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Oliviero Toscani "Viviamo in una dittatura dei media a-sociali"

Oliviero Toscani

Per Oliviero Toscani, l’immagine presenta la realtà: "Se qualcuno non vuole vedere l’immagine, nega nel contempo la realtà".

(Oliviero Toscani)

Il m.a.x. museo di Chiasso dedica una retrospettiva a Oliviero Toscani. A colloquio con swissinfo.ch, il fotografo di fama internazionale parla della sua formazione a Zurigo, delle sue opere, delle critiche che spesso gli sono state rivolte per la sua arte a volte provocatoria e del suo impegno civile.

Oliviero Toscani

Oliviero ToscaniLink esterno è nato il 28 febbraio 1942 a Milano. È figlio di Fedele Toscani, un pioniere del fotogiornalismo italiano che ha collaborato con il «Corriere della Sera».

Oliviero Toscani si è fatto un nome a livello internazionale con la campagna pubblicitaria della casa di moda Benetton. La collaborazione, iniziata nel 1982, si è conclusa nel 2000 dopo che il fondatore della casa di moda Luciano Benetton ha preso le distanze dal fotografo milanese per le immagini contro la pena di morte negli Stati Uniti.

Nel 1990, Oliviero Toscani fonda la rivista trimestrale di fotografie «ColorsLink esterno». Nel 1993 concepisce e dirige «FabricaLink esterno», un centro di ricerca e di creatività nella comunicazione moderna che ha sede in una villa del 17° secolo restaurata e ampliata dall’architetto giapponese Tadao Ando.

Oliviero Toscani vive con la famiglia in una tenuta a Campigallo, in Toscana. Oltre a produrre vino e olio d’oliva, si dedica all’allevamento di cavalli.

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swissinfo.ch: Finora ha sempre espresso una grande avversione nei confronti delle mostre personali. Perché ora presenta le sue opere in un’esposizione antologica a Chiasso?

Oliviero Toscani: Mostre personali e retrospettive sono cose per i morti. Per questo motivo non ci credo molto…

swissinfo.ch: …alla fine ha però ceduto. Perché?

O.T.: La direttrice del Centro culturale m.a.x di Chiasso, Nicoletta Cavadini, ha perseverato così a lungo che alla fine ho ceduto alla sua estenuante corte. A parte questo, trovo che la veste moderna del Centro culturale di Chiasso si addica a una simile mostra. Non l’avrei invece mai realizzata nello storico Palazzo Reale di Milano.

swissinfo.ch: Il titolo della mostra è «immaginare». Quanta forza di immaginazione c’è ancora nel mondo odierno?

O.T.: Purtroppo sempre meno. Gli innumerevoli strumenti tecnologici che ci circondano, come i vari tablet e lettori mp3, non favoriscono certo l’immaginazione. Siamo sempre più dipendenti dalle idee e dai pensieri degli altri. Osserviamo soltanto ciò che avviene nei cosiddetti media sociali.

swissinfo.ch: Fa riferimento a Facebook e ad altre reti sociali di questo tipo?

O.T.: Sì, proprio così. Stiamo vivendo una sorta di dittatura di questi cosiddetti media sociali, che sono tutt’altro che sociali. Preferisco parlare di media a-sociali.

swissinfo.ch: Nella mostra sono esposte immagini in bianco e nero che ha scattato all’inizio degli anni Sessanta durante gli studi alla scuola di belle arti di Zurigo. Cosa significano per lei queste fotografie?

O.T.: Queste immagini sono importanti perché sono nate in un’epoca storica, durante la quale il mondo stava cambiando profondamente. C’è stato l’avvento dei Beatles e di Bob Dylan. Eravamo coscienti che il mondo stava cambiando.

Angelo e Diavolo, United Colors of Benetton, 1992
(Oliviero Toscani)
Handcuffs, United Colors of Benetton, 1989
(Oliviero Toscani)

swissinfo.ch: E come ricorda il periodo di studi alla scuola di belle arti di Zurigo?

