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La lunga via della Siria verso la giustizia passa da Ginevra

Alcune persone esaminano documenti danneggiati mentre cercano i propri cari scomparsi nella prigione di Saydnaya, a nord di Damasco, capitale della Siria, il 15 dicembre 2024. La spettacolare liberazione dei prigionieri di Saydnaya è avvenuta poche ore dopo che il gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham e i suoi alleati hanno preso il controllo della vicina capitale l'8 dicembre, costringendo il presidente deposto Bashar al-Assad a fuggire dopo oltre 13 anni di guerra civile. (Foto di Aris MESSINIS / AFP)
Alla ricerca di tracce di persone scomparse nella prigione di Sednayah, a nord di Damasco, capitale della Siria, il 15 dicembre 2024. AFP

Le sparizioni forzate sono state una caratteristica del regime di Assad, caduto nel 2024. Quali sono le prospettive in materia di giustizia e in che modo possono essere d'aiuto le istituzioni delle Nazioni Unite a Ginevra?

Radwan Abdellatef
Radwan Abdellatef è tornato tre volte in Siria dalla caduta del regime di Bashar al-Assad. Courtesy of Radwan Abdellatef


Per più di un decennio, Radwan Abdellatif ha vissuto senza notizie certe sulla sorte di suo fratello. Samer Abdellatif è stato visto per l’ultima volta nel 2012, durante le proteste che contestavano il potere dell’allora presidente siriano Bashar al-Assad. Un compagno di detenzione ne ha segnalato la presenza a Sednayah, una prigione a nord di Damasco nota per le torture e le sparizioni.

“Il dossier dei detenuti scomparsi è dimenticato”, dice Abdellatif, mentre prepara la valigia per un ennesimo viaggio in Siria. Si trova in Giappone e a casa con lui ci sono i suoi figli.

Dal dicembre 2024, da quando Assad si è rifugiato in Russia, Abdellatif si è recato tre volte in Siria dal Giappone, dove vive da oltre dieci anni. Durante la sua prima visita, si è unito a migliaia di persone che setacciavano le celle sotterranee di Sednayah, in cerca di tracce di suo fratello. I registri della prigione, in parte bruciati, non hanno rivelato nulla: nessuna prova di ingresso o di uscita, e nessun certificato di morte.

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Samer è rimasto vittima di una sparizione forzata il 5 maggio 2012 a Palmira, nel centro del Paese. Le forze di sicurezza armate hanno fatto irruzione nella casa di famiglia durante la preghiera, dopo aver ricevuto segnalazioni sulla sua partecipazione a proteste antigovernative. Un ex detenuto ha confermato che Samer era vivo alla fine del 2012 e che era passato per la Sezione Palestina, un edificio a più piani dei servizi di sicurezza con celle sotterranee. Le autorità siriane non hanno mai confermato dove si trovasse.

Abdellatif è tornato altre due volte in Siria, nel dicembre 2024 e nel giugno 2025. Non ha trovato documenti pertinenti del 2012; i pochi registri che ha potuto consultare risalivano al 2016 e agli anni successivi. Molti manifestanti di Palmira non sono sopravvissuti. “Era come entrare in una tomba”, ricorda parlando di Sednayah.

Documentare le atrocità, raccogliere prove


La ricerca di Abdellatif illustra la più ampia posta in gioco negli sforzi nazionali e internazionali per documentare e perseguire i crimini commessi dal regime di Assad. Il sistema di repressione è iniziato sotto Hafez al-Assad dopo la sua presa di potere nel 1970 ed è proseguito con suo figlio Bashar, un riformatore formatosi in Occidente che si è alla fine rivelato spietato quanto il padre.

I crimini dell’era Assad sono andati avanti per decenni. Sostenuto da un vasto apparato di sicurezza, il regime ha mostrato tolleranza zero per il dissenso. Le proteste iniziate nel 2011 per chiedere libertà, dignità e risposte sulla sorte delle persone scomparse sono state represse con una forza schiacciante, preparando il terreno a una rivolta armata che ha finito per coinvolgere anche diverse potenze straniere, su entrambi i fronti del conflitto.

Manifesti che segnalano la scomparsa di Samer Abdellatif
Manifesti che segnalano la scomparsa di Samer Abdellatif. Courtesy of Radwan Abdellatef

A partire dal 2011, cittadini e cittadine siriane, squadre di indagine internazionali, giornalisti ed esperti forensi hanno raccolto testimonianze, fotografie, registri di detenzione e immagini satellitari che documentano arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e uccisioni di massa.

Queste prove hanno dato impulso a casi storici in base al principio di giurisdizione universale in Europa, in particolare in Germania e Francia. Il Meccanismo internazionale, imparziale e indipendente (IIIM) con sede a Ginevra ha impiegato oltre otto anni per compilare quasi 300 terabyte di dati, comprese circa 62 milioni di foto ad alta risoluzione, poi messe a disposizione dei pubblici ministeri.

“La stessa popolazione siriana è stata tra le voci più attive e competenti nel chiedere l’accertamento delle responsabilità”, osserva il direttore dell’IIIM Robert Petit. Gran parte delle prove è stata raccolta a grande rischio personale. Stime prudenti suggeriscono che tra il 2011 e il 2024 oltre 500’000 persone siano state uccise e circa 150’000 siano state vittime di sparizioni forzate.

