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Wildheuer, i falciatori che sfidano il vuoto sopra il lago di Brienz

persone falciano su un pendio
Non è affatto semplice restare in piedi su un pendio brandendo contemporaneamente la falce. Ci vogliono forza, resistenza, pratica… e dei ramponi. Thomas Kern / SWI swissinfo.ch

Falce, cote, erba e pareti a strapiombo. Sopra il lago di Brienz, nel canton Berna, cinque amici tornano ogni estate a Teni per vestire per alcuni giorni i panni dei Wildheuer, i falciatori che da secoli sfidano i pendii più impervi per raccogliere il fieno selvatico. Dopo il suo declino, da quasi tre decenni questa attività sta vivendo una rinascita grazie alla crescente consapevolezza per la biodiversità e il paesaggio alpino.

Fuori, la notte sta lentamente cedendo il passo al giorno. Le prime luci dell’alba filtrano attraverso i tronchi della baita in montagna. In silenzio, Reto, Thomas, Christof e Tom sgusciano dai loro sacchi a pelo e lasciano il giaciglio sul fieno. Sulla soglia vengono accolti dalla corona di montagne dell’Oberland bernese e, in basso, dal blu cobalto del lago di Brienz.

Siamo a Teni, sopra il comune di Ringgenberg, nel Canton Berna. La semplice baita, a 1’600 metri sul livello del mare, li ospiterà per i prossimi cinque giorni. I quattro amici l’hanno raggiunta il giorno prima, appesantiti da sacchi carichi di provviste e acqua. Si sono arrampicati fin lassù seguendo un sentiero ripido e tortuoso, superando il Graaggetor, una porta naturale nella roccia, e inerpicandosi lungo le balze che dominano il lago di Brienz. C’è un dettaglio che li distingue dai normali escursionisti: ognuno porta con sé una falce.

vista su lago
La vista dal rifugio Teni verso il Lago di Brienz in direzione di Bönigen (Berna). Thomas Kern / SWI swissinfo.ch

Reto, Thomas, Christof, Tom e Fritz, che quest’anno raggiungerà il gruppo più tardi, sono falciatori, i cosiddetti Wildheuer. Per una manciata di giorni vestono i panni di queste figure leggendarie che da secoli, in Svizzera e in altre regioni alpine d’Europa, sfidano la verticalità di pendii erbosi sospesi sopra pareti strapiombanti per raccogliere fieno selvatico (Wild significa selvatico e heu fieno). “A riportarci quassù ogni anno sono il fascino della tradizione, il contatto diretto con la natura, il desiderio di lasciare per alcuni giorni la frenetica quotidianità e l’amicizia che si è rafforzata lavorando assieme”, racconta Reto.

Dove un passo falso può essere fatale

L’alba promette bene a Teni. Poche nuvole si attardano in cielo dopo la pioggia della sera precedente. Uno dopo l’altro, i quattro amici si caricano la falce in spalla, agganciano il portacote ai pantaloni e imboccano un breve sentiero per raggiungere il prato da falciare. Agli scarponi hanno fissato dei ramponi: scivolare quassù potrebbe essere fatale. Subito sotto la fascia erbosa si apre infatti una parete di roccia di quasi cento metri d’altezza.

Nelle ultime settimane, nei cinque amici è cresciuta la trepidazione per il ritorno quassù: una sorta di chiamata verso Teni. Finalmente il suono della cote sulla lama della falce mette fine all’attesa. Thomas ravviva il filo e, dopo una rapida occhiata al terreno, comincia. Falciata, passo, falciata, passo. Sembra di assistere a una danza tra lui e la falce, interrotta di tanto in tanto per affilare la lama. Reto, Christof e Tom fanno la stessa cosa.

