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Marco Solari: questa mitica allegria del Ticino

Solo nella metà dello scorso secolo il Ticino si è lasciato alle spalle povertà e emigrazione Keystone Archive

Presidente dallo scorso anno del Festival internazionale del film di Locarno, Marco Solari è diventato celebre a livello nazionale quale coordinatore dei festeggiamenti per il 700esimo della Confederazione. Nato a Berna, ex-presidente dell'Ente ticinese per il turismo, vive e lavora tra il Ticino e Zurigo, dove è il numero due del gigante della comunicazione svizzera Ringier.

Secondo un sondaggio, i grigionesi ed i ticinesi figurano tra gli svizzeri più simpatici. Non attribuisco un grande peso a questo genere di indagini, soprattutto perché conosco personalmente alcuni “compatrioti” assai poco gentili e molti zurighesi cordialissimi che, invece, si trovano agli ultimi posti di questo elenco. Probabilmente la “classifica” avrà però un valore economico-turistico, poiché conferma il mito del “popolo allegro”, tanto avversato agli inizi degli Anni Ottanta dai nostri uomini di cultura, ma così amato da molti nostri ospiti.

Aah, quest’antica nostalgia nordica del sud, del calore, del sole, sinonimi di libertà. Liberarsi dalle convenzioni, dalle abitudini, liberarsi da tutti i vincoli che la società impone. Così i ticinesi – primo popolo meridionale a ridosso delle Alpi – oggi ancora devono corrispondere necessariamente a quest’immagine: giulivi, spensierati, adulti un po’ bambini.

L’altra faccia del ticinese – sempre secondo quest’immagine e pregiudizio – implica ovviamente superficialità, inattendibilità e magari pure poca voglia di lavorare. Ma finalmente anche i “ticinesi sono bravi svizzeri” come è scritto, in tono stucchevolmente paternalistico, in un libro scolastico della mia infanzia nella Svizzera-tedesca.

Quale è allora il vero carattere del ticinese? Penso che noi siamo più di altri il prodotto della nostra storia. Una storia drammatica segnata dalla povertà, dalla fame, dall’emigrazione. Secoli di rivolte contro la natura nelle montagne ticinesi e di lotta contro le malattie nei villaggi paludosi in riva ai laghi.

Per trecento anni le valli ticinesi sono state regioni suddite della vecchia Confederazione e la vita è stata segnata da una miseria inimmaginabile. Nel 1795, dunque ieri, dopo essere stato nella Valle Verzasca, il patrizio bernese Karl Viktor von Bonstetten, scriveva che “nessun maiale svizzero-tedesco vorrebbe vivere in queste capanne miserabili”. Parole spietate, che ancora oggi fanno male.

Bonaparte conquistò la vecchia Confederazione, ma liberò il Ticino. Poi, un XIX esimo secolo di entusiasmo politico, di appoggio del Risorgimento italiano, ma anche di indescrivibili difficoltà economiche, di carestie che costrinsero all’emigrazione, anche in continenti lontani. Infine, grazie alla ferrovia e alla galleria del Gottardo un po’ di benessere, subito pagato però con un elevatissimo prezzo culturale per potersi adattare all’immagine “ad usum turistae”.

Oggi, dopo tanti decenni, il Ticino sembra essere diventato finalmente più sicuro di sé. Un Ticino lombardo, che non deve più sottomettersi a nessuno e che, grazie alle sue attività economiche e culturali, ha ottenuto pure un maggiore peso politico. La Svizzera deve prendersi cura del Ticino, perché è proprio la terza parte della nostra nazione che probabilmente riesce ad evitare un possibile riacutizzarsi dei conflitti sempre latenti tra la maggioranza svizzero-tedesca e la minoranza francofona.

Credo in questo mio cantone lombardo e nelle sue straordinarie possibilità culturali e politiche.

Marco Solari

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