“No a una Svizzera da 10 milioni!” e Brexit nel Regno Unito: stesse cause, stessi effetti?
La Brexit ha avuto conseguenze migratorie inattese. Mentre in Svizzera si discute di un’iniziativa volta a ridurre l’immigrazione, che potrebbe rimettere in discussione la libera circolazione con l’UE, alcune voci invitano a trarre insegnamento da quanto accaduto nel Regno Unito.
Il prossimo 14 giugno, l’elettorato svizzero sarà chiamato a votare una nuova iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) per limitare l’immigrazione. Intitolato “No a una Svizzera da 10 milioni!Collegamento esterno”, il testo chiede al Consiglio federale e al Parlamento di impedire che la popolazione residente permanente raggiunga i 10 milioni di abitanti entro il 2050.
Per riuscirci, prevede innanzitutto restrizioni nell’asilo e nel ricongiungimento familiare. Non esclude tuttavia, come ultima ratio, la denuncia dell’accordo di libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea.
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“Riprendere il controllo” dell’immigrazione
Nessun Paese ha finora adottato restrizioni migratorie per fissare un tetto alla propria popolazione. Esiste però un precedente per quanto concerne la fine della libera circolazione: il Regno Unito. Mentre in Svizzera la campagna entra nel vivo, alcuni osservatori guardano all’unico Paese che ha di fatto rinunciato a questo regime migratorio uscendo dall’UE.
Bisogna riportare indietro le lancette dell’orologio di quasi dieci anni. Il 23 giugno 2016 il popolo del Regno Unito votò a sorpresa a favore della Brexit. L’uscita effettiva dall’UE è avvenuta oltre quattro anni dopo, il 1° gennaio 2021.
Le analisi successive al voto hanno mostrato che i timori legati all’immigrazione sono stati determinanti. Negli anni precedenti, la migrazione netta dall’UE – in particolare dall’Europa centrale e orientale – era fortemente aumentata dopo gli allargamenti del 2004 e del 2008, raggiungendo un picco nel 2014.
Lo slogan “Take back control” (“riprendere il controllo”), ripetuto all’epoca da coloro che sostenevano la Brexit, richiama molto da vicino gli argomenti avanzati oggi dall’UDC, che denuncia un’immigrazione divenuta “fuori controlloCollegamento esterno”.
Cenni Najy, responsabile politico del Centre Patronal, un’organizzazione dei datori di lavoro basata nel Canton Vaud, contrario all’iniziativa UDC, vede “parallelismi evidenti”. “La questione migratoria che si pone oggi in Svizzera è simile a quella che era al centro del dibattito durante la campagna per la Brexit”, osserva.
Dopo la Brexit, l’immigrazione è aumentata
Nel Regno Unito molte persone ritenevano che l’immigrazione sarebbe diminuita uscendo dall’UE. In realtà, “l’impatto della Brexit in sé non è stato quello di ridurre l’immigrazione, sottolinea Jonathan Portes, professore di economia e politiche pubbliche al King’s College di Londra. Anzi, è accaduto il contrario. Il sistema introdotto dal Governo dopo la Brexit ha portato a un aumento complessivo dell’immigrazione netta”.
L’immigrazione dall’UE e dall’AELS (Svizzera, Liechtenstein, Islanda e Norvegia) ha iniziato a rallentare già nel 2016, prima ancora dell’uscita effettiva. “La Brexit ha dissuaso gli europei dal venire”, spiega Portes. Questo rallentamento si è accentuato dopo la fine della libera circolazione.
Dal 2021 è entrato in vigore un nuovo sistema che facilita l’accesso al mercato del lavoro e ai visti studenteschi per i cittadini e le cittadine di Paesi terzi. Il cambiamento è avvenuto in un contesto di carenza di manodopera legata alla ripresa post-Covid e di arrivi massicci di persone rifugiate da Hong Kong e Ucraina.
Prima della Brexit: in quanto membro dell’UE, il Regno Unito disponeva già di una certa autonomia in materia di immigrazione, in particolare per i cittadini e le cittadine di Paesi non appartenenti all’Unione. I datori di lavoro che desideravano assumere una persona proveniente da un Paese terzo dovevano sponsorizzarla.
