Il tycoon in Cina senza accordo sull’Iran cerca la sponda di Xi
"Mai aiutare il tuo nemico in difficoltà", recita un vecchio adagio della saggezza mandarina. E l'Iran, bocciando la proposta di pace americana, ha messo Donald Trump nelle condizioni meno favorevoli alla vigilia della sua delicata missione in Cina da Xi Jinping.
(Keystone-ATS) Condizioni molto più difficili rispetto ai piani originari sperati. Il presidente USA – in Cina dal 13 al 15 maggio – con una chiusura positiva della guerra in Iran, avrebbe avuto una postura più solida a fronte delle incertezze dell’oggi.
Tuttavia, il tycoon ha ostentato ottimismo, sperando di ottenere “molto” dal suo incontro con l’omologo, con cui rivendica un “ottimo rapporto”. Ha osservato poi – parlando alla Casa Bianca – che non vi sono state spedizioni navali dall’Iran verso la Cina, malgrado la dipendenza di Pechino dal petrolio iraniano. Insomma, una giusta ragione, dalla prospettiva USA, perché Xi faccia pressioni su Teheran per le concessioni utili a chiudere un controverso conflitto che ha mandato in crisi le forniture globali dell’energia e destabilizzato il Medio Oriente.
In agenda, le terre rare, di cui Pechino ha il monopolio della lavorazione, con la necessità USA di rinnovare gli accordi per assicurarsi i minerali essenziali per la produzione hi-tech. E poi la questione dei dazi, che per la Cina è meno urgente: il Dragone ha lavorato per diversificare il suo export e per raggiungere i mercati USA attraverso Paesi terzi; il risultato è che le sue spedizioni crescono a doppia cifra, aumentando il surplus monstre di 1’200 miliardi di dollari del 2025. Inoltre, secondo quanto anticipato da funzionari americani, l’intelligenza artificiale, su cui “aprire un dialogo o attivare canali di de-conflittualizzazione”, e il controllo degli armamenti nucleari, tema caro a The Donald.
Quindi, sull’Iran Trump si avvia a “chiedere aiuto a Xi”: un segno di debolezza” con “costi” per gli USA. E “cosa accadrebbe se la Cina dicesse di ‘no’? In tal caso, il vertice di Trump diverrebbe l’ennesima vittima di questa guerra”, ha osservato Vali Nasr, professore della Jonhs Hopkins, in un post su X. Insomma, un duro colpo.
La parte cinese ha anticipato di aspettarsi dalla due giorni di incontri “relazioni stabilizzate”, in cui il nodo Taiwan, la prima linea rossa di Pechino nei legami con gli Stati Uniti, è il pilastro. Trump ha detto addirittura che discuterà della vendita di armi americane all’isola con Xi, il cui obiettivo è strappare un cambio di tono: dall’America che “non sostiene l’indipendenza” a una che “si oppone all’indipendenza” dell’isola. Un cambio lessicale di peso per dare slancio alla narrativa mandarina della riunificazione “ineludibile” con Taipei senza ricorrere alla manu militari.
Il viaggio porterà accordi nei settori aerospaziale, agricolo ed energetico, mentre l’incontro di mercoledì a Seul, tra il segretario al Tesoro Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, alla vigilia del summit Trump-Xi, è stato visto dagli osservatori come un segnale del fatto che per questa visita “non sono stati ancora definiti molti risultati concreti”.
La Casa Bianca, intanto, sta invitando Elon Musk di Tesla e Tim Cook di Apple nella missione di Trump, in una delegazione che include anche David Solomon, CEO di Goldman Sachs, Stephen Schwarzman di Blackstone, Larry Fink di BlackRock, Jane Fraser di Citigroup e Dina Powell McCormick di Meta.
Il programma, invece, prevede l’arrivo di Trump mercoledì sera a Pechino: la cerimonia di benvenuto il giorno successivo, con una prevedibile parata militare su Piazza Tienanmen seguita dai primi incontri. Poi la visita al “Tempio del Cielo”, sito Unesco a sud di Pechino, con Xi da cicerone. Venerdì, altra tornata di colloqui informali davanti a una tazza di tè e un incontro a pranzo. Nel 2017, alla prima visita di Trump, Xi aprì un’ala mai usata della Città Proibita per la cena d’onore. Perché questa volta il Tempio del Cielo? Una combinazione di sicurezza, vicinanza e salute: è il luogo in cui gli imperatori rafforzavano il concetto di “Tian Dao”, il “Mandato del Cielo”, come fonte di legittimazione del loro potere.