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Uno spaccato della violenza è emerso con i cosiddetti “File Caesar”. Decine di migliaia di fotografie, portate fuori dalla Siria da un fotografo militare – nome in codice Caesar – mostrano corpi emaciati e mutilati con evidenti segni di tortura in centri di detenzione e ospedali militari. Il più recente “Dossier Damasco” mappa le catene di comando. La cacciata di Assad ha permesso di accedere a documenti statali e a luoghi in cui sono state commesse atrocità, comprese fosse comuni, alimentando la speranza di ottenere risposte.

Piste siriane e internazionali verso l’accertamento delle responsabilità

Le nuove autorità siriane dichiarano di perseguire la giustizia, l’accertamento delle responsabilità e la riconciliazione. Hanno istituito numerosi enti, tra cui la Commissione nazionale per la giustizia di transizione, la Commissione nazionale per le persone scomparse e il Comitato nazionale indipendente d’inchiesta e accertamento dei fatti sulla violenza costiera. Le voci critiche sostengono che il processo escluda la società civile e che si concentri in modo limitato solamente sugli abusi del regime precedente.

Ginevra rimane centrale nello sforzo internazionale per l’accertamento delle responsabilità. La città ospita il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, l’IIIM, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta e l’Istituzione indipendente sulle persone scomparse (IIMP). L’IIIM, ad esempio, aiuta a trasformare la documentazione in casi giudiziari.

L’IIMP, guidato da Karla Quintana, ha invece un mandato umanitario di ricerca della verità. “Il nostro ruolo è chiarire la sorte e il luogo in cui si trovano tutte le persone scomparse in Siria… e sostenere le loro famiglie”, afferma. Il lavoro copre le sparizioni precedenti e successive al 2024, la detenzione arbitraria, i rapimenti e i casi legati alla migrazione.

Missione in Siria con Karla Quintana al centro, febbraio 2025
Missione in Siria con Karla Quintana (al centro della foto), febbraio 2025. IIMP Syria

“Le famiglie di tutta la Siria condividono una richiesta universale di verità”, aggiunge Quintana. Dalla caduta di Assad, l’IIMP ha inviato squadre a Damasco, ha dialogato con le autorità e la società civile, e ha aperto nuove linee d’indagine. Queste includono casi di bambini e bambine separati dalle loro famiglie dall’apparato di sicurezza del regime tra il 2013 e il 2018.

Il personale investigativo sta esaminando anche casi irrisolti di donne yazide rapite da jihadisti del sedicente Stato Islamico, che sfruttò il crollo dell’autorità statale per stabilire un autoproclamato califfato in alcune parti della Siria e dell’Iraq.

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Verità, giustizia e la lunga strada da percorrere

La giustizia di transizione in Siria si scontra con ostacoli legali e pratici. La Costituzione attuale non contiene disposizioni per perseguire crimini di guerra e contro l’umanità. “Nel diritto penale siriano non esiste il concetto di responsabilità della catena di comando”, spiega Petit. Il suo ufficio sta lavorando per stabilire una presenza formale e allo stesso tempo fornisce consulenza alle autorità siriane sulle strategie per la giustizia.

Petit sottolinea che una giustizia piena è spesso irraggiungibile dopo atrocità della portata di quelle vissute in Siria. Le famiglie potrebbero non conoscere mai il destino dei loro cari, ma la riconciliazione non può sostituire l’accertamento delle responsabilità. Il sistema giudiziario e i settori della sicurezza siriani necessitano di una trasformazione completa, in un contesto di collasso economico e istituzionale.

Robert Petit
Robert Petit è il direttore di Meccanismo internazionale, imparziale e indipendente (IIIM) incaricato di aiutare a indagare e perseguire ai sensi del diritto internazionale i responsabili dei crimini più gravi commessi nella Repubblica araba siriana. Helen James / SWI swissinfo.ch

“Quando si parla di mezzo milione di morti e più di 150’000 persone scomparse, cosa significa veramente giustizia?”, si chiede. “[Da parte delle autorità di Damasco] viene d’altronde una forte enfasi per un processo che sia guidato e gestito dalla Siria”.

I progressi sono graduali. A gennaio, l’IIIM ha ospitato a Ginevra una tavola rotonda con funzionari della giustizia siriana e procuratori internazionali per discutere dei procedimenti extraterritoriali. A febbraio, ha condotto la sua prima raccolta di prove in loco presso il centro di detenzione Al-Khatib di Damasco, documentando in collaborazione con il Governo siriano torture e condizioni disumane.

Abdellatif ha ormai moderato le sue aspettative. Un documento trapelato suggerisce che il certificato di morte di Samer sia stato emesso nel 2013 ma inserito nei registri cinque anni dopo, senza che la famiglia ne fosse informata. Ora, mentre ricostruisce un albergo a Palmira, sa esattamente di cosa ha bisogno per trovare pace.

“Ci devono essere processi per i criminali”, afferma. “E se abbiamo la certezza che una certa persona ha ucciso mio fratello, ovviamente voglio che sia processata”.

Testo riletto e verificato da Virginie Mangin

Traduzione di Marija Milanovic

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