O.T.: La scuola a Zurigo era semplicemente fantastica. Per me è stata una sorta di rivelazione dopo il liceo in Italia, istituzione che ho odiato profondamente. Per dirla tutta, in Italia sedevo più spesso nei cinema che tra i banchi di scuola. La scuola era una pura e semplice perdita di tempo. Senza Zurigo non sarei diventato ciò che sono oggi.

swissinfo.ch: Oggi le immagini e le fotografie sono onnipresenti. Si fotografa sempre e ovunque. È una moda che la infastidisce?

O.T.: Per niente. Il fatto che molte persone scattino continuamente delle fotografie non significa che il mondo sia pieno di fotografi. I pittori come Goya o Raffaello non erano infastiditi perché altre persone prendevano in mano un pennello e lo intingevano nel colore. Quasi tutti sanno scrivere ed è bene che sia così. Ma di scrittori eccellenti ce ne sono ben pochi. È questa la differenza.

swissinfo.ch: E come giudica la nuova moda dei selfie e delle aste per selfie?

O.T.: Non ci vedo nulla di male. Bisogna sempre considerare anche i vantaggi. Tutte le persone che un tempo scrivevano frasi come «Giovanni ama Monica» sui muri, rovinando così i monumenti, oggi si fanno dei selfie e sono contenti così. Non arrecano più alcun danno alla società.

Razza Umana, 2016
(Nazioni Unite Human Rights)
Boy wear a red hat, Razza Umana, 2016
(Nazioni Unite Human Rights)

swissinfo.ch: Nella mostra di Chiasso, il visitatore entra in tre enormi scatole e viene sommerso da circa 20mila fotografie. È una specie di tempesta di fulmini che lo avvolge e lo supera strepitando a grande velocità. Ma è possibile guardare una fotografia a tale velocità?

O.T.: No, no, per me lo scorrere delle fotografie è ancora troppo lento. Le mie fotografie non possono diventare immagini artistiche da contemplare che finiscono prigioniere in qualche galleria. Non è una mostra fotografica classica, bensì un’esposizione su un pezzo di storia. Queste fotografie sono note a tutti. È la storia della mia vita e del mio duro lavoro, con cui ho mantenuto la mia famiglia.

swissinfo.ch: Secondo lei, le sue fotografie non sono quindi delle opere d’arte.

O.T.: Le mie opere d’arte erano sempre visibili in pubblico. La gente conosce le mie immagini poiché sono state esposte in tutto il mondo e sono state affisse sui muri come cartelloni pubblicitari. E non perché sono finite in una galleria e poi sono state vendute. L’arte deve essere accessibile a tutti. È questa la differenza. Le gallerie d’arte sono qualcosa per pochi eletti; sono una sorta di masturbazione mentale per intellettuali. A me non interessa.

swissinfo.ch: Le sue foto hanno sempre suscitato forti reazioni. La «foto scioccante» è stato il suo leitmotiv?

O.T.: La foto scioccante non esiste proprio. E di riflesso possiamo provocare con emozioni positive come l’amore e la pace. Con le mie fotografie ho anticipato sempre i problemi, molto prima che diventassero un argomento nelle redazioni dei giornali. Pensi, per esempio, all’immagine della barca stracarica di profughi. È proprio questo il lavoro dell’artista: essere in grado di precorrere i tempi.

Cuori, United Colors of Benetton, 1996
(Oliviero Toscani)
New born Baby, United Colors of Benetton, 1991
(Oliviero Toscani)

swissinfo.ch: Con le sue immagini «catastrofiche» ha scioccato, ma ha anche guadagnato una fortuna visto che sono state utilizzate dalle case di moda, per esempio dalla Benetton. Non è una contraddizione?