Continuano così fino all’ora di colazione e poi fino a mezzogiorno, quando la rugiada mattutina è ormai evaporata e l’erba è troppo secca per essere falciata. Vanno avanti e indietro lungo il pendio. Come la spola di un telaio, disegnano una trama regolare sul prato, ormai denudato, fatta di lunghi cumuli d’erba orizzontali. A volte si fermano a guardare il paesaggio circostante e a far riposare le braccia. La fronte e la schiena sono madide di sudore. Di solito siedono in ufficio davanti a un computer, magari con un caffè fumante sulla scrivania. Ora hanno nel naso il profumo dell’erba bagnata e delle piante aromatiche. E nelle orecchie i suoni dei Wildheuer. “Mi emoziona il battere regolare del martello sulla falce per rifare il filo, il suono della falciata e quello della cote quando si affila la lama”, racconta Tom.

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Quando il fieno valeva una fortuna

Quello che oggi per Reto, Thomas, Christof, Tom e Fritz è un hobby e un modo per salvaguardare una tradizione secolare, un tempo era un’attività indispensabile per le famiglie di contadini di montagna. “Nella prima metà del XVII secolo si diffuse la produzione di formaggi duri, che venivano venduti in Lombardia. Il fieno, indispensabile per foraggiare il bestiame durante l’inverno, divenne una risorsa talmente preziosa da assumere talvolta il valore di una vera e propria moneta di scambio”, spiega la geografa e giornalista Elsbeth Flüeler, autrice di un libro sui Wildheuer del Canton Nidvaldo.Collegamento esterno “E così, il Wildheu, anche se più magro del fieno dei prati nel fondovalle, diventò vieppiù prezioso e conteso”.

Quando i ripidi prati in quota, le cosiddette “Plangge” non appartenevano a privati, ma a corporazioni o cooperative, il loro utilizzo era regolato in modo molto preciso: le superfici potevano essere messe all’asta, assegnate in modo stabile, sfruttate per diritto consuetudinario oppure sorteggiate. In alcuni luoghi, la competizione per i prati migliori poteva sfociare addirittura in conflitti. “Nella valle di Erstfeld, nel Canton Uri – ricorda Flüeler – queste dispute sono passate alla storia come ‘guerre delle falci’ “.

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Non si tratta solo di mantenere una tradizione: curare i prati secchi significa anche preservare degli ecosistemi ricchi di biodiversità. Tom Friedli

Tra la fine del XIX e il XX secolo, la raccolta di fieno selvatico persero gradualmente importanza, soprattutto a causa dei cambiamenti economici e sociali che trasformano l’agricoltura alpina. “L’avvento della ferrovia, con la conseguente apertura ai mercati e la crescente concorrenza, mise sotto pressione le economie di montagna”, spiega la geografa. Più tardi, con l’industrializzazione, molte persone abbandonarono il mondo agricolo per un lavoro salariato nelle fabbriche. “Vennero così a mancare – continua Flüeler – le braccia necessarie per un’attività molto faticosa e impegnativa”.

Una cultura che torna a vivere

Dalla fine del XX secolo, la fienagione selvatica ha riacquistato importanza in diversi Cantoni alpini, soprattutto nella Svizzera centrale. A favorirne il ritorno sono il drastico calo della biodiversità e la crescente consapevolezza del valore ecologico di queste superfici che, a differenza di quelle sfruttate in modo intensivo nel fondovalle, sono ricche di specie di insetti e fiori.

In Svizzera crescono spontaneamente circa 75 specie di orchidee, 58 delle quali nel Canton Berna. Molte sono rare o minacciate e reagiscono in modo sensibile ai cambiamenti del loro habitat. Nell’Oberland bernese, circa il 25% delle specie di orchidee originariamente presenti è estinto o minacciato.

Nei prati magri di montagna, l’abbandono dello sfalcio favorisce la formazione di uno spesso strato d’erba che fa diminuire rapidamente la biodiversità.

Per preservare le orchidee è quindi importante continuare a falciare, ma solo dopo la dispersione dei semi. A Teni, le superfici vengono falciate a rotazione, circa una volta ogni tre anni, così da favorire la crescita delle orchidee.

