Un accordo inaccettabile … a cui non si potrà sfuggire

Decine di banche svizzere sono finite nel mirino dell'autorità fiscale ameicana (IRS) per aver aiutato migliaia di clienti ad evadere il fisco degli Stati uniti Keystone

“Un ordine di marcia”, “una cambiale in bianco per gli americani”, “una vergogna”: la stampa elvetica critica duramente l’accordo raggiunto dal governo svizzero con l’amministrazione americana per porre fine al contenzioso fiscale. Per i commentatori, non vi è però altra scelta.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 maggio 2013 - 09:39
swissinfo.ch

“Non si poteva ottenere di più” dagli Stati uniti, sostengono il Tages-Anzeiger e il Bund, secondo i quali il governo svizzero aveva ricevuto un’offerta dall’amministrazione americana, che “non poteva respingere”. Se il Consiglio federale avesse rifiutato di firmare l’accordo proposto da Washington, “gli americani avrebbero potuto distruggere, in caso estremo, la Banca cantonale di Zurigo o quella di Basilea”.

Le due banche figurano tra le quattordici sotto inchiesta negli Stati uniti, per aver aiutato migliaia di clienti statunitensi ad evadere il fisco. Numerosi altri istituti finanzari rischiano di ritrovarsi nel mirino della giustizia americana. Il governo vuole quindi accordare a tutte le banche il diritto di fornire a Washington le informazioni richieste sulle attività dei loro collaboratori negli Stati uniti, affinché possano raggiungere degli accordi individuali con le autorità americane, ricordano i due giornali nel loro commento comune.

“Sì può essere ora indignati. Su pressione degli americani, il Consiglio federale rinuncia – per legge – ad applicare il diritto svizzero. E il parlamento sarà chiamato a dire di sì, con una procedura d’urgenza, senza nemmeno conoscere i dettagli di questo accordo. Ma al tavolo dei negoziati non sedevano due interlocutori altrettanto forti”, rilevano ancora il Tages-Anzeiger e il Bund.

Muscoli di acciaio

“Sono gli Stati uniti a dettare le regole del gioco”, constata anche la Neue Zürcher Zeitung, per la quale il governo svizzero ha praticamente ricevuto “un ordine di marcia da Washington”. Ma, se le autorità americane “hanno utilizzato ancora una volta i loro muscoli di acciaio, la colpa va ricercata presso le stesse banche”. Dopo i problemi avuti dall’UBS con le autorità americane, “anche i più cocciuti rappresentanti del settore bancario svizzero avrebbero dovuto capire che non si scherza con Washington e che la gestione di fondi non dichiarati al fisco non poteva più essere il modello di affari del futuro”.

A detta del foglio zurighese, la soluzione presentata dalla ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf, per risolvere la vertenza, è però “discutibile da vari punti di vista”. In primo luogo non è accettabile che la Svizzera debba adottare cambiamenti legali in tempi così brevi. La nuova legge dovrà entrare in vigore già il 1° luglio. Per il parlamento, chiamato a ratificarla in tempi così brevi, “si tratta di un vero e proprio esercizio di funambolismo ad alta quota”.

Inoltre, aggiunge la Neue Zürcher Zeigung, in base alle conoscenze attuali non è ancora chiaro se la soluzione proposta dal governo svizzero permetterà di porre veramente fine a questa vertenza. “È onorevole il fatto che il governo elvetico cerchi di ridurre i danni del contenzioso fiscale in corso con gli Stati uniti. Ma non è comprensibile che le Camere federali debbano approvare d’urgenza un accordo, che non possono nemmeno conoscere”.

Critiche anche dai partiti

L’accordo raggiunto con Washington ha suscitato non poche critiche anche da parte dei maggiori partiti svizzeri.

Il Partito socialista ha dichiarato di “rifiutarsi di fare da pompiere per la piazza finanziaria elvetica”. Le banche e i loro manager, "non avendo tratto alcun insegnamento dagli errori del passato, devono ora assumersi le loro responsabilità".

Per l’Unione democratica di centro, la soluzione individuata è un disastro. Con la sua trattativa per una soluzione globale, il governo svizzero ha fallito su tutta la linea, assumendosi un grosso rischio.

