Frank Gehry, così ho rifatto il museo di Filadelfia
(Keystone-ATS) Agli antipodi del Guggenheim di Bilbao o della Disney Hall di Los Angeles, di quelle svolazzanti vele di titanio che scintillano al sole come per prendere il volo: a Filadelfia, per uno dei suoi progetti più ambiziosik Frank Gehry si è “nascosto sotto le coperte”.
Il Philadelphia Museum of Arts ha riaperto oggi al pubblico dopo quattro anni di lavori che, sotto la direzione dell’architetto premio Pritzker, lo hanno smontato e ricostruito dall’interno dando ai suoi committenti quanto chiedevano: chiarezza, luce e spazio e un pizzico di Piranesi.
La scalinata di Rocky resta intatta, almeno per ora. E dal 2006 che il 92enne Gehry lavora al progetto dopo esser stato avvicinato dall’allora direttrice Anne D’Harnoncourt: “Ero a una mostra con Ellsworth Kelly e lei mi chiese se non avessi voluto fare qualcosa di completamente diverso da Bilbao, qualcosa che avrebbe potuto generare lo stessa ammirazione, ma lavorando sotto terra, da dentro l’edificio”. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Col solo rimpianto per l’architetto di aver demolito il banco dei visitatori dell’amico Robert Venturi all’ingresso principale: “Mi sono scusato con lui prima che ci lasciasse. Avrà capito, come capirò io se capitasse lo stesso ad uno dei miei edifici”.
Gehry ha lasciato che il museo gli guidasse la mano. L’edificio Beaux Arts disegnato negli anni Venti da Horace Trumbauer e l’afro-americano Julian Abele “aveva molto da offrire, ma era intasato da un auditorium centrale aggiunto nel 1959 che ostacolava la circolazione”, ha spiegato il premio Pritzker. Demolirlo è stato l’atto più coraggioso dell’intero progetto da 233 milioni di dollari: il museo ha guadagnato una “piazza” interna con soffitti di 12 metri che servirà, dopo la pandemia, a ospitare grandi eventi, mentre oggi i suoi spazi, a cui si accede con una scala a tre livelli ispirata alle incisioni di Piranesi, fanno cornice all’installazione “Fire (United States of Americas)” di Teresita Fernandez, una monumentale mappa decostruita degli Stati Uniti in cui ogni stato è un pezzo di carbone.
Con una collezione enciclopedica di 240 mila oggetti, il Philadelphia Museum of Arts si erge su una collina: un Partenone americano in stile Greek Revival nella prima capitale degli Stati Uniti. Per Gehry, il cui prossimo progetto ad aprire sarà il centro culturale Luma ad Arles quest’estate, è stato il secondo intervento su un edificio storico, dopo aver rimesso in ordine il Norton Simon di Pasadena. “E’ un architetto che capisce come funzionano gli edifici. Ha rinnovato lo spazio con un tocco contemporaneo rendendo omaggio alla visione di Trumbauer e Abele”, ha osservato il direttore del museo, Timothy Rub.
Il rispetto del linguaggio originale ha investito anche i materiali: il calcare dorato dei rivestimenti viene dalla stessa cava nel sud del Minnesota usata nell’edificio del 1928. Il tutto all’insegna della sostenibilità: l’edificio rinnovato offre novemila metri quadri di spazi in più, permettendo riallestimenti all’insegna dell’inclusione, ma una riduzione di un quarto dei consumi di energia.