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Export armi importante per sicurezza della Svizzera

Keystone-SDA

Senza un allentamento delle regole sull'export di materiale bellico, la Svizzera perderà le tecnologie e il know-how di cui ha bisogno per garantire la propria difesa.

(Keystone-ATS) È il parere di un’alleanza di rappresentanti di UDC, PLR, il Centro e Verdi liberali, che invitano pertanto ad approvare la legge sulle armi, contro la quale è stato lanciato il referendum, in votazione il prossimo 29 di novembre.

Le nuove disposizioni

Secondo la nuova impostazione della legge, un gruppo di 36 Paesi occidentali potrà acquistare armamenti svizzeri con maggiore libertà rispetto a oggi: anche qualora fossero coinvolti in una guerra, la Svizzera potrà fornire loro materiale bellico. Rimangono escluse solo le nazioni che violano i diritti umani in modo grave e sistematico. Il Consiglio federale, inoltre, avrà un diritto di veto, ad esempio se ritenesse che tali esportazioni possano mettere in pericolo la neutralità.

Regole meno severe si applicherebbero anche alla riesportazione: in linea di principio, tutti i Paesi potranno in futuro trasferire liberamente a terzi gli armamenti acquistati in Svizzera (L’Ucraina è tuttavia esclusa, n.d.r). Il Consiglio federale potrà però imporre una garanzia che il materiale resti nel Paese acquirente, qualora nutrisse dubbi in relazione alla neutralità o agli interessi di politica estera e di sicurezza della Svizzera.

Un nuovo contesto geopolitico

La campagna a favore della rivista normativa di svolge sotto l’egida dell’Allenza Sicurezza Svizzera e dell’Unione svizzera degli imprenditori. I sostenitori giustificano la necessità di norme più flessibili per le esportazioni di armamenti col mutato contesto geopolitico. “Il Parlamento ha modificato la legge sul materiale bellico perché ci troviamo di fronte alla cruda realtà di un mondo in guerra”, ha dichiarato oggi davanti ai media il consigliere nazionale Reto Nause (Centro/BE).

Se la Svizzera vuole procurarsi materiale bellico, deve essere integrata nella catena del valore internazionale. Senza un adeguamento della legge sul materiale bellico, perderemmo le tecnologie e il know-how di cui il Paese ha bisogno per la propria difesa, ha sottolineato. “Attaccare fiori sull’elmetto forse andava bene a Woodstock”, ha aggiunto Nause, secondo cui il pacifismo dei critici “non aiuta i nostri figli e le nostre figlie nell’esercito”.

Non un assegno in bianco

Per il consigliere nazionale Michael Götte (UDC/SG), che ha voluto fugare i timori del comitato referendario, la legge menziona espressamente la neutralità come nuova possibilità di veto per il Consiglio federale: quest’ultimo potrà sempre rifiutare un’esportazione o richiedere una dichiarazione di non riesportazione qualora motivi legati alla politica di neutralità lo richiedessero. “Per questo motivo questa revisione non rappresenta un allontanamento dalla neutralità. Anzi, la rafforza”, si è detto convinto Götte.

Se il Consiglio federale dovesse decidere, come avviene oggi, solo in caso di conflitto e sotto la pressione internazionale e dei media, ciò indebolirebbe la neutralità. Per questo è giusto che il Consiglio federale possa ora decidere al momento della vendita.

Industria e impieghi a rischio

Per l’Alleanza, inoltre, un “no” all’agevolazione delle esportazioni metterebbe a rischio numerosi posti di lavoro. “Se le aziende si trasferiscono all’estero, si perdono anche i relativi posti di apprendistato nel settore tecnologico e i posti di lavoro altamente qualificati”, ha affermato l’ex diplomatica Monika Rühl, direttrice di Economiesuisse.

Stando alla consigliera nazionale dei Verdi liberali vodese, Céline Weber, negli ultimi anni anche diverse aziende specializzate nella ricerca e nello sviluppo hanno trasferito la propria sede all’estero. “Start-up e spin-off nel campo dell’intelligenza artificiale, dei droni e delle tecnologie informatiche sono state fondate direttamente all’estero”, ha rimarcato.

Anche dal punto di vista della politica di sicurezza, un rifiuto delle nuove norme sarebbe problematico, ha spiegato Heinz Theiler, deputato PLR di Svitto alla camera del popolo. “Nei prossimi anni investiremo miliardi nel nostro esercito. Sarebbe imprudente lasciare che, allo stesso tempo, l’industria che mantiene in vita questi sistemi vada in crisi”. Senza l’industria della difesa, il nostro esercito sarebbe una tigre di carta.

Durante il suo intervento, il consigliere nazionale del Centro vallesano Sidney Kamerzin ha sottolineato che le norme più flessibili in materia di esportazioni non significano un via libera senza condizioni. “Gli Stati che violano sistematicamente i diritti umani o utilizzano armi contro la propria popolazione civile continueranno a non ricevere forniture”.

Secondo Kamerzin, le agevolazioni in materia di trasferimento si applicano agli Stati con un sistema di controllo delle esportazioni comparabile, non al resto del mondo. Il controllo rimane. Tuttavia, il momento in cui viene effettuato tale controllo si sposta, passando dal momento del conflitto al momento dell’acquisto.

Attualmente, se un Paese confinante o partner viene attaccato, non riceve più né munizioni né pezzi di ricambio dalla Svizzera. E ciò che ha acquistato da noi, non ha il diritto di cederlo ai propri alleati. Le conseguenze sono disastrose, secondo il consigliere nazionale Sidney Kamerzin (Centro/VS): la Germania, la Danimarca, i Paesi Bassi e altri Stati non acquistano più nulla dalla Svizzera col risultato che alcune aziende hanno licenziato personale e delocalizzato la produzione all’estero.

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