Il Partito liberale radicale critica il fatto che la responsabilità viene addossata ora al parlamento, senza che quest'ultimo conosca la via d'uscita alla vertenza. Un accorso simile si poteva fare già due anni or sono, senza ricorrere all'urgenza e senza consultare il parlamento.

Anche il senatore del Partito popolare democratico Pirmin Bischof si dice molto reticente sulla procedura d'urgenza. "Ci vogliono buone ragioni per mettere sottosopra la procedura legislativa e fin qui non ne vedo".

Soltanto il Partito borghese democratico, il partito della ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf, appoggia l'accordo ritenendo che sia tempo di "tirare una riga" sul conflitto fiscale con gli USA. Si tratta di una soluzione pragmatica che permette di guardare a giorni migliori per la piazza finanziaria.

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Inutile resistere

“Per una volta, i parlamentari, di qualsiasi sponda, sono concordi”, osserva l’Aargauer Zeitung. “L’accordo con gli Stati uniti, che il governo svizzero vuole far approvare dalle Camere, è intollerabile. Innanzitutto perché gli Stati uniti vogliono far sapere solo dopo la ratifica da parte del parlamento svizzero in che modo intendono agire nei confronti delle banche elvetiche. Secondariamente, poiché in questo modo vengono accantonate le normali procedure decisionali in parlamento”.

“Resistere non ha però senso”, afferma il giornale argoviese. “Se la Svizzera non fornisce rapidamente i dati richiesti, saranno botte da parte americana. Il caso della banca Wegelin – costretta l’anno scorso a chiudere i battenti – rappresenta solo un esempio. Ora anche istituti finanziari più importanti, tra cui la Banca cantonale di Zurigo, rischiano di fare la stessa fine. Ma i cattivi non sono semplicemente gli americani. Sono state le banche a provocare questa disfatta. E i politici le hanno coperte a lungo”.

Diritto massacrato

Per la Basler Zeitung, l’accordo imposto da Washington è “una vergogna”. Se dobbiamo “massacrare il nostro sistema di diritto e se le nostre banche devono pagare ingenti multe, vogliamo perlomeno ricevere delle garanzie, in base alle quali i ricattatori americani rinunceranno ad altre azioni”.

L’accordo attuale rappresenta invece “una cambiale in bianco, che l’amministrazione americana potrà compilare a suo piacimento, quando vorrà, dopo che il nostro parlamento avrà fornito tutto quanto richiesto, senza ricevere nulla in cambio. Bisognerà pagare 10 miliardi o forse 20 miliardi? Questa non è una soluzione globale”, aggiunge il quotidiano basilese, secondo il quale “il parlamento deve respingere questo accordo, anche con il rischio di far infuriare Washington. Ancora non siamo una riserva indiana”.

Scacco matto

“Sotto pressione americana, i servizi di Eveline-Widmer-Schlumpf hanno firmato un accordo dai contenuti ancora sconosciuti”, rileva anche 24 heures. “È un po’ come impegnarsi per un’enorme ipoteca sulla propria casa, senza averla nemmeno vista, senza sapere se ci si potrà abitare e senza nemmeno conoscerne il prezzo finale”.

“Washington ha vinto su tutta la linea”, afferma la Tribune de Genève, per la quale “l’avidità delle banche, sommata ad una strategia calamitosa da pate del governo elvetico, ha messo la Svizzera in una situazione di scacco matto”.

Reazioni all’estero

L’accordo proposto del governo svizzero, in seguito alle pressioni americane, è stato commentato anche da alcuni quotidiani internazionali.

Secondo il Wall Street Journal, si tratta di “una vittoria contro i truffatori”. Il giornale americano cita tra l’altro un ex alto funzionario americano, il quale dichiara che “le banche svizzere stanno cercando di salvare se stesse. Non è nel loro interesse di continuare a ad attirare clienti americani che non dichiarano i loro averi al fisco”.

A detta del Financial Times, le banche elvetiche vogliono disperatamente togliere dai loro fianchi una delle numerose spine in ambito fiscale, anche al prezzo di ingenti multe”. Per il giornale britannico, questo accordo potrebbe permettere di riparare i danni alla reputazione delle banche svizzere, anche se non consentirà di rilanciare le loro attività negli Stati uniti”. 

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