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Kalashnikov ebbe crisi coscienza prima di morire

(Keystone-ATS) In tutta la sua vita non era mai stato sfiorato dai rimorsi, ma pochi mesi prima di morire Mikhail Kalashnikov, padre del leggendario fucile d’assalto sovietico Ak-47 (più noto col nome del suo artefice), fu morso da scrupoli di coscienza per l’uso che era stato fatto della propria invenzione. Lo attesta una lettera da lui scritta al patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill lo scorso aprile.

“Il mio dolore spirituale è insopportabile. Mi faccio sempre la stessa domanda, alla quale non trovo risposta: se il mio mitra ha tolto la vita a così tante persone, significa che anch’io, Mikhail Kalashnikov, 93 anni, figlio di una contadina, cristiano ortodosso, sono colpevole della loro morte, anche se erano nemici?”, si chiede nella missiva vergata a mano e pubblicata ora da Izvestia, quotidiano vicino al Cremlino. Immediata e assolutoria fu tuttavia la risposta della Chiesa ortodossa russa: “La Chiesa ha una posizione molto precisa: se un’arma serve a difendere la patria, la Chiesa appoggia sia i suoi artefici sia i militari che la usano. Lui inventò questo mitra per la difesa del proprio Paese, non perché lo usassero i terroristi dell’Arabia Saudita”, ha spiegato il diacono Aleksandr Volkov, portavoce del Patriarca, sottolineando che Kirill aveva replicato in questo senso alla lettera, definendo Kalashnikov come “esempio di patriottismo”.

Eroe della Russia e ancor prima due volte eroe del lavoro socialista in Urss, Kalashikov era diventato un’icona del Paese, insieme alla sua arma, diventata la più venduta e popolare al mondo, utilizzata dagli eserciti di 55 paesi ma anche da innumerevoli formazioni di guerriglieri e terroristi. “Non è colpa mia se oggi tali armi vengono usate là dove non si dovrebbe usarle. La colpa è dei politici, non dei costruttori. Io ho creato armi per la difesa dei confini della patria”, si era sempre giustificato Kalashikov, che aveva creato l’Ak-47 nel dopoguerra, dopo l’esperienza della Seconda guerra mondiale contro gli invasori nazifascisti. Poi, alla fine della sua vita, lui, educato all’ateismo nei tempi sovietici, si era avvicinato alla fede: abbracciando a 91 anni i “sacri misteri di Cristo”, aiutato “da Dio e dagli amici”, come confessa nella lettera. Si era battezzato, aveva fatto la comunione.

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