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Perché gli appelli a “tassare i ricchi” sono forti, popolari, ma raramente hanno successo

gruppo di persone
I membri della Gioventù Socialista, che ha promosso la recente proposta di una tassa di successione per i grandi patrimoni, chiariscono i loro obiettivi a Berna, nel febbraio 2025. Keystone / Peter Klaunzer

L’idea di tassare di più le persone facoltose gode spesso di ampio sostegno popolare. Raramente, però, questa idea si traduce in misure concrete. Anche quando la cittadinanza può votare direttamente. Perché? 

L’ineguaglianza è impopolare nell’Unione Europea (UE). Stando a un sondaggio EurobarometroCollegamento esterno del 2024, il 65% dei cittadini e delle cittadine dei 27 Stati membri è favorevole a tassare maggiormente lo 0,001% della popolazione più ricca. Tuttavia, l’anno scorso, un tentativo di dare un seguito concreto a questa idea è fallito: un’iniziativa dei cittadini in tal senso non ha nemmeno superato la fase di raccolta firme. Su 450 milioni di europei ed europee, solo 370’000 hanno aderito, ben lontani dal milione necessario. 

In Svizzera, dove la democrazia diretta è ben rodata, gli appelli a “tassare i ricchi” hanno maggiori possibilità di arrivare al voto. Negli ultimi anni, iniziative promosse dalla sinistra per tassare maggiormente i capitaliCollegamento esterno (2021), le ereditàCollegamento esterno (2015), abolire i forfait fiscaliCollegamento esterno (2014) o limitare gli stipendi dei dirigentiCollegamento esterno (2013) sono tutte giunte alle urne. L’ultima, una proposta di prelievo del 50% sulle eredità superiori a 50 milioni di franchi, ha raccolto 130’000 firme, in un Paese che conta 9 milioni di abitanti. Su questa iniziativa promossa dalla Gioventù Socialista, l’elettorato svizzero si è espresso questa domenica. 

Tutte le proposte citate sono però state bocciate. Spesso sonoramente, come accaduto questo fine settimana, quando praticamente otto elettori ed elettrici su dieci hanno detto “no” alla proposta della sezione giovanile del Partito socialista.  

>> Il risultato della votazione di domenica sulla proposta della Gioventù Socialista:

Altri sviluppi

E se questo non sorprende politicamente, solleva però un “enigma”, afferma Patrick Emmenegger, politologo dell’Università di San Gallo. I sondaggi mostrano che la maggioranza della popolazione svizzera non è contenta del crescente divario tra persone ricche e povere. Perché questo malcontento non trova seguito alle urne? 

Buona idea, effetti negativi

Un’ampia fetta dell’elettorato simpatizza con l’idea di tassare le persone ricche, ma fa marcia indietro quando il dibattito entra nei dettagli, spiega Emmenegger. Ricerche su Focus group in Germania hanno rilevato che “chi si oppone alla tassazione resta fermo sulle sue posizioni durante i dibattiti, mentre chi inizialmente è favorevole alla proposta diventa meno convinto di fronte agli argomenti della controparte”. In Svizzera, questo calo di entusiasmo è un modello classico nelle campagne di voto sulle iniziative popolari, e non solo sulle questioni fiscali. 

Quanto agli argomenti, dipende dal tipo di “tassa sui ricchi” in discussione: colpisce il patrimonio, l’eredità, le plusvalenze o altro? Anche i dettagli contano. L’iniziativa popolare del 2015 proponeva un prelievo del 20% sulle successioni oltre i 2 milioni di franchi; quella del 2025 puntava al 50% per importi superiori a 50 milioni – un livello giudicato “vicino all’esproprio” dalla ministra delle finanze Karin Keller-Sutter. C’è poi la destinazione delle nuove entrate: aumentare le pensioni (2015) o salvare il clima (2025)? 

In Svizzera pesa anche il federalismo: i 26 cantoni conservano ampia sovranità in ambito fiscale e sono sensibili alle proposte di nuove imposte a livello nazionale – soprattutto se si tratta di tasse che già applicano, come quelle su eredità o patrimoni. Infine, ci sono i classici argomenti dell’effetto a cascata o l’invito a non combattere il problema sbagliato: “Meglio l’ineguaglianza nell’opulenza che l’uguaglianza nella miseria”, ha scritto il filosofo Olivier MassinCollegamento esterno

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Timori di ripercussioni economiche

Qualunque sia il tipo di tassa, un fattore chiave frena di solito l’elettorato: la paura di conseguenze economiche. Anche se solo una minoranza sarebbe direttamente colpita, aleggia sempre lo spettro di una fuga di capitali e investimenti all’estero. In effetti, i timori per gli effetti negativi su imprese e posti di lavoro sono stati il fattore decisivo che ha affossato la tassa sulle successioni nel 2015, scrive Emmenegger.Collegamento esterno 

Se tali timori siano davvero giustificati è più difficile dirlo con certezza. Alcuni dati sono più facili da quantificare di altri. Per esempio, l’1% della popolazione più ricca in Svizzera detiene oggi il 42% della ricchezza privata, contro il 30% di qualche decennio fa; rappresenta anche il 40% delle entrate fiscali su reddito e patrimonio. Ma quanti partirebbero all’estero se passasse una nuova tassa – e quale sarebbe l’impatto sulle finanze pubbliche? Nella campagna recente, il Governo ha avvertito di possibili perdite fino a 3,6 miliardi di franchi l’anno; l’economista Marius Brülhart ha stimato un risultato netto variabile tra una perdita di 700 milioni e un guadagno di 300 milioni. 

Proiezioni fragili

Queste “proiezioni fragili”, come le ha definite la Neue Zürcher Zeitung (NZZ), sono state alimentate dalle minacce pubbliche di persone particolarmente benestanti di lasciare il Paese in caso di vittoria del “sì”. Tale tattica è stata bollata come “campagna della paura” dalla presidente della Gioventù Socialista Miriam Hostetmann. Ma è stata efficace: la campagna per il “no”, con grandi budget, ha dominato in termini di pubblicità e narrazione e la copertura mediatica è stata in gran parte negativa verso la tassa, secondo uno studioCollegamento esterno

L’incertezza sull’impatto economico scoraggia l’elettorato a prendere dei rischi, aggiunge Emmenegger. “Restare allo status quo significa almeno sapere cosa si ottiene. E in Svizzera, lo status quo non è affatto pessimo.” 

Peter Spuhler, capo di stadler rail
Rimarrà o se ne andrà? Peter Spuhler di Stadler Rail ha scatenato una tempesta a metà del 2024 quando ha dichiarato che la tassa di successione lo avrebbe costretto a emigrare. Ha deciso di rimanere. Keystone / Gian Ehrenzeller

Dalle tasse sulla ricchezza all’IVA – e ritorno?

Un contesto stabile potrebbe quindi non essere terreno fertile per gli appelli a “tassare i ricchi”. Tra il XIX e il XX secolo, le imposte sulla ricchezza tendevano a emergere in seguito a grandi shock economici – dopo una guerra, per esempio – più che per preoccupazioni sull’ineguaglianza, rileva Laura SeelkopfCollegamento esterno, docente di politiche pubbliche all’Università Ludwig Maximilian di Monaco. Le origini delle tasse di successione sono anch’esse pragmatiche: secoli fa, con la maggior parte delle persone troppo povere per pagare imposte, tassare i lasciti delle classi abbienti era una fonte sicura di entrate statali. 

Le cose sono cambiate con la modernizzazione dei sistemi fiscali nella seconda metà del XX secolo, spiega Seelkopf. Con la pace e la prosperità post-bellica, un numero maggiori di lavoratori e lavoratrici ha iniziato a guadagnare – e a spendere – abbastanza da contribuire tramite imposte sul reddito o IVA; allo stesso tempo, “le imposte sulle persone giuridiche sono diminuite, quelle sulle plusvalenze si sono separate dall’imposta sul reddito, e le tasse su patrimoni ed eredità hanno iniziato a sparire”. Nel 1990, 12 Paesi dell’OCSE applicavano imposte sulla ricchezza; oggi, solo tre. 

Nel XXI secolo, qualcosa potrebbe cambiare di nuovo, almeno sul piano politico, poiché la tassazione della ricchezza ha fatto un “ritorno spettacolare”, scrive Seelkopf. Con l’invecchiamento della popolazione, il cambiamento climatico e le spese per la difesa che pongono nuove sfide fiscali, molti Paesi – Svizzera inclusa – sono alla ricerca di nuove fonti di reddito. In questo contesto, pur senza aspettarsi “rivoluzioni” nei sistemi fiscali, la tassazione progressiva potrebbe tornare appetibile – “semplicemente perché è lì che si trovano i soldi”. 

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Un mosaico di approcci internazionali

Eppure, mentre gli appelli a “tassare i ricchi” alimentano dibattiti politici e mediatici, la traduzione in politiche concrete è stata meno spettacolare. 

In Francia, la “tassa Zucman” – dal nome dell’economista che l’ha proposta – ha attirato grande attenzione quest’anno. Ma sebbene la proposta – un prelievo del 2% sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro (93 milioni di franchi) – fosse sostenuta dall’86% dei cittadini e delle cittadine, non ha avuto successo politico: nemmeno una versione attenuata è passata in Parlamento. La Francia ha precedenti: nel 2014 ha abolito una “supertassa” sui redditi alti dopo la fuga di ricchi contribuenti; Emmanuel Macron ha eliminato una precedente imposta sulla ricchezza nel 2017. 

Altrove, le tendenze sono miste. Alcuni Paesi irrigidiscono le regole: la Norvegia ha aumentato l’aliquota per i e le contribuenti più abbienti, la Spagna ha consolidato la propria, il Regno Unito ora tassa i patrimoni offshore, mentre il Giappone discute imposte sui guadagni da investimenti. Altri cercano di attrarre le persone particolarmente abbienti: l’Italia ha un regime forfettario dal 2017, mentre il piano “One Big Beautiful Bill” di Donald Trump contiene vari vantaggi fiscali per le persone più benestanti. La Cina ha iniziato dal canto suo a tassare i guadagni da investimenti offshore. 

donald trump su una carta d'oro
Una calamita per la ricchezza? La “carta d’oro” proposta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump prevede di offrire una residenza rapida a chi dona un milione di dollari al Governo degli Stati Uniti. Copyright 2025 The Associated Press. All Rights Reserved

Il G20 e il multilateralismo

Di fronte a questo mosaico di approcci, alcune voci sostengono la necessità di una strategia globale coordinata. Data la mobilità dei capitali e degli individui facoltosi, si potrebbe sostenere che “l’ineguaglianza mondiale è tutto ciò che conta da un punto di vista normativo”, hanno scritto tre economisti svizzeriCollegamento esterno. Tuttavia, il multilateralismo è confrontato con diverse sfide, soprattutto dopo la rielezione di Donald Trump. Lo scorso anno, il G20 ha fatto riferimento a una versione globale della tassa Zucman; quest’anno, il vertice è stato boicottato dagli Stati Uniti. 

“Non nutro molte speranze che una tassa sulla ricchezza venga adottata a livello globale nel prossimo futuro”, afferma Alice Pirlot, docente di diritto internazionale al Graduate Institute di Ginevra. 

Le autorità svizzere, dal canto loro, sono poco propense a una tassa globale sulla ricchezza, ha riportato la NZZ. Su questo punto, il Paese è già un’eccezione: insieme a Spagna e Norvegia è uno dei soli tre Stati OCSE a mantenere un’imposta patrimoniale. “È anche l’unico Paese con una tassa sulla ricchezza funzionante che genera entrate significative – questo è riconosciuto a livello internazionale”, ha dichiarato l’economista Florian Scheuer dell’Università di Zurigo al Tages-Anzeiger

Articolo a cura di Benjamin von Wyl/sb

Traduzione con il supporto dell’IA/mar

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