Assange isolato dal mondo, per Quito ora ospite scomodo
(Keystone-ATS) Da ospite a prigioniero, o quasi: connessione internet tagliata e niente visite, da oggi, per Julian Assange nella stanza dell’ambasciata ecuadoriana a Londra dove ha trovato spartano asilo fin dal 2012.
L’annuncio, in toni gelidi, arriva direttamente da Quito dopo la denuncia allarmata di attivisti e sostenitori di fama del fondatore di Wikileaks come l’ex ministro greco Yanis Varoufakis o il musicista Brian Eno: “preoccupati” per la sorte del giornalista e attivista australiano e convinti – a colpo sicuro – che dietro la mossa ci siano le pressioni, quando non “le intimidazioni”, esercitate sull’Ecuador da parte degli Usa.
Misure del genere erano state già prese in realtà in passato dall’ambasciata, seppure temporaneamente. Ma ora è tutto il clima che sembra essere cambiato, come confermano gli accenti di protesta e al contempo d’inquietudine delle reazioni del team legale e dell’entourage di Wikileaks. Mentre Kim Dotcom, controverso imprenditore informatico ed ex hacker tedesco riparato in Nuova Zelanda, lancia un appello ai simpatizzanti a protestare dinanzi alla sede diplomatica.
In una nota rimbalzata dal Sudamerica, il ministero degli Esteri del Paese andino – dove il sostegno a Julian pare essersi fatto meno solido dopo il passaggio di consegne alla presidenza da Rafael Correa, suo storico difensore, a Lenin Moreno – chiarisce in effetti d’aver interrotto le “comunicazioni con l’esterno”, riservandosi “ulteriori misure” imprecisate se il giornalista e attivista australiano “verrà meno di nuovo al suo impegno” di non danneggiare le relazioni fra l’Ecuador e altri Paesi: fra cui evidentemente gli Usa.
Quito non indica quali violazioni agli “impegni presi per iscritto con il governo nel 2017” abbia commesso il 46enne Assange, la cui perdurante reclusione in un ambiente asfittico ha tra l’altro generato negli ultimi mesi timori concreti per la sua salute condivisi pure da un’equipe medica. Ma lascia intendere che l’asilo ormai vale solo a condizioni molto strette. Condizioni che il rifugiato potrebbe aver incrinato ad esempio nei giorni scorsi polemizzando via Twitter con “il timing” delle espulsioni di diplomatici russi decise dagli Usa e da altri Paesi sulla scia del Regno Unito in risposta al caso Skripal, data la coincidenza con il tragico incendio di Kemerovo.
Tweet che avevano scatenato la furia del viceministro degli Esteri di Londra, Alan Duncan, giunto a bollare in un dibattito a Westminster l’attivista come “un miserabile piccolo verme”, con una pesantezza di linguaggio del tutto irrituale nel parlamento dell’isola.
Sull’artefice di Wikileaks continua del resto a pendere un mandato d’arresto britannico emesso sei anni fa per la sua mancata comparsa di fronte a un giudice di Londra. Un mandato per una cosa di poco conto, sulla carta, che la giustizia del Regno si è tuttavia rifiutata di annullare ancora di recente malgrado la convocazione facesse riferimento in origine a una contestata inchiesta per stupro aperta contro Assange in Svezia e nel frattempo archiviata dalla medesima magistratura di Stoccolma.
Di qui il timore del giornalista australiano e dei suoi amici che Londra miri in realtà a dar corso a una qualche segreta procedura di estradizione verso gli Stati Uniti: furiosi da sempre contro Wikileaks per la divulgazione di migliaia e migliaia di documenti diplomatici e dossier segreti internazionali assai imbarazzanti per Washington. Un timore che i tentennamenti di Quito, e l’espressione sopra le righe di Duncan, non contribuiscono certo a fugare.