I cittadini dell’UE potevano invece vivere e lavorare nel Regno Unito senza visto grazie alla libera circolazione. Il Paese beneficiava tuttavia di diverse deroghe europee in materia di migrazione e controlli alle frontiere.
Dopo la Brexit: dal 2021 Londra ha introdotto un nuovo sistema di immigrazione a punti che tratta allo stesso modo cittadini europei e non europei. Sono stati creati diversi tipi di visto che privilegiano i lavori qualificati, con alcune eccezioni per lavoratori sociali o stagionali.
Il nuovo sistema ha reso più difficile l’arrivo dei cittadini dell’UE, che in precedenza potevano stabilirsi liberamente nel Regno Unito. Al contrario, ha facilitato l’immigrazione dai Paesi terzi, in particolare quella degli studenti internazionali e delle loro famiglie.
Un’immigrazione più extra-UE
Negli anni successivi, il calo dell’immigrazione europea è stato “più che compensato da un forte aumento degli arrivi da Paesi extra UE”, riassume Portes.
A fronte di un forte malcontento, il Governo britannico ha successivamente irrigidito la propria politica migratoria, in particolare sul ricongiungimento familiare. I dati più recenti del 2025 mostrano che il saldo migratorio complessivo è tornato ai livelli pre-Brexit.
Ma la sua composizione è profondamente cambiata: l’immigrazione dai Paesi extra UE resta nettamente più elevata di prima, mentre quella proveniente dall’UE è fortemente diminuita, stando a quanto riporta l’Osservatorio della migrazione di OxfordCollegamento esterno. Oggi i principali Paesi di provenienza sono India, Cina, Pakistan e NigeriaCollegamento esterno.
Aumento degli arrivi clandestini via mare
Una categoria, invece, non è diminuita: i richiedenti asilo. Il loro numero è aumentato sensibilmente dal 2021, raggiungendo un picco di oltre 110’000 personeCollegamento esterno nell’autunno 2025. Tra il 2004 e il 2020 oscillava tra 22’000 e 46’000 all’anno.
Questa crescita si spiega in gran parte con l’aumento delle traversate della Manica a bordo di imbarcazioni di fortuna. Circa 46’000 persone hanno tentato di raggiungere le coste britanniche nel 2022, contro appena 300 nel 2018.
Un secondo picco, circa 42’000 attraversamenti, è stato registrato nel 2025. Secondo il Ministero dell’interno britannico, oltre 200’000 persone hanno tentato la traversata dal 2018. La quasi totalità ha chiesto asilo.
Jonathan Portes sottolinea che la Brexit spiega solo in parte questo aumento. Tra gli altri fattori vi sono il rafforzamento dei controlli alle frontiere europee e la diminuzione dei costi delle traversate organizzate dai trafficanti.
Resta il fatto che, dopo l’uscita dall’UE, il Regno Unito non può più rinviare le persone richiedenti asilo verso il primo Paese di ingresso nell’UE, come consentiva il regolamento di Dublino. La cooperazione con Bruxelles è diventata più complessa. “L’uscita dall’Unione ha limitato la capacità del Regno Unito di contrastare la migrazione irregolare”, conclude una notaCollegamento esterno del Parlamento europeo.
Un cambiamento dei flussi migratori anche in Svizzera?
Cenni Najy ritiene che la Svizzera potrebbe sperimentare un effetto di “sostituzione migratoria simile” in caso di approvazione dell’iniziativa UDC. “Se il Regno Unito, che è un’isola, ha già grandi difficoltà a controllare i flussi clandestini, ci si può interrogare sulla situazione della Svizzera, che non può controllare ogni metro della propria frontiera terrestre con i Paesi vicini”, osserva.
Secondo lui, una “variabile di aggiustamento” sarebbe costituita dal lavoro frontaliero, non toccato dal testo. Oggi oltre 400’000 persone lavorano in Svizzera con questo statuