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Quegli investimenti svizzeri nelle società che gravitano attorno all’ICE

JD Vance
Quali sono le banche svizzere che collaborano indirettamente con la polizia dell'immigrazione americana? Keystone/EPA/CRAIG LASSIG

Decine d'imprese gravitano attorno alla polizia dell’immigrazione statunitense (ICE), il cui budget è andato alle stelle dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. È persino diventata l’agenzia di sicurezza meglio finanziata degli Stati Uniti. Dallo scorso anno dispone di un budget annuo di 85 miliardi di dollari.

Tra le imprese che collaborano più strettamente con l’ICE figurano i due principali operatori di prigioni private e di centri di detenzione per migranti, GEO Group e CoreCivic. La prima fornisce anche servizi nell’ambito del cosiddetto “skip tracing”, ovvero la ricerca e la localizzazione di migranti.

Queste imprese sono accusate da anni di violazioni dei diritti umani, in particolare di costringere i detenuti a lavorare senza retribuzione, sotto coercizione, di limitare il loro accesso alle visite familiari o a una rappresentanza legale. Alcune banche, tra cui JP Morgan, si rifiutano dal 2019 di finanziare GEO Group e CoreCivic.

Investimenti svizzeri

Tra gli investitori di queste società figurano però diverse banche svizzere, a cominciare da UBS, con oltre 50 milioni di dollari di azioni (quasi il 3% del capitale di GEO Group). Per CoreCivic, la cifra raggiunge gli 8 milioni. Questi dati sono raccolti in una ricerca dell’ONG Break Free sugli investimenti delle banche svizzere nei fornitori dell’ICE.

Dalla ricerca emerge anche che la Banca nazionale svizzera (BNS) detiene azioni GEO Group per 5,5 milioni di dollari. Ha invece venduto tutte le sue partecipazioni in CoreCivic circa un anno fa. Secondo i dati di Break Free, figurano inoltre, con importi inferiori, la Banca cantonale di Zurigo (420’000 dollari per GEO Group e 480’000 dollari per CoreCivic) e Pictet (320’000 dollari per GEO Group, 250’000 per CoreCivic).

Un’iniziativa presso l’OCSE

Questi investimenti erano già stati criticati nel gennaio 2024. Diverse ONG hanno presentato una richiesta di mediazione presso l’OCSE riguardante UBS, la BNS e due banche britanniche, HSBC e Barclays. Ritenevano che UBS e BNS non avessero rispettato i principi di condotta responsabile delle imprese, perché non avevano utilizzato la loro partecipazione per fare pressione sulle società coinvolte affinché ponessero fine alle violazioni dei diritti umani.

UBS e la BNS avevano rifiutato la mediazione, la BNS sostenendo di non essere un’impresa e di non essere quindi soggetta a questo arbitrato, UBS affermando che si tratta d’investimenti passivi. Il Punto di contatto nazionale per una condotta aziendale responsabile (PCN), sezione della Segreteria di Stato dell’economia che vigila sul rispetto dei principi dell’OCSE, non si è espresso sulla BNS. In ottobre, tuttavia, ha raccomandato a UBS di verificare se tali investimenti fossero realmente compatibili con il suo codice di condotta aziendale.

Investimenti effettuati dalla clientela

La Banca nazionale non ha voluto rilasciare commenti. Gli ultimi dati disponibili risalgono alla fine di settembre, quindi è possibile che abbia venduto nel frattempo le sue azioni GEO Group, come ha fatto per CoreCivic. Interpellata dalla Radiotelevisione della Svizzera romanda RTS a proposito, non ha risposto.

UBS, dal canto suo, sottolinea che non è la banca bensì i suoi clienti a investire in queste imprese. Aggiunge che si tratta d’investimenti passivi, ovvero fondi d’investimento la cui composizione non viene scelta dall’istituto, in quanto riproducono nella loro interezza gli indici di borsa, senza eccezioni. Pictet e la Banca cantonale di Zurigo si giustificano in modo analogo, precisando di non investire affatto in queste imprese con fondi propri. Tutte e tre le banche, insomma, tengono a chiarire: sono i clienti a investire, non loro.

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