"È banale dirlo, ma i Paesi sono condannati alla cooperazione"

Valentin Zellweger: "Meglio vanno i nostri vicini e il mondo, meglio va la Svizzera". © Keystone / Laurent Gillieron


L'ambasciatore Valentin Zellweger, capo della missione svizzera presso l'ONU a Ginevra, lascia il suo incarico a fine luglio per dirigere l'ambasciata svizzera in Kenya. Come vede il futuro di un multilateralismo scosso da tutte le parti e della piattaforma internazionale di Ginevra? Intervista.

Questo contenuto è stato pubblicato il 03 luglio 2020 - 17:00

Gli incontri con la stampa, che l'ambasciatore ha organizzato negli ultimi quattro anni prima delle sessioni del Consiglio dei diritti umani, hanno attirato un numero crescente di corrispondenti attivi al Palazzo delle Nazioni unite, ben oltre i media svizzeri. Valentin Zellweger sapeva trasmettere il clima, le linee di tensione delle relazioni internazionali per chiarire l'agenda del principale organo dell'Onu che si occupa di diritti umani.

Valentin Zellweger

Nato nel 1962 a Basilea e padre di due figli, Valentin Zellweger ha studiato diritto internazionale, prima di entrare, all'età di 35 anni, al servizio della diplomazia della Confederazione. Dopo un’esperienza presso la cooperazione allo sviluppo e la rappresentanza svizzera a Nairobi, Zellweger ha ricoperto diversi incarichi a Berna e a New York ed è stato capo di stato maggiore del primo presidente della Corte penale internazionale dell'Aia tra il 2003 e il 2007. Il 1° agosto 2016 il diplomatico basilese ha assunto il mandato di rappresentante permanente della Svizzera presso l'Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra.

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swissinfo.ch: Come valuta il suo ruolo di diplomatico svizzero durante questi quattro anni trascorsi a Ginevra – un periodo piuttosto turbolento a livello internazionale?

Valentin Zellweger: L'interesse della Svizzera è che il mondo continui a risolvere i problemi insieme. E il mezzo di questo dialogo è il multilateralismo. I valori contenuti nella Carta dell'ONU si riflettono pienamente nella Costituzione federale e negli obiettivi di politica estera della Svizzera.

Per un Paese come la Svizzera – che basa il suo benessere sul rispetto di regole comuni e che ha un'economia fortemente orientata all'esportazione – meglio vanno i nostri vicini e il mondo, meglio va la Svizzera.

Le grandi sfide del mondo non si fermano alle frontiere. È banale dirlo, ma i Paesi sono condannati alla cooperazione. È quindi nell'interesse della Svizzera promuovere questa cooperazione multilaterale, che si svolge soprattutto a Ginevra.

Come sono i rapporti tra tutti gli attori della Ginevra internazionale, anche a livello umano?

È un gruppo di attori sempre più integrati. Stanno lavorando per gli stessi obiettivi. Vi sono, naturalmente, diplomatici e funzionari di organizzazioni internazionali, ma anche accademici di fama mondiale (Politecnico federale di Losanna, Università di Ginevra, Istituto di alti studi internazionali e dello sviluppo) e rappresentanti del settore privato.

Ciò che distingue la Ginevra internazionale è questa volontà di cooperare tra questi diversi settori, questa crescente abitudine a dialogare tra loro al di là degli ambiti più immediati. A New York, dove ho puro lavorato, troviamo la stessa diversità di attori, ma non vi è uno scambio come a Ginevra.

Questo è uno dei fattori che determineranno il futuro della Ginevra internazionale, poiché tutti questi attori potranno risolvere i problemi che abbiamo di fronte. 

C'è chi critica la socievolezza che circonda la vita diplomatica ginevrina. Ma non è essenziale per favorire questa integrazione tra i diversi attori della Ginevra internazionale?

Abbiamo lavorato durante la crisi del coronavirus senza la possibilità di incontrarci fisicamente. Abbiamo avuto contatti solo per telefono o in videoconferenze. Non era più possibile avere scambi informali e confidenziali. Questo è un grave impedimento al nostro lavoro diplomatico.

Quando siamo invitati a ricevimenti, a riunioni informali, è sempre a scopo professionale. Partecipo con un elenco di questioni e contatti, con obiettivi specifici. Questi incontri sono preziosi per la mia attività, come l’ho capito di nuovo dopo tre mesi di confinamento.

Lei parte da Ginevra per Nairobi, in qualità di ambasciatore della Svizzera in Kenya. Cosa la rende entusiasta di tornare nella capitale dove ha iniziato la sua carriera diplomatica?

Ci sono stati molti cambiamenti negli ultimi 25 anni, quando sono stato a Nairobi per la prima volta. E c'è stato anche un grande cambiamento nella nostra percezione dell'Africa. Ora vediamo il continente come un partner forte, importante e pieno di potenzialità. L'età media nella maggior parte dei paesi dell'Africa subsahariana è di circa 20 anni, la media più bassa di tutti i continenti.

A Nairobi, ci sono sviluppi molto interessanti in campo digitale. Il Kenya è una delle nazioni leader nel campo della tecnologia finanziaria. Ci vado con questo spirito di scoperta di un'Africa con la quale vogliamo rafforzare i legami, creare partenariati e risolvere insieme i problemi, come la gestione di Covid-19, che finora ha colpito l'Africa subsahariana meno di altre regioni del mondo. 

Lei è un osservatore privilegiato dell’evoluzione del mondo. Da diversi anni le giovani generazioni si mobilitano in molti Paesi per protestare contro la violenza contro le donne, i danni ambientali e il razzismo. Questa emergenza, che sembra essere un processo a lungo termine, non è un'opportunità insperata per le Nazioni Unite?

Non credo che ciò costituisca una rivelazione agli occhi dell'ONU. Dimostra che l'ONU si concentra sulle questioni più importanti per gli esseri umani, vale a dire la sicurezza, il benessere economico e i diritti umani. Si tratta di una triade di valori che l'ONU ha sostenuto fin dall'inizio. Tutti i movimenti da lei citati – a cui aggiungerei la questione della giustizia sociale – dimostrano che l'ONU pone le giuste domande e si schiera a favore dei giusti valori. Questi movimenti infatti rafforzano il lavoro delle Nazioni Unite.

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