Guy Parmelin: “Dobbiamo moltiplicare i partenariati. Ma gli Stati Uniti sono imprescindibili”
Dopo dieci anni in Consiglio federale, Guy Parmelin inizia oggi il suo secondo mandato come presidente della Confederazione. Il ministro dell'economia, esponente della destra conservatrice, si esprime sul futuro delle relazioni con Washington, sul ruolo della Svizzera in un ordine mondiale che cambia e sulla sfida di governare in tempi di crisi.
Swissinfo: Lei è stato eletto per la seconda volta alla presidenza della Confederazione con 203 voti su 210 schede valide, il miglior risultato degli ultimi 40 anni. Qual è il segreto di tanta popolarità?
Guy Parmelin: Di solito rispondo che bisognerebbe porre la domanda a chi in Parlamento ha votato a favore della mia elezione. Ma riflettendoci, penso che dipenda dal mandato del mio dipartimento, che si occupa di agricoltura, formazione, ricerca, economia e parti sociali. Questo mi porta a contatto con praticamente tutte le commissioni parlamentari. Molte persone a Palazzo federale mi conoscono quindi bene, e sanno come lavoro.
I media affermano che questo sarà il Suo ultimo anno in Consiglio federale. La Sua elezione trionfale la spingerà a prolungare il mandato?
Ho sempre detto che sono stato eletto per l’intera legislatura. Naturalmente possono sorgere problemi di salute. Bisogna rimanere modesti. Tuttavia, finché avrò la passione e la voglia di lavorare con la mia squadra, andrò avanti.
Il Suo primo anno di presidenza, nel 2021, è stato segnato dalla crisi Covid. Quali lezioni apprese in quell’anno particolarmente intenso pensa di poter applicare a questo secondo mandato?
La crisi del Covid era imprevedibile. Tuttavia, ho imparato che bisogna essere preparati a tutto. Ripeto spesso che sto vivendo la mia quinta crisi: dopo il Covid, c’è stata la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sull’approvvigionamento energetico, poi la crisi di Credit Suisse e infine quella dei dazi doganali.
La cosa migliore che ora potrebbe accadere, sia per la Svizzera che per il mondo, sarebbe una stabilizzazione, in modo che l’economia mondiale riparta e le nostre aziende dispongano di condizioni ottimali per l’esportazione.
Nei negoziati per un accordo doganale con gli Stati Uniti abbiamo assistito a una stretta collaborazione tra le aziende e il Governo. È un segno di debolezza della diplomazia svizzera?
No, non credo. In questo Paese si tende talvolta a dimenticare che il pubblico e il privato devono lavorare insieme. L’economia genera le entrate che finanziano le nostre assicurazioni sociali e il nostro sistema educativo. È necessario riconciliare l’economia con la politica e con i poteri pubblici. Se l’economia funziona bene, la Confederazione, i Cantoni e i Comuni possono adempiere ai loro compiti. È una situazione vantaggiosa per tutti. Ma voglio essere molto chiaro: è la Confederazione che negozia, non il settore privato.
Per il momento c’è solo una dichiarazione d’intenti non vincolante, il che significa che è ancora possibile annullarla. Non teme che Donald Trump possa cambiare idea?
In politica non si è mai sicuri di nulla. Ma quando la Svizzera si impegna, mantiene la parola data. Vogliamo trasformare la dichiarazione in un accordo giuridicamente vincolante, e anche gli Stati Uniti lo desiderano. Mi sono impegnato con il rappresentante americano per il commercio, Jamieson Greer, ad agire rapidamente: preparare un progetto di mandato, consultare le commissioni e i Cantoni. È stato fatto e su questa base siamo pronti a negoziare con gli USA. Gli investimenti privati seguiranno: l’industria farmaceutica lo ha già confermato. In altri Paesi sono state fatte molte promesse, ma Oltreoceano constatano che risultati concreti finora non ce ne sono stati.
La stampa ha paragonato alla fine del segreto bancario l’accordo concluso dagli Stati Uniti con nove ditte farmaceutiche, ritenendo che sotto la pressione americana la Svizzera abbia fatto importanti concessioni. Condivide questa analisi?
No, è diverso. Quell’accordo è stato concluso dal settore privato e riguarda otto Paesi, non solo la Svizzera. Da parte nostra, abbiamo creato un gruppo di lavoro per definire una strategia volta a rafforzare la posizione della Svizzera nel settore farmaceutico. Se vogliamo mantenere una parte dell’industria farmaceutica nel nostro Paese, dobbiamo migliorare le condizioni quadro. Le aziende cercano di avvicinarsi ai loro mercati: gli Stati Uniti, la Cina e, domani, forse l’India.
