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“La Svizzera ha una responsabilità particolarmente importante quando esporta armi”

Il 29 novembre, la popolazione svizzera si pronuncerà su un progetto volto ad allentare le regole che disciplinano le esportazioni di armi. Chi lo sostiene pone l'accento sugli interessi dell'industria e della difesa, mentre chi vi si oppone allerta sui rischi per la neutralità e l'immagine umanitaria della Svizzera. I consiglieri agli Stati Pascal Broulis e Fabien Fivaz ne discutono a Let’s talk.

Mentre la guerra è tornata a essere una realtà alle porte dell’Europa e molti Stati aumentano le proprie spese militari, la Svizzera s’interroga sulla sua politica di esportazione di armamenti.

La riforma legislativa sottoposta a votazione il 29 novembre prevede di accordare un regime particolare a 36 Stati considerati partner stretti della Svizzera. Le esportazioni verso questi Paesi potrebbero essere autorizzate anche se sono coinvolti in un conflitto armato. Inoltre, sarebbero liberi di riesportare materiale bellico svizzero senza dover ottenere preventivamente l’autorizzazione del Consiglio federale, contrariamente alla prassi attuale.

Su questa lista figurano in particolare i Paesi dell’Unione Europea, così come Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Argentina.

Proteggere l’industria svizzera degli armamenti

Per il consigliere agli Stati Pascal Broulis, favorevole all’allentamento, la posta in gioco va ben oltre la sola questione delle esportazioni di armi. A suo dire, le attuali restrizioni hanno già indebolito la posizione della Svizzera all’interno dell’ecosistema europeo della difesa.

Egli ritiene in particolare che il divieto di riesportare materiale bellico svizzero abbia intaccato la fiducia di partner storici. “La Germania o i Paesi Bassi hanno indicato chiaramente di non considerare più la Svizzera un partner affidabile”, afferma. A suo avviso, l’impossibilità per i Paesi acquirenti di riesportare equipaggiamenti elvetici spinge diversi Stati europei a rivolgersi ad altri fornitori, a scapito dell’industria della difesa elvetica.

In caso di bocciatura della riforma, la Confederazione rischia di perdere competenze strategiche e di vedere erodersi la sua capacità di partecipare a progetti tecnologici legati alla difesa, stima Pascal Broulis. “Potenzialmente spenderemo 24 miliardi per acquisti militari. Vorremmo che una parte di questi investimenti andasse a beneficio della Svizzera”, dice.

Il consigliere agli Stati ecologista Fabien Fivaz contesta tuttavia l’idea di un’industria degli armamenti in difficoltà. “Nel 2025 le esportazioni sono aumentate di oltre il 43%, raggiungendo quasi il miliardo di franchi”, sottolinea. Secondo lui, anche i portafogli ordini gestiti dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), l’autorità preposta ad autorizzare le esportazioni di armamenti, testimoniano la buona salute del settore.

Per il politico neocastellano, questi risultati dimostrano che l’attuale quadro giuridico non costituisce un freno allo sviluppo dell’industria.

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Nonostante il peso relativamente modesto dell’industria degli armamenti nell’economia svizzera, che rappresenta circa lo 0,32% del PIL, l’argomento economico rimane centrale per Pascal Broulis. Secondo lui, quasi 145’000 posti di lavoro dipendono direttamente o indirettamente da questa branca, che considera un settore strategico destinato a svilupparsi negli anni a venire.

Fabien Fivaz contesta questa analisi. Il consigliere agli Stati verde ritiene che la Svizzera non disponga già più di una vera industria nazionale degli armamenti, poiché numerose imprese del settore sono ormai integrate in gruppi stranieri come Rheinmetall in Germania o Thales in Francia.

L’Ucraina come punto di partenza

Dopo diversi allentamenti nel corso degli ultimi decenni, la legislazione sul materiale bellico è stata inasprita nel 2021. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’anno seguente, ha tuttavia rimescolato le carte in Europa e riacceso gli appelli per un nuovo ammorbidimento delle norme che regolano le esportazioni di armi e munizioni.

Malgrado ciò, l’Ucraina non figura sulla lista degli Stati che beneficerebbero delle nuove regole. Per Pascal Broulis, il conflitto ucraino non dev’essere al centro del dibattito. “Non deve interferire con questa modifica di legge”, ritiene. A suo parere, il fatto che l’Ucraina sia esclusa dal dispositivo dimostra precisamente che i principi di neutralità restano preservati, trattandosi di uno Stato direttamente coinvolto in una guerra.

Anche Fabien Fivaz difende questa interpretazione del diritto internazionale. “Siamo vincolati dalle Convenzioni dell’Aia del 1907, che stabiliscono che, in quanto Stato neutro, la Svizzera non può privilegiare un belligerante in un conflitto”, ricorda il consigliere agli Stati ecologista. A suo avviso, la neutralità impone di non fornire materiale d’armamento a nessuna delle parti impegnate in una guerra, anche quando una di esse è vittima di un’aggressione.

“La Svizzera non ha inoltre alcun interesse a trovarsi a consegnare armi alla Russia per ragioni di equità”, aggiunge.

>> Le nostre spiegazioni sulla votazione:

Altri sviluppi

Credibilità in gioco

Al di là del caso ucraino, Fabien Fivaz ritiene che l’accettazione della riforma potrebbe nuocere all’immagine internazionale della Confederazione. “La Svizzera è sinonimo di buoni uffici. Ha una responsabilità particolare nel modo in cui esporta armi”, afferma. Secondo il consigliere agli Stati neocastellano, questa responsabilità implica l’applicazione di criteri più severi di quelli in vigore in altri Paesi esportatori di armamenti.

Pascal Broulis vede invece nel mantenimento di un’industria nazionale della difesa un elemento essenziale della neutralità elvetica. “È anche un modo per garantire la nostra neutralità armata”, sottolinea. A suo parere, un Paese neutrale dev’essere in grado di equipaggiare le proprie forze armate e di preservare le competenze industriali e tecnologiche necessarie alla sua difesa.

Il consigliere agli Stati vodese stima così che la riforma troverebbe un equilibrio tra gli imperativi della politica di sicurezza e i principi di politica estera della Svizzera, offrendo maggiore flessibilità ai suoi partner pur mantenendo alcune linee invalicabili.

Fabien Fivaz non è convinto. “La Svizzera non può permettersi, né sul piano interno né su quello internazionale, che armi di sua fabbricazione siano utilizzate contro popolazioni civili in conflitti in tutto il mondo”, argomenta. Per lui, la posta in gioco va oltre la sola politica di esportazione: tocca la credibilità di un Paese che si presenta come difensore del diritto internazionale umanitario e attore di mediazione sulla scena internazionale.

Testo riletto e verificato da Samuel Jaberg

Tradotto dal francese e verificato da mrj

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