O.T.: Assolutamente no. Sarebbe una contraddizione se il mio lavoro fosse nascosto dal manto dell’ipocrisia. Facciamo tutti parte del mercato. Anche la Cappella Sistina fa parte del mercato, ossia di quello delle religioni. Con i suoi affreschi, Michelangelo ha lavorato per la Chiesa cattolica. I giornalisti seri credono, a loro volta, di servire il mercato della verità. Ma alla fine c’è un solo mercato, quello del consumismo. Che è tutto. Il giornale deve essere venduto così come il pacchetto di patatine.

swissinfo.ch: Si pente di avere o di non aver fatto certe cose nella sua carriera?

O.T.: Non rimpiango nulla. Forse soltanto di non aver proposto dei lavori ancora più estremi. La violenza o lo shock della foto non esistono. Si rimane scioccati per il soggetto fermato dalla fotografia. L’immagine presenta la realtà. Ciò vuol dire che se qualcuno non vuole vedere l’immagine, nega nel contempo la realtà. Per questo motivo non la guarda. Pensiamo soltanto alle migliaia di bambini che muoiono giornalmente a causa di malattie curabili. Non siamo un popolo civile.

swissinfo.ch: Il suo impegno civile contro la guerra o la pena di morte e in favore dei diritti umani è molto noto. La pace nel mondo è lontana più che mai. È un fatto frustrante per lei?

O.T.: Ma non è vero. Ci sono guerre e discordie, fame e oppressione. Ma un giorno tutte queste battaglie saranno vinte, così com’è stato possibile eliminare la schiavitù. L’Europa è un buon esempio: 80 anni fa vennero emesse delle leggi razziali e vennero sterminati milioni di ebrei. È una cosa inimmaginabile oggi. In alcuni Paesi tedescofoni, come l’Austria, ci sono dei revanchisti. Ma il mondo non va in questa direzione.

Aereo in Kloten - Swissair, 1963
(Zürcher Hochschule der Künste, ZHdK / Archiv)
Bambini a Ostuni, 1964
(Zürcher Hochschule der Künste, ZHdK / Archiv)

swissinfo.ch: Nel catalogo dell’esposizione viene presentato come un ateo con una forte spiritualità. Si riconosce in questa definizione?

O.T.: Per me è un complimento. Mi ha commosso. Sì, colpisce proprio nel segno.

swissinfo.ch: Da un po’ di tempo vive in Toscana in una tenuta in cui si produce vino ed olio di oliva. È diventato un contadino biologico?

O.T.: No. Sono altri a produrre il vino e l’olio di oliva. Sono sempre ancora un fotografo, o meglio un autore che racconta una storia partendo da un’immagine.

swissinfo.ch: Vive con la sua terza moglie, ha sei figli e 14 nipoti. Quanto è importante la famiglia per lei?

O.T.: È molto importante. Si può vivere anche da single. Ma la differenza è come quella che distingue una fotografia in bianco e nero da una a colori. Prima di tutto sono molto contento che i figli e i nipoti siano in buona salute. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma io ho avuto una fortuna sfacciata nella vita.

swissinfo.ch: Il suo prossimo grande progetto?

O.T.: Continuare ad affrontare la vita con grande entusiasmo.

Mostra «Immaginare»

Il m.a.x. museo di Chiasso presenta una retrospettiva dal titolo «Immaginare» del fotografo di fama internazionale Oliviero Toscani. Particolare attenzione è dedicata alle immagini scattate durante la sua formazione alla Scuola delle belle arti di Zurigo, foto mai esposte in pubblico.

Oliviero Toscani si distingue per la sua straordinaria creatività e le sue visioni. È continuamente alla ricerca di nuove forme di espressione. Supera frontiere e provoca, scopre il valore del diverso e lotta per la libertà nella comunicazione e nella pubblicità. Le sue immagini hanno sempre suscitato grandi discussioni intorno ai confini della fotografia.

«Immaginare», dal 10 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018, m.a.x. museo, Via Dante Alighieri 6, 6830 Chiasso, orari di apertura: martedì-domenica, 10-12, 14-18, tel.: +41 91 695 08 88, www.centroculturalechiasso.chLink esterno

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Traduzione di Luca Beti

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