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Care svizzere e cari svizzeri all’estero,

Le votazioni federali dell’8 marzo restano un tema centrale dell’attualità svizzera di questo lunedì. Nella nostra selezione, ci concentriamo sulle reazioni al rifiuto di abbassare il canone radiotelevisivo e sul comportamento alle urne della diaspora.

Al di fuori della politica, un tema ripreso sistematicamente dalle redazioni di tutto il Paese è l’incriminazione del sindaco di Crans-Montana.

Buona lettura,

Persona con occhiali
Il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. Keystone / Cyril Zingaro

L’inchiesta sul tragico incendio di Capodanno a Crans-Montana si amplia. La giustizia vallesana ha incriminato il sindaco del Comune, Nicolas Féraud. Secondo quanto rivelato dal quotidiano 24 heures altre quattro persone sono coinvolte: un ex municipale responsabile della sicurezza pubblica, l’ex responsabile della sicurezza antincendio e il suo vice, nonché un membro dell’attuale squadra della sicurezza pubblica.

Sono ora nove le persone incriminate nell’ambito dell’inchiesta su questo dramma che ha causato la morte di 41 persone e il ferimento di altre 115. Tutti gli indagati devono rispondere di omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo.

La notizia è stata ampiamente ripresa dai media svizzeri, così come dalla stampa internazionale, in primo luogo in Italia e in Francia, due Paesi particolarmente colpiti dalla tragedia.

Questo grande clamore e l’emozione legata all’entità del dramma fanno sì che molte persone e molti media abbiano opinioni molto nette sul caso e sul funzionamento della giustizia vallesana, senza nemmeno conoscere tutti gli elementi del dossier. Ciò ha spinto lo scrittore neocastellano Nicolas Feuz a reagire con un lungo commento pubblicato da Watson, in cui analizza nel dettaglio gli ingranaggi dell’inchiesta. Giudice istruttore e poi procuratore per 27 anni, giunge alla conclusione che il lavoro della giustizia “non sarebbe stato molto diverso in un altro cantone”.

Microfono
Il fallimento dell’iniziativa sul canone a 200 franchi è un sollievo per la SSR. Keystone / Salvatore Di Nolfi

I media parlano ampiamente questo lunedì della bocciatura  dell’iniziativa “200 franchi bastano”. Questo rifiuto è visto come una conferma dell’attaccamento della popolazione al servizio pubblico radiotelevisivo.

Dopo il fallimento dell’iniziativa “No Billag” nel 2018, diversi media sottolineano che l’elettorato ha ancora una volta privilegiato la stabilità, ritenendo che la riduzione proposta avrebbe indebolito la SSR nelle sue missioni principali. Per gli ambienti ostili alla SSR, il messaggio dovrebbe ora essere chiaro, secondo Watson che titola il suo editoriale con un ironico: “Due batoste, possono bastare?”.

La stampa svizzerofrancese insiste sulla dimensione territoriale del voto: i cantoni francofoni hanno respinto il testo con margini particolarmente elevati. Per molti commentatori, il risultato riflette la sensibilità delle regioni minoritarie alla questione della rappresentanza linguistica e culturale. In un panorama mediatico caratterizzato da ristrutturazioni, la SSR è ancora percepita come un attore capace di garantire una copertura equilibrata del Paese.

Nella Svizzera tedesca, le analisi si concentrano maggiormente sulle implicazioni strutturali. Gli editorialisti ricordano che la riduzione del canone a 300 franchi è già stata decisa e che l’iniziativa avrebbe imposto una ristrutturazione più rapida e profonda. Gli argomenti legati alla coesione nazionale, alla produzione culturale e alla copertura delle regioni periferiche sembrano aver pesato più delle critiche relative ai costi o alla presenza digitale della SSR.

Nella regione italofona, il “no” l’ha spuntata in modo meno netto rispetto al resto del Paese. Secondo il Corriere del Ticino, la Radiotelevisione della Svizzera italiana (RSI) ha superato lo scoglio senza naufragare, ma “i ticinesi hanno fatto sapere di voler sorvegliare a vista la futura navigazione”.