Una parte di queste aree è stata così inserita nell’inventario federale dei prati e dei pascoli secchiCollegamento esterno di importanza nazionale. La loro gestione a favore della biodiversità viene inoltre sostenuta da contributi cantonaliCollegamento esterno e federaliCollegamento esterno, un incentivo economico importante per tornare a sfruttare queste superfici. Un altro motivo è la prevenzione delle valanghe: l’erba alta piegata e schiacciata dalla neve può infatti favorire lo scivolamento del manto nevoso.

Ballen Transport
Le fatiche non sono finite: una volta falciato, il fieno va portato a valle. Tom Friedli

“La fienagione selvatica è più di una tradizione: è una cultura, con un linguaggio, pratiche e simboli propri. È un elemento identitario”, evidenzia la ricercatrice. “Questa cultura ha lasciato tracce profonde anche nel paesaggio. Oltre ai prati ricchi di specie, ci sono le infrastrutture come i fili sospesi sui pendii per trasportare a valle il fieno o le piccole baite nascoste nel territorio”. Attorno al Wildheuen si sono poi sviluppati anche rituali e consuetudini familiari. E così questa attività è diventata quasi un rito comunitario. “In molti casi, allo sfalcio e al raccolto partecipano amici e conoscenti”, spiega Flüeler.

Negli ultimi cinquant’anni anche la fienagione selvatica si è fortemente meccanizzata. Alla falce si sono affiancate motofalciatrici appositamente adattate ai pendii. Inoltre, vengono impiegati soffiatori e altri macchinari, come i voltafieno Twister, che facilitano e rendono più rapida la raccolta del fieno rispetto al lavoro tradizionale con rastrello e forca.

A essere cambiato è anche il trasporto: grandi reti, capaci di contenere 15 o più balle di fieno, vengono portate a valle in elicottero, sostituendo in molti luoghi i tradizionali fili sospesi.

I Wildheuer di Teni hanno scelto di rinunciare alle falciatrici meccaniche e ai soffiatori e di non trasportare il fieno in elicottero. Il loro obiettivo è conservare questa pratica nella sua forma più tradizionale e originale.

Le famiglie di contadini di montagna apprezzano inoltre la qualità di questo foraggio ricco di fibre e di erbe aromatiche. “Le allevatrici e gli allevatori usano questo fieno in modo mirato durante l’inverno: lo danno alle bestie all’inizio per stimolare la digestione e alla fine, quasi fosse un dessert, anche perché gli animali ne sono molto golosi”.

Intanto, a Teni, per Reto, Thomas, Christof, Tom e Fritz il lavoro è appena cominciato. A sostenerli c’è anche Werner, padre di Reto e Thomas. Svolge vari lavori attorno alla baita e si occupa della logistica, portando viveri, acqua, le reti per il fieno e i ganci fino all’alpe situata sul versante opposto del Brienzergrat.

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Viaggio di rifornimento. Con l’apposita autorizzazione è possibile raggiungere in auto un alpeggio situato sotto l’Hardergrat. Werner Steiner, insieme al nipote, porta acqua potabile, provviste alimentari e i teli per avvolgere il fieno essiccato. Thomas Kern / SWI swissinfo.ch

Una volta falciata, l’erba dovrà asciugare al sole. I cinque la gireranno da una a due volte, poi il fieno essiccato verrà raccolto in reti da trasporto, chiamate “Seiltücher”. Le carghe di fieno pesano dai 40 agli 80 chilogrammi. Gli amici dovranno caricarsi la ventina di pesanti fardelli sulle spalle e percorrere il sentiero fino alla baita: un’attività che richiede forza e agilità. Infine, inizierà il momento più spettacolare: il trasporto del fieno fino al fondovalle tramite fili sospesi sopra le pareti rocciose e il bosco. Dopo essere stato agganciato al cavo, il carico prenderà velocità e il filo di ferro inizierà a vibrare, emettendo una specie di canto. Per Reto, Thomas, Christof, Tom, Fritz e Werner sarà uno dei momenti più intensi ed emozionanti dei cinque giorni trascorsi nei panni dei Wildheuer. Un’emozione che li richiamerà, anche il prossimo anno, a Teni.

Articolo a cura di Daniele Mariani

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