Non possiamo opporci a questa tendenza, ma possiamo mantenere nel nostro Paese la ricerca e alcuni posti di lavoro. La discussione verterà su un quadro favorevole per attrarre investimenti nell’innovazione, evitando però di far esplodere i costi sanitari.
La Svizzera ha fatto molte concessioni agli Stati Uniti. Quando si tratta di negoziare con l’Unione europea, tuttavia, si mostra più cauta. Questa cautela è giustificata, visto che l’UE è il nostro primo partner commerciale?
Non credo che abbiamo fatto più concessioni. La Svizzera negozia difendendo i propri interessi. Abbiamo tre partner principali: l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Cina. Sono complementari e inoltre, noi dobbiamo diversificare. È la grande lezione della crisi del multilateralismo: dobbiamo moltiplicare i partenariati. Ecco perché abbiamo accordi di libero scambio, per esempio, con l’India. Ma gli Stati Uniti sono imprescindibili. Non abbiamo scelta: dobbiamo difendere i nostri interessi.
Durante il Suo primo mandato come presidente, ha avuto il compito di far saltare l’accordo quadro con l’UE. Nel 2026 dovrà recarsi a Bruxelles per firmare il nuovo pacchetto di accordi, contro il parere del Suo partito. Come affronterà questa sfida?
La situazione è chiara: il Consiglio federale prende le decisioni, i partiti hanno un altro ruolo. Nel 2021 ho presentato a Bruxelles la posizione del Governo, spiegando che l’accordo quadro non era abbastanza vantaggioso per la Svizzera. Questa volta, l’esecutivo federale ritiene che il nuovo pacchetto di accordi sia equilibrato e che possa essere firmato. E si dà il caso che sarò proprio io a portare questo messaggio a nome del Governo. L’iter parlamentare e la votazione popolare seguiranno.
Cosa succederà se questi accordi saranno respinti dall’elettorato?
Non sono un veggente. Se dovesse accadere, bisognerebbe vedere come reagirà l’Unione europea di fronte a un rifiuto popolare, che non sarebbe quindi né del Parlamento, né del Consiglio federale.
L’iniziativa del Suo partito “No a una Svizzera da 10 milioni!” rischia di affossare i nuovi accordi. Lei sarà chiamato a contrastarla, assumendo ancora una volta una posizione contraria a quella del Suo partito. Teme quel momento?
Al Governo abbiamo i nostri scambi, e poi prendiamo insieme una decisione. In questo caso, il Consiglio federale è arrivato alla conclusione che l’iniziativa comporterebbe rischi importanti per l’economia. Quindi la combatteremo e spiegheremo i rischi alla popolazione. Se sarà accettata, bisognerà applicarla, ma io non faccio politica immaginaria.
L’immigrazione è un motore essenziale dell’economia svizzera. Secondo Lei, che dimensione può raggiungere l’immigrazione pur rimanendo sostenibile per il nostro Paese?
Non si può porre la domanda in questi termini. Ciò che preoccupa la popolazione è il continuo aumento dell’immigrazione, che comporta maggiori costi e la crescente saturazione delle infrastrutture. Ma la Svizzera ha sempre avuto una politica di immigrazione orientata alle esigenze dell’economia e così continuerà a essere. Si rischia di toccare il limite? La popolazione in ogni caso ha questa percezione. Ma si tratta di un tema estremamente complesso. Ciò che è chiaro è che l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” porterebbe rischi significativi alla nostra economia e al nostro benessere.
La politica mondiale sta accelerando. La Svizzera, invece, mantiene il suo consueto ritmo. È un vantaggio o uno svantaggio?
Il federalismo garantisce la vicinanza alla popolazione, e a questo teniamo tutti. Ma rallenta i processi, il che può farci perdere tempo rispetto alla concorrenza. D’altra parte, è una lentezza che ci permette di osservare gli altri Paesi, ed evitare i loro errori.
Per concludere accordi di libero scambio, occorre però muoversi velocemente. La Svizzera non è svantaggiata in questo settore?
Siamo stati agili. Abbiamo concluso un accordo con l’India prima dell’Unione europea e con il Mercosur subito dopo. La vera sfida è ora la ratifica di quest’ultimo accordo. L’Europa l’ha rinviata a gennaio, ma non appena la firmerà, applicherà l’accordo in anticipo. Ciò creerà per le nostre imprese uno svantaggio del 30-35% nelle loro esportazioni verso il Sud America. Sarà quindi fondamentale agire rapidamente, anche se è già stato annunciato un referendum. Dovremo convincere la popolazione che questo accordo è nell’interesse di tutti.
Il franco svizzero è forte. Questo fa piacere al ministro dell’economia?
Fortunatamente, la politica monetaria è competenza della Banca nazionale. La forza del franco svizzero riflette la fiducia internazionale nella nostra economia e nelle nostre istituzioni. Ma è un enorme handicap per la nostra industria delle esportazioni.
Prima di essere eletto al Consiglio federale e di accedere alle più alte cariche dello Stato, Lei era un agricoltore. Cosa le è rimasto da quel Suo primo mestiere?
Senza presunzione, credo di comprendere i problemi del settore. Spesso si dimentica che l’agricoltura è la nostra assicurazione in materia di sicurezza alimentare: se le frontiere chiudessero, mangeremmo solo un giorno sì e uno no. Ma questo settore è stretto nella morsa tra la protezione della natura, la necessità di produrre e le contraddizioni di consumatori e consumatrici. Vogliono prodotti sani e di qualità, ma non desiderano pagarne il prezzo. E chi vuole proteggere l’ambiente a volte prende l’automobile per fare acquisti più a buon mercato dall’altra parte del confine, piuttosto che andare a piedi al negozio di alimentari del paese.
Chi lavora in agricoltura, vede ogni giorno il risultato delle sue fatiche. In Svizzera le cose procedono più lentamente. La disturba?
È il nostro sistema: procede lentamente, ma funziona. E in caso di emergenza sappiamo agire rapidamente. Durante la pandemia, noi sette membri del Consiglio federale abbiamo attivato il diritto d’emergenza e deciso di imporre un arresto quasi completo all’economia. È stato il momento più difficile della mia carriera, perché sapevamo che la nostra decisione avrebbe provocato drammi nelle aziende. Ma grazie ai prestiti Covid abbiamo evitato il peggio. Appena annunciati gli aiuti, le aziende hanno potuto ottenere immediatamente il denaro. In altri Paesi non è stato così. La Svizzera a volte impiega più tempo, ma rimane efficiente.
Sotto quale segno desidera collocare il Suo anno presidenziale?
Non ho scelto un motto. Ho visto troppi colleghi annunciarne uno e poi doverlo cambiare a causa di una crisi o di un imprevisto. Senz’altro desidero riconciliare l’economia e la politica. Spiegare alla cittadinanza che, anche se il mondo è cambiato, possiamo avere fiducia in noi stessi: la Svizzera dispone di buone condizioni di fondo. E penso sia importante andare incontro alla popolazione per ascoltare le sue preoccupazioni e spiegarle cosa stiamo facendo.
Da gennaio presiederà le sedute del Consiglio federale. Come si prepara a questo compito?
Il vantaggio è che ho un anno di esperienza come presidente, un’esperienza peraltro acquisita in un contesto particolarmente difficile a causa del Covid. Avevamo riunioni molto lunghe. Dovevo telefonare con i colleghi, a volte fino a mezzanotte, per prepararle. La pressione era enorme. Oggi il sistema funziona meglio: le statistiche che pubblicheremo mostrano che abbiamo risposto a molti più interventi parlamentari, usando meno ore di lavoro. Abbiamo guadagnato in efficienza e spero che continuerà così, anche se le sfide non mancheranno.
Guy Parmelin in breve
Guy Parmelin fa parte del Consiglio federale dal 2015. Ha inizialmente guidato il Dipartimento della difesa, prima di assumere nel 2019 la direzione del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca. Ha già ricoperto la carica di presidente della Confederazione nel 2021, in piena crisi Covid.
Nato nel 1959 a Bursins, nel cantone di Vaud, Guy Parmelin proviene da una famiglia impegnata nell’agricoltura e nella viticoltura. Dopo un apprendistato da agricoltore, ha conseguito un master federale in viticoltura e ha rilevato l’azienda di famiglia. È entrato nel Consiglio nazionale nel 2003 sotto la bandiera dell’Unione Democratica di Centro (UDC / destra conservatrice). A livello internazionale, si è distinto per avere ospitato a Ginevra nel 2021 il vertice Biden-Putin.
Guy Parmelin è noto per il suo stile diretto e per la sua capacità di destreggiarsi tra umorismo e affabilità. Il ministro dell’economia, che inizia la sua giornata alle 5:30, è anche il consigliere federale più mattiniero. Conduce una vita familiare discreta con la moglie, i nipoti e un padre novantenne.
A cura di Balz Rigendinger
Traduzione di Andrea Tognina
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