I commentatori concordano sul fatto che questo risultato debba essere interpretato come una scelta di continuità più che come un sostegno incondizionato allo status quo. Il voto non chiude il dibattito; il respingimento dell’iniziativa apre piuttosto una fase di transizione, incentrata sulle ristrutturazioni imposte dal  nuovo canone e sull’adattamento del servizio pubblico alle evoluzioni del mercato.

Manifesti
Manifesti elettorali a Yverdon-les-Bains, nel cantone di Vaud. Keystone / Salvatore Di Nolfi

A margine delle votazioni federali, si sono svolte domenica anche le elezioni nei cantoni di Vaud e Friburgo, che dovevano rinnovare le loro autorità comunali. Nel canton Vaud si teneva inoltre un’elezione suppletiva per il Consiglio di Stato. Mentre sul piano federale la metà della legislatura è già trascorsa e le elezioni federali dell’ottobre 2027 iniziano a profilarsi, queste elezioni possono fornire alcune indicazioni sulle dinamiche attuali della politica elvetica.

L’elemento più sorprendente  è il forte arretramento dei Verdi. Il calo è tanto più marcato perché le precedenti elezioni comunali avevano rappresentato un successo storico per il movimento ecologista. Nelle cinque città più grandi del canton Vaud, i Verdi perdono complessivamente 39 seggi.

Lo stesso fenomeno si osserva nella città di Friburgo, dove i Verdi perdono metà della loro rappresentanza in Consiglio comunale. A trarre vantaggio da questo calo è spesso l’estrema  sinistra. A Losanna, per esempio, Ensemble à gauche (insieme a sinistra) è in forte crescita. Il caso della città di Friburgo è ancora più impressionante: apparso solo poche settimane fa, il nuovo movimento di sinistra alternativa DAS (Dignità-Azione-Solidarietà) ha ottenuto 7 seggi nel legislativo alla sua prima partecipazione, tanti quanti il Partito liberale radicale (PLR, destra) e poco meno dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice, 8 seggi) e dei Verdi (11 seggi).

Ma, in generale, non si osservano grandi sconvolgimenti nell’equilibrio complessivo delle forze. I partiti di centro e di destra  hanno riguadagnato un po’ di terreno rispetto alle ultime elezioni. Tuttavia, questo movimento rimane moderato e molto dipendente dai contesti locali.

Busta di votazione
La partecipazione alle votazioni federali è stata meno elevata tra gli svizzeri e le svizzere all’estero. Keystone / Urs Flueeler

Gli svizzeri e le svizzere all’estero hanno sostenuto la riforma dell’imposizione individuale in modo più netto rispetto all’elettorato nazionale. Mentre la totalità dell’elettorato l’ha approvata al 54%, la diaspora ha votato “sì” con oltre il 68%. La loro familiarità con l’imposizione individuale e la sensibilità alla tematica dell’uguaglianza di genere spiegano in parte questo divario.

Il fondo clima, respinto massicciamente in Svizzera, ha ottenuto un sostegno nettamente più elevato tra chi vive all’estero (42%). Come spesso accade, il loro voto si avvicina a quello delle grandi città svizzere, dove l’iniziativa ecologista ha registrato i risultati migliori. La diaspora conferma così il proprio profilo più urbano e progressista.

Svizzere e svizzeri all’estero hanno respinto l’iniziativa SSR con più convinzione rispetto alla media nazionale, probabilmente per via del loro particolare attaccamento ai contenuti della SSR che li tiene in contatto con il Paese d’origine. In compenso, il voto sul denaro contante rispecchia quasi esattamente il risultato registrato all’interno della Confederazione.

La partecipazione della diaspora è rimasta stabile, attorno al 23%, contrariamente all’aumento osservato in Svizzera (55,1%). Secondo le analisi, solo gli oggetti che toccano direttamente la Quinta Svizzera si traducono in una mobilitazione più elevata, il che non era il caso in questo scrutinio.

Tradotto con il supporto dell’IA/Zz

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