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“La Lex Netflix potrebbe dare visibilità internazionale alle serie svizzere”

Sophie Michaud Gigon © Keystone / Alessandro Della Valle

La nuova legge sul cinema non spingerà le piattaforme internazionali di streaming ad aumentare i prezzi in Svizzera, ritiene la deputata dei Verdi Sophie Michaud Gigon. Secondo la segretaria generale della Federazione romanda dei consumatori e delle consumatrici, le preoccupazioni del campo del “no” sono infondate.

 I film e le serie sono sempre più guardati online. Tuttavia, le piattaforme di streaming lasciano poco spazio alla produzione locale.

La nuova legge sul cinema, sottoposta al giudizio del popolo il 15 maggio, obbliga i servizi di streaming a finanziare la produzione cinematografica elvetica investendo almeno il 4% della cifra d’affari realizzata nel Paese. Misure simili sono già in vigore nei Paesi vicini. La Francia, per esempio, prevede un obbligo di reinvestimento del 26% e l’Italia del 20%.

Nel nostro articolo esplicativo trovate più dettagli sulla votazione.

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La legge è stata contestata tramite referendum dalle sezioni giovanili dei partiti di destra, le quali ritengono che la produzione cinematografica svizzera sia già sovvenzionata a sufficienza. Secondo loro, il progetto non è nell’interesse di consumatrici e consumatori. Deputata del partito ecologista dei Verdi e segretaria generale della Federazione dei consumatori e delle consumatrici della Svizzera francese, Sophie Michaud Gigon, respinge le argomentazioni del campo del “no”.

SWI swissinfo.ch: Se la nuova legge sul cinema sarà accettata il 15 maggio, le piattaforme di streaming faranno passare consumatori e consumatrici alla cassa, come teme chi si oppone alla revisione?

Sophie Michaud Gigon: No, non c’è nessun legame tra l’obbligo di investire e i prezzi delle piattaforme. In Paesi come la Francia, la Spagna o l’Italia, che hanno introdotto simili misure, i prezzi degli abbonamenti sono restati meno cari che in Svizzera. I servizi di streaming adattano le proprie tariffe in funzione del potere d’acquisto della popolazione. È per questo che gli abbonamenti in Svizzera sono tra i più cari al mondo. Netflix ha peraltro aumentato il prezzo all’inizio dell’anno. La piattaforma non ha bisogno di un obbligo di investire per farlo. Il vero problema contro cui dobbiamo batterci è ciò che rende la Svizzera un’isola di prezzi alti per ogni tipo di prodotto. Questo non ha nulla a che vedere con la legge sul cinema.

Anche senza aumento dei prezzi, non c’è però il rischio che i giganti dello streaming riducano la loro offerta in Svizzera per dover reinvestire meno?

Le piattaforme scelgono liberamente ciò che vogliono diffondere in ogni Paese. I diversi servizi si fanno una concorrenza spietata per attirare il pubblico. Netflix non ridurrà la propria offerta lasciando parti di mercato ad Apple o Amazon. Da un punto di vista commerciale, non avrebbe senso. Inoltre, molti Paesi europei prevedono già un obbligo di investire che si situa tra l’1% e il 26% [in Francia], oppure una tassa diretta. Chiedendo una percentuale del 4% la Svizzera si mostra più modesta. Non c’è ragione di ritenere che la misura possa avere un impatto sull’offerta dei fornitori.

Oltretutto, le piattaforme stesse non fanno campagna contro la nuova legge. Sono pronte ad applicarla, come fanno già in molti altri Paesi.

Le sezioni giovanili dei partiti di destra che hanno lanciato il referendum temono si stia tentando di dettare alla gente cosa guardare. Non condivide questa preoccupazione?

Hanno paura di poter guardare solo Heidi sulla loro piattaforma di streaming preferita? Non c’è rischio che succeda, perché in quel caso l’utenza giovane opterebbe semplicemente per un’altra piattaforma. Lo scopo della legge non è obbligare Netflix a proporre solo produzioni svizzere. I servizi streaming continueranno a scegliere autonomamente cosa diffondere per attirare il pubblico.

Tuttavia, in Svizzera i giganti dello streaming stanno conseguendo profitti considerevoli che se ne vanno all’estero. Grazie alla nuova legge, una piccola parte dei loro introiti sarà investita da noi. È un meccanismo che esiste già per le televisioni. Non c’è ragione di esentare i servizi di video on demand. In più, la Lex Netflix potrebbe dare più visibilità internazionale alle serie svizzere.

In Svizzera, il finanziamento della produzione cinematografica indipendente ammonta a circa 105 milioni di franchi all’anno. Non è già abbastanza?

No. Si tratta di somme modeste che non permettono uno sviluppo sufficiente del settore, tenuto conto del costo elevato della produzione cinematografica. Inoltre, questo meccanismo non permetterà solamente di rafforzare il settore, ma avrà anche delle ricadute positiva sull’economia elvetica nel suo insieme. Quando si effettuano riprese in Svizzera, le troupe cinematografiche consumano sul posto. In questo modo il settore alberghiero, quello della ristorazione e le aziende regionali ne beneficiano.

Chi si oppone alla legge ritiene che l’obbligo di proporre il 30% di produzioni europee sia discriminatorio. Cosa risponde?

Al contrario, la quota permette di aumentare la diversità. È normale fornire una forma di sostegno alle produzioni vicine a noi. Non cambia nulla per i consumatori e le consumatrici. Le produzioni non europee non spariranno dalla programmazione. I servizi di streaming internazionali rispettano già questa esigenza poiché si tratta di una direttiva dell’Unione europea che risale al 2019. I canali televisivi svizzeri, dal canto loro, applicano già una quota del 50%.

La copresidente dei Giovani Verdi liberali Virginie Cavalli si batte contro la nuova legge sul cinema. Spiega le sue ragioni in questa intervista:

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