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Il dramma di Beatrice, morta per violenze mamma e compagno

È morta perché l'hanno picchiata. L'hanno picchiata tante volte, così tante che Beatrice, 2 anni, non ce l'ha fatta più. Se l'è portata via un trauma cranico violento dopo giorni e giorni di "percosse di selvaggia intensità", di vessazioni "crudeli".

(Keystone-ATS) La bambina era stata trovata morta lo scorso 9 febbraio a Bordighera, in provincia di Imperia, nella casa in cui viveva con la madre e le sorelle.

E per questo, per queste botte e sevizie, M.I., il compagno della madre della piccola, è stato arrestato stamani. E a lei, M.A., che già si trovava in carcere per omicidio preterintenzionale, inquirenti e investigatori adesso contestano lo stesso reato dell’uomo: maltrattamenti aggravati e continuati da cui è derivata la morte della bambina.

La svolta è arrivata sabato mattina, dopo mesi di indagini scattate quando, il 9 febbraio, il cadavere della piccola era stato trovato in casa della madre. Era stato il medico legale a trovare sul corpo di Beatrice lividi e escoriazioni. Le contraddizioni e le bugie della donna, con il referto del medico legale, hanno innescato le indagini dei carabinieri coordinati dalla procura di Imperia.

Gli arresti e ciò che a questi ha portato sono stati illustrati dal procuratore capo di Imperia Alberto Lari che, non senza difficoltà vista la commozione per una vittima così piccola, ha spiegato un’indagine meticolosa che ha portato all’esecuzione della doppia misura cautelare in carcere ancor prima del deposito definitivo delle consulenze del reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri di Parma e del medico legale Francesco Ventura. “Non ce la sentivamo, umanamente, di andare avanti così”, ha detto il procuratore. “Ritenevamo di avere già elementi probatori molto consistenti e il tempo passava”.

Il quadro di violenze è descritto nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice delle indagini preliminari, che in 33 pagine ha racchiuso i “gravissimi indizi di reato” raccolti in questi mesi dagli inquirenti e avvalorati dalle dichiarazioni delle due sorelle maggiori della piccola Bea. Secondo la ricostruzione della procura, Beatrice sarebbe stata vittima di ripetute aggressioni fisiche. Nell’ordinanza si parla di schiaffi, pugni al volto e sul corpo, capelli tirati, colpi inferti con una ciabatta, spinte contro il muro, cadute provocate volontariamente. Per gli inquirenti, il decesso del 9 febbraio non sarebbe quindi un episodio isolato ma l’ultimo atto di una lunga serie di maltrattamenti.

“Il giudice ha parlato di un regime di vessatoria prevaricazione e di un’intollerabile prosecuzione della convivenza”, ha detto Lari. Nello stesso provvedimento vengono utilizzate espressioni particolarmente dure, con riferimento a “sevizie” e a condotte compiute “con crudeltà” nei confronti della bambina. Condotte che sono state certificate anche in alcune foto trovate nel cellulare di M.I, foto che ritraggono la bambina dopo i pestaggi e addirittura in un video dove la piccola piange perché viene costretta a fumare tra le risate dei due adulti.

Tra gli aspetti emersi dalle indagini ce n’è anche uno del giorno in cui Beatrice è morta e riguarda anche le due sorelline di 9 e 7 anni. “Quella mattina, per farla riprendere, l’hanno tenuta sott’acqua e poi le hanno dato dello zucchero” dicono gli inquirenti, ma la piccola era già deceduta. E proprio la gestione quotidiana delle tre figlie della donna è ricordata nelle carte dell’inchiesta. Le bambine sarebbero state lasciate frequentemente sole durante la notte, affinché la madre potesse trascorrere il tempo con il compagno. La sorella maggiore avrebbe più volte telefonato alla mamma chiedendo aiuto e sollecitandone il ritorno a casa. Chiamate che, secondo i pubblici ministeri, venivano spesso considerate da M.I. come un fastidio. Dalle analisi dei tabulati telefonici emerge infatti un numero elevato di telefonate effettuate dalle minori, soprattutto nelle ore serali e notturne, elemento che confermerebbe quanto successivamente raccontato dalle due sorelle agli investigatori.

Sono durissime le parole del giudice nel motivare la custodia cautelare in carcere. L’ordinanza parla di “modalità atroci”, di “intensità selvaggia” delle percosse e di una “omissione di aiuto spietata”. Alcune delle condotte contestate vengono definite “abominevoli” e sintomo di una “indole crudele”. Per questo, il giudice ha firmato le ordinanze di custodia cautelare. Perché, come ha detto lari “non si poteva più aspettare”.

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