sono trovati improvvisamente ad avere un progetto comune: impedire che il re consolidasse il suo regime dispotico.
Con le auto della DSC verso l’India
L’azione del re contro la società civile ha costretto anche la Svizzera a prendere posizione, almeno in segreto, ricorda Bächler: “Per sfuggire all’arresto, alcuni critici del regime dovevano mettersi in salvo di notte scavalcando i muri dei giardini. Poi siamo riusciti a nasconderne alcuni nelle auto della DSC [agenzia svizzera per la cooperazione allo sviluppo] e a portarli in India superando i posti di blocco militari.” I controllori non hanno osato aprire le auto, ma all’interno si sudava sangue e acqua, ricorda il diplomatico.
Oggi per Bächler è chiaro: “Il re aveva perso la partita. Abbiamo quindi offerto il nostro sostegno ai partiti politici per consentire la formulazione del documento di base, rivelatosi decisivo.”
Sapkota definisce “storica” la firma del “documento in 12 punti” nel novembre 2005. Con esso ha avuto inizio la cooperazione tra i maoisti e l’alleanza di sette partiti parlamentari.
Il documentoCollegamento esterno si legge come un appello alla resistenza contro la monarchia. Era stato “raggiunto un accordo” per “instaurare la piena democrazia” con “un movimento democratico nazionale di tutte le forze contro la monarchia autocratica”. Secondo Bächler, i partiti democratici temevano che i maoisti volessero creare un sistema solo nominalmente democratico. Ma già nel documento in 12 punti si afferma che il Nepal democratico dovrà diventare un “sistema multipartitico competitivo”.
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La fine della monarchia
A seguito delle grandi proteste del movimento popolare, nell’aprile 2006 il re ha riconvocato il Parlamento. Quest’ultimo ha abolito molti dei suoi diritti costituzionali. Nel 2008 l’Assemblea costituente ha trasformato il Nepal in una repubblica.
Sia i partiti democratici che i rappresentanti dei ribelli maoisti nutrivano il timore di essere svantaggiati nei negoziati. Tuttavia, secondo Bächler, il dialogo è proseguito. La Svizzera voleva essere percepita come attrice che agiva in favore di una democrazia capace di “coinvolgere e trasformare la società”.
L’impegno svizzero già esistente offriva una buona base, ritiene Bächler. “Tutti i programmi della DSC nelle campagne erano molto partecipativi”, afferma. A livello locale si è promossa la gestione delle risorse; a livello statale si è lavorato per la pace.
Entrambi gli schieramenti erano convinti sostenitori del federalismo. Ciò è andato di pari passo con la fine della monarchia, come sottolinea Bächler, non da ultimo per spezzare il “dominio delle vecchie famiglie”. “Era un Paese estremamente centralizzato, dove l’élite feudale vicina al re aveva il controllo su molte cose”, dice Bächler, “Non abbiamo esercitato pressioni in favore del federalismo, ma il fatto che il Nepal volesse seguire questa strada ha messo la Svizzera in una buona posizione, sia come mediatrice, sia come esperta.”
Altri attori internazionali presenti nel Paese, invece, non potevano contare su una simile rendita di posizione. “Gli inglesi non volevano né abolire la monarchia né introdurre il federalismo. Ricordo la mia conversazione al riguardo con l’ambasciatore britannico, seduto davanti al ritratto della regina Elisabetta”, racconta Bächler. Tutti gli attori internazionali avevano idee diverse.
Accordo a Steckborn
L’accordo su un sistema federale ha messo Bächler e i suoi successori nella posizione di spiegare la democrazia federale della Svizzera. “Siamo riusciti a far discutere di temi come la partecipazione, la sussidiarietà e la struttura verticale dello Stato. Ho invitato più volte i maoisti in Svizzera per svincolare il loro concetto di federalismo da idee di stampo stalinista. A un certo punto ci sono arrivati da soli”, afferma Bächler.
>> L’anno scorso la Svizzera ha invitato esponenti politici dello Sri Lanka per illustrare loro il principio elvetico del federalismo. Qui il nostro articolo al riguardo:
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Il federalismo svizzero come modello per lo Sri Lanka?
Bishnu Sapkota racconta come sono andate le cose dopo la tregua. “Dopo la firma del Comprehensive Peace Agreement nel 2006, i due schieramenti hanno improvvisamente iniziato a discutere sull’interpretazione di ogni singolo punto”, ricorda.
Nel 2011 la sua organizzazione è riuscita a portare i negoziatori di entrambe le parti in Svizzera, a Steckborn, per una settimana. Il tema principale era la complessa e annosa questione della riabilitazione e dell’integrazione nell’esercito dei combattenti maoisti. Ma i negoziatori hanno discusso anche di tutte le forme di Governo, fino a che si è arrivati a un risultato condiviso. “A Steckborn è stato raggiunto in via informale l’accordo per la futura costituzione”, afferma Sapkota.
La mancata elaborazione giuridica della guerra civile
Bimala Rai Paudyal è stata ministra degli esteri del Nepal nel 2023. Ha lavorato nel Paese dal 2008 al 2014 per la cooperazione svizzera allo sviluppo. Questo è stato un periodo determinante per la sua identità e la sua carriera, scrive Paudyal in risposta alle domande di Swissinfo.
Tra l’altro perché l’approccio della DSC metteva al centro le persone che dovevano beneficiare dei progetti, ammettendo apertamente che nessun progetto era ugualmente accessibile a tutti. La politica ed esperta di sviluppo considera la pace in Nepal un “processo fatto in casa, di apprendimento attraverso la pratica”.
Un processo che tuttavia, come osserva, ancora non si è concluso. In particolare, per quanto riguarda l’elaborazione degli anni di guerra, c’è ancora molto da fare sul piano giuridico. Sebbene esistano leggi e commissioni per l’accertamento della verità e per le persone scomparse, l’attuazione è carente.
Secondo Paudyal, la volontà dei partiti politici è limitata. “Questo ha escluso le persone direttamente colpite dal conflitto dai benefici del processo di pace”, spiega. Ciononostante, il processo rappresenta “un moderato successo” se si paragona a quanto accaduto in altri Paesi.
Jürg Merz è oggi coordinatore per l’Asia dell’organizzazione per lo sviluppo Helvetas. Dopo la sua fondazione nel 1955, Helvetas ha avviato i suoi primi progetti in assoluto proprio in Nepal, nell’ambito della produzione di formaggio. Ancora oggi l’organizzazione svizzera è attiva in quel Paese.
Il Nepal riveste un ruolo speciale nella vita di Merz, arrivato nel Paese nel 1998: “La mia idea era di tornare a casa dopo 20 mesi. Ma alla fine sono rimasto quasi 20 anni.”
Il federalismo manca a livello provinciale
Gli anni della guerra hanno avuto una grande influenza su come “la gente pensa, su come la gente è”, afferma Merz. Nel corso del tempo, lavorando ai progetti, ha notato quanto sia importante che persone con background, prospettive ed etnie diverse lavorino insieme. “Questo crea una maggiore coesione, un radicamento più forte e un tessuto sociale più solido”, afferma.
Il Nepal è oggi un Paese con oltre 30 milioni di abitanti, appartenenti a più di 140 diverse etnie e caste. Negli anni in cui Merz era lì, è diventato uno Stato federale.
Ma per quanto riguarda il federalismo, c’è ancora del potenziale inespresso. “A livello comunale, secondo me il federalismo funziona bene. Anche il Governo centrale funziona. Ma a livello intermedio ci sono dei problemi”, dice Merz. Alle province mancano lobby, potere e risorse. “Dipendono dai trasferimenti finanziari del governo centrale”, spiega.
Per questo motivo, “oltre alla Svizzera ufficiale, anche Helvetas” collabora sempre più spesso con le province anziché con il Governo centrale. “Vogliamo rafforzare ulteriormente il federalismo e crediamo che sia possibile”, afferma Merz.
Le proteste della “Generazione Z” del 2025
Il processo di pace Nepal è considerato da molti un modello. Ma ci sono anche grossi limiti: il Paese è confrontato con difficoltà economiche ed emigrazione.
>> Il nostro articolo su cosa significa la migrazione lavorativa maschile per molte donne in Nepal:
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Le mogli degli emigrati nepalesi faticano a colmare il vuoto lasciato dai mariti e dallo Stato
Nel 2025 molti giovani hanno protestato contro la corruzione e il divieto dei social media. Nel corso delle proteste è stato dato fuoco anche al Parlamento. Oltre 70 persone sono state uccise. La BBC ha recentemente rivelato che c’era un ordine della polizia che invitava gli agenti a “ricorrere alla forza necessaria”.
Bishnu Sapkota afferma: “Dieci anni di rivolta, dieci anni tra il cessate il fuoco e la nuova Costituzione del 2015 e ora, durante i dieci anni trascorsi da allora, nella società si sono accumulate tanta rabbia e frustrazione.”
Nel 2026 è stato eletto un esponente della generazione dei “millennial” – dopo che per molto tempo le posizioni dominanti erano occupate da politici coinvolti nel processo di pace di vent’anni fa.
Secondo l’organizzazione statunitense “Freedom House”, negli ultimi vent’anni la libertà in Nepal è cresciuta in misura tale porre il Paese al secondo posto a livello internazionale nella classifica dei Paesi che hanno fatto passi avanti nella conquista di libertà democratiche. Un raro esempio di sviluppo positivo, evidenziata nel rapporto del 2026Collegamento esterno.
>> Secondo Freedom House, il Paese che ha registrato il miglior sviluppo a lungo termine è il Bhutan. Qui il nostro articolo sulla cooperazione internazionale in Bhutan:
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Come la Svizzera ha accompagnato il Bhutan nel percorso dall’assolutismo alla democrazia
A cura di David Eugster
Traduzione di Andrea Tognina
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