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Per una migliore convivenza tra l’islam e la società

Uno studio del Fondo nazionale aveva messo in evidenza nel 2009 che la maggior parte degli imam in Svizzera non padroneggiano le lingue nazionali. Keystone

I primi corsi di formazione per gli imam in Svizzera potrebbero iniziare in autunno all’università di Friburgo. Una seconda conferenza nazionale tenutasi di recente nella città svizzero-francese ha permesso di fare passi avanti. Restano però molti interrogativi aperti, in particolare sul contenuto dei corsi.

«Il progetto entra nella fase operativa», si rallegra Antonio Loprieno, direttore dell’università di Basilea, che per due anni ha presieduto il gruppo di lavoro denominato “Programmi di formazione per gli imam e gli insegnanti di religione islamica”. Nonostante i timori manifestati da alcuni oppositori, la conferenza nazionale tenutasi lo scorso 13 marzo a Friburgo ha permesso di trovare un terreno d’intesa.

«Sono felice di constatare che è stato fatto un grande passo in avanti», ha confermato Hicham Maizar, responsabile della Federazione delle organizzazioni islamiche in Svizzera e attuale presidente del Consiglio svizzero delle religioni. È da oltre cinquant’anni che i musulmani vivono in Svizzera. Dobbiamo creare dei ponti tra loro, la società e le autorità locali. Fin dall’inizio abbiamo puntato sull’arma del dialogo, che il centro cercherà di promuovere. Vogliamo mostrare che si può essere svizzeri e allo stesso tempo musulmani».

Dal canto suo, Guido Vergauwen – rettore dell’università di Friburgo, che ospiterà il centro – vorrebbe lanciare i primi corsi già in autunno. La formazione continua invece inizierà probabilmente nella primavera del 2015.

Anche il responsabile dell’educazione pubblica di Friburgo, Jean-Pierre Siggen, si è detto soddisfatto. Sostenendo il centro, ha voluto incoraggiare il dialogo interreligioso. E dal suo punto di vista, «l’università offre in questo senso un contesto ideale».

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Le università aprono le porte all’islam

Questo contenuto è stato pubblicato al La nuova proposta formativa dell’ateneo friburghese non ha raccolto solo consensi. Alcuni politici hanno denunciato la cattiva gestione del denaro pubblico, temendo inoltre la perdita del carattere cristiano dell’Università dei cattolici svizzeri. Il professore di teologia e rettore dell’Istituto di studi ecumenici dell’Università di Friburgo Guido Vergauwen risponde alle critiche. Sylvia Stam: Il nuovo corso…

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Paura di derive integriste

Ciò nonostante, le voci critiche non sono mancate. Tra queste quelle dei parlamentari dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) e del Partito popolare democratico (PPD) friburghesi, che prima della conferenza nazionale avevano chiesto al governo cantonale di spingere l’università a rinunciare al progetto. Per Roland Mesot, presidente della sezione cantonale dell’UDC, «non si sa bene cosa sarà insegnato in questo centro. Le correnti integriste potrebbero approfittarne».

«È improbabile che l’integrismo si faccia largo in seno a un’università che ha una lunga tradizione liberale, ha risposto Antonio Loprieno. Un centro come questo potrebbe invece promuovere un’interpretazione sull’islam in accordo con i nostri valori».

Da notare che all’origine del progetto vi è uno studio del Fondo nazionale per la ricerca scientifica, condotto  nel 2009 e denominato “Collettività religiose, Stato e società”. Il rapporto aveva mostrato che «la maggior parte degli imam e degli insegnanti d’islam non padroneggiano le lingue nazionali e non conoscono la società elvetica, la sua cultura e le sue leggi». Oltre 150 imam officiano attualmente nelle moschee in Svizzera. Provengono dai Balcani, dalla Turchia, dal Nord Africa o dal Medio Oriente. Una loro formazione si rivela dunque necessaria, secondo i ricercatori. Un parere condiviso anche dal rettore dell’ateneo di Friburgo, che intende gettare un ponte tra la minorità musulmana e la società svizzera.

Antonio Loprieno

È improbabile che l’integrismo si faccia largo in seno a un’università che ha una lunga tradizione liberale

Le opinioni divergono

Hans-Jörg Schmidt, esperto tedesco e responsabile del progetto, la pensa però altrimenti. Secondo lui, l’espressione “islam e società” non riflette il contenuto del programma di formazione. «L’islam non vive a margine della società, ma ne fa parte. Nell’ambito di questa formazione non vogliamo che l’islam diventi un oggetto scientifico, ma che i musulmani diventino attori della scienza».

I pareri sono diversi anche in seno al gruppo di lavoro incaricato dei programmi di formazione, di cui fanno parte accademici, imam e rappresentanti della società civile.

Per gli imam e le organizzazioni islamiche, l’importanza di questa formazione risiede nel fatto che «l’islam in Svizzera è diventato una sfida per lo Stato e la società e la laicità una sfida per i musulmani», afferma Hicham Maizar. Lo scopo dell’istituto è dunque quello di trovare un modus vivendi per proteggere gli interessi degli uni e degli altri. Secondo Maizar, la formazione dovrebbe rivolgersi agli imam, ma anche agli insegnanti delle scuole pubbliche e agli operatori sociali attivi negli ospedali, nelle prigioni e nelle case per anziani.

Nel mondo accademico, invece, la priorità è quella di creare un nuovo cursus che si differenzi dall’esperienza tedesca, fondata su studi coranici, l’etica e la sharia, ma anche dall’esperienza universitaria islamica tradizionale, che manca di spirito critico. Per Reinhard Schulze, professore all’istituto di studi islamici a Berna, «il centro deve promuovere un discorso islamico che non sia prigioniero di un sistema».

Anche tra i rappresentanti della società civile, c’è chi ha insistito sulla necessità di favorire un «pensiero critico», come ad esempio Rifa’at Lenzin, membro della Commissione federale contro il razzismo, e Bashkim Ihsani, ricercatore all’università di Losanna. Stando a quest’ultimo, il centro dovrebbe mettere l’accento anche sul tema dell’immigrazione e dell’integrazione dei musulmani e «riflettere sulla diversità culturale e linguistica dei musulmani in Svizzera».

Nonostante l’abbondanza di proposte, la conferenza del 13 marzo non è riuscita a risolvere tutte le questioni ancora aperte. Chi finanzierà la formazione? Quale futuro professionale avranno gli imam e le altre persone che seguiranno questi corsi? Chi pagherà i loro salari? Per rispondere a queste e ad altre domande ci vorrà forse un terza riunione, come alcuni l’hanno già suggerito.

Durante la conferenza, il rettore dell’università ha enumerato le priorità seguenti:

  • Mantenere il dialogo con le organizzazioni e le associazioni islamiche in seno alla Confederazione.
  • Informare l’opinione pubblica e mantenere il dialogo con promotori e oppositori al progetto.
  • Identificare le opportunità e i possibili partner
  • Nominare un coordinatore del progetto
  • Istituire una struttura e una direzione interne

Secondo Antonio Loprieno, rettore dell’università di Basilea, il finanziamento sarà assicurato dall’università di Friburgo, dalla Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione e da altri istituti partner.

Potrebbe inoltre essere creato un organismo civile per raccogliere le donazioni pubbliche e sostenere in questo modo il Centro svizzero per l’islam e la società.

(Traduzione dal francese, Stefania Summermatter)

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