“Non è più come una volta”: la popolazione di Davos e il Forum
Abituati da anni al carosello di personalità presenti in città per il Forum economico mondiale, gli abitanti di Davos guardano all'evento senza dimostrarsi troppo impressionati. Ma le enormi dimensioni assunte dall'avvenimento, la presenza massiccia delle forze dell'ordine e timori di manifestazioni violente non passano senza lasciare tracce.
“Non è più come una volta”, dice un conducente di autobus, osservando dal finestrino del suo automezzo i poliziotti in tenuta antisommossa e le grate di protezione in metallo attorno al palazzo dei congressi. E prosegue: “Una volta si potevano incontrare gli ospiti del Forum per strada. Arrivavano qui tranquillamente in macchina. È un peccato che si sia arrivati a questo punto.” Un suo conoscente, in piedi vicino a lui, osserva: “Beh, comunque martedì è finita”.
È un atteggiamento piuttosto ricorrente, tra gli abitanti di Davos, quello della nostalgia dei tempi passati, quando il Forum era più lontano dagli occhi del mondo e più vicino a quelli degli indigeni. “Non è più come una volta”, la stessa frase del conducente la ripete la signora dietro il bancone della tabaccheria. Ora i conflitti dell’epoca della globalizzazione sono arrivati fin qui, tra le montagne innevate e la signora ne è un po’ indignata: “Sembra di essere in uno stato militare… Ho dovuto stipulare anche un’assicurazione speciale, per l’eventualità di danni durante la manifestazione”.
Ma se la signora sia più indignata nei confronti dei manifestanti o delle forze dell’ordine, che bloccano la gente per strada, è difficile a dirsi. Come è difficile capire che cosa possa pensare il bambino a cui la madre, passeggiando vicino al centro dei congressi dice: “Eh sì, lo so, c’è polizia dappertutto”.
In fondo, l’impressione è che la popolazione cerchi di mantenere un atteggiamento equanime verso il Forum e verso gli oppositori. Forse è il riflesso automatico di una località turistica, con una lunga tradizione di ospitalità, che ha già visto passare generazioni di stranieri, di gente di città che portava con sé, fra le montagne, i conflitti della modernità. È un’impressione che Michael Caflish, direttore del marketing di Davos Turismo, conferma: “Con la critica agli aspetti negativi della globalizzazione, siamo tutti d’accordo… Possiamo capire… Semmai il problema è la violenza.”
Ed è l’impressione che danno anche alcune donne sedute al tavolo di un bar: commentano il fatto che alcuni oppositori sono riusciti ad affittare un dormitorio nei pressi di Davos e anche se si dicono inquiete, non riescono a nascondere una certa simpatia, se non per le loro intenzioni, perlomeno per la loro astuzia. Naturalmente altri la pensano diversamente: “Bisognerebbe arrestarli tutti, i manifestanti”, dice una persona che non vuole essere identificata.
“Non dimentichiamo però che attorno al centro della città c’è altro”, tiene a sottolineare Michael Caflish. I turisti che anche durante il Forum animano la cittadina continuano ad andare sugli sci, a fare lunghe passeggiate, e lo faranno pure sabato, durante la manifestazione. Il Forum è molto importante per Davos, per l’immagine e per l’economia di Davos, ma Davos non è solo il Forum. “Naturalmente non fa piacere il fatto che Davos, località turistica globale, in questo periodo debba essere irraggiungibile per alcune persone”, dice ancora Caflisch, riferendosi ai presunti manifestanti bloccati lungo le vie di acceso alla città, “ma se c’e un diritto a manifestare, c’è anche un diritto alla sicurezza.”
Comunque per Davos Turismo, l’eventualità di non ospitare più il Forum non è un tema in discussione. Semmai vi potrebbero essere dei correttivi rispetto ai giorni in cui la manifestazione si svolge, per evitare che si trovi a cavallo di un fine settimana e che tenga così lontano molti turisti, che non trovano alloggio, per due settimane. Ma dopo tutto, dice Caflish forse con una punta di ironia, il fatto di essere citata assieme a Seattle, Praga e Nizza, per Davos potrebbe anche rivelarsi una buona pubblicità. A dimostrazione del fatto che la cittadina vuole dimostrarsi accogliente con tutti, a condizione di non subire troppi danni.
Andrea Tognina, Davos
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