

Oggi in Svizzera
Care svizzere e cari svizzeri all’estero,
"Sì" alla carta d’identità elettronica e all’abolizione del valore locativo: è quanto emerge dal primo sondaggio SRG SSR in vista della votazione del 28 settembre. Tuttavia, la campagna elettorale è appena iniziata.Continua inoltre la controversia sull’acquisto di nuovi jet da combattimento. Si discute anche di un eventuale prolungamento dell’impiego degli attuali velivoli. Infine: il responsabile svizzero dell’Agenzia ONU per il soccorso ai profughi palestinesi (UNRWA) ha annunciato le proprie dimissioni.
Cari saluti da Berna,

Per i due oggetti in votazione federale il 28 settembre si delinea un doppio “sì”. Fatto sorprendente: le svizzere e gli svizzeri all’estero mostrano meno sostegno all’e-ID.
Nel primo sondaggio di tendenza SRG SSR, l’abolizione del valore locativo raccoglie il 58% dei consensi. Il progetto sull’e-ID sarebbe approvato dal 60% dell’elettorato se si votasse oggi. Le svizzere e gli svizzeri all’estero si mostrano più prudenti: solo il 52% delle persone emigrate si dice favorevole.
Questo scetticismo sorprende, poiché l’Organizzazione degli svizzeri all’estero (OSE) sostiene il progetto e ritiene che faciliterebbe l’accesso ai servizi amministrativi e l’introduzione del voto elettronico. “La prudenza delle svizzere e degli svizzeri all’estero potrebbe essere influenzata dalle esperienze con l’e-ID nel Paese in cui vivono”, ipotizza Martina Mousson, politologa dell’istituto gfs.bern, che ha condotto il sondaggio.
L’oggetto in questione riceve invece un chiaro sostegno da Partito socialista (PS, sinistra), Centro, Partito liberale radicale (PLR, destra) e Verdi liberali. Scettici invece gli elettori e le elettrici dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice). La campagna elettorale e la formazione dell’opinione sono però appena iniziate. L’elettorato, quindi, può ancora cambiare idea.

La Svizzera si trova in un vicolo cieco per quanto riguarda i costi aggiuntivi per l’acquisto dei nuovi jet da combattimento F-35. Esiste una via d’uscita?
Secondo un articolo del quotidiano svizzero-tedesco Blick, la Svizzera potrebbe mantenere più a lungo gli attuali F/A-18 e avrebbe così più tempo per valutare alternative al costoso F-35.
Il comandante delle forze aeree, Peter Merz, avrebbe ammesso in una seduta della Commissione sicurezza del Consiglio nazionale che si potrebbe “senza problemi” prolungare l’utilizzo degli F/A-18 fino al 2037. In questo modo ci sarebbe tempo sufficiente per esaminare un’alternativa europea ai jet da combattimento statunitensi F-35, ha riferito un membro della commissione.
Il Dipartimento federale della difesa (DDPS) ha reagito all’articolo di Blick con la seguente dichiarazione: “Senza la sostituzione di radar e sensori, e senza l’installazione di un computer più potente e ulteriori modernizzazioni, gli F/A-18 non sarebbero più all’altezza dei possibili jet da combattimento avversari.”
Nel frattempo, la Commissione di vigilanza del Consiglio nazionale sta valutando le responsabilità. L’ex ministra della difesa Viola Amherd ha parlato per anni di prezzi “garantiti in modo vincolante” per i nuovi jet. Secondo l’Aargauer Zeitung, anche lei rientra ora tra le numerose figure chiave coinvolte nell’acquisto dei jet che saranno convocate per chiarire l’origine dei costi supplementari. Questi, secondo il DDPS, ammontano a una cifra compresa tra 650 milioni e 1,3 miliardi di franchi oltre i 6 miliardi previsti.

Fine marzo 2026 è la data dell’addio. Lo svizzero Philippe Lazzarini, direttore dell’Agenzia ONU per il soccorso ai profughi palestinesi (UNRWA), lascerà l’incarico dopo due mandati.
Secondo quanto riportato dai quotidiani francofoni Le Temps e Le Courrier, l’attuale commissario generale dell’UNRWA ha risposto a una domanda sul suo futuro: “Due mandati, penso che siano sufficienti”.
A causa dell’attuale offensiva militare israeliana su Gaza, si è più lontani che mai da una soluzione a due Stati, ha dichiarato Lazzarini. La situazione umanitaria è catastrofica: un bimbo su tre a Gaza soffre di malnutrizione e, senza un aiuto rapido, molti bambini moriranno. “È un conflitto in cui presto avremo visto tutto, un mondo distopico”, ha detto Lazzarini.
L’agenzia è inoltre sottoposta a forti pressioni, poiché Israele accusa l’organizzazione di legami con gruppi radicali islamici e blocca i convogli umanitari. Diversi Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, hanno sospeso i versamenti, facendo precipitare l’UNRWA in una crisi finanziaria e ostacolando gravemente l’assistenza ai profughi.

La centrale nucleare di Gösgen resterà fuori servizio per altri sei mesi. La revisione annuale, inizialmente prevista per circa un mese, si è quindi notevolmente prolungata.
La riattivazione dell’impianto è prevista solo a fine febbraio 2026. Controlli approfonditi e interventi di rinforzo al sistema di alimentazione dell’acqua richiedono più tempo del previsto. Tuttavia, si esclude un danno grave. Secondo il Blick, una rottura delle tubature nella parte non nucleare dell’impianto può essere “praticamente esclusa” grazie al buono stato delle condutture, che dovrebbe garantire la sicurezza per i prossimi decenni.
Secondo quanto si legge su SRF News, l’impianto produce ogni anno circa 8 miliardi di chilowattora di elettricità, coprendo così circa il 13% del consumo energetico svizzero. Il fermo causa perdite finanziarie di diverse centinaia di milioni di franchi per le due aziende energetiche Alpiq e Axpo, che acquistano elettricità dalla centrale.
Anche la Città di Zurigo, in qualità di azionista, è coinvolta: tra gli acquirenti dell’energia prodotta a Gösgen figura anche l’Azienda elettrica della Città di Zurigo (EWZ). Solo a fine anno sarà possibile stimare l’impatto finanziario della chiusura, “quando saranno noti i costi operativi della centrale nucleare di Gösgen e i prezzi a cui abbiamo dovuto acquistare sul mercato”, ha dichiarato un portavoce, citato da Keystone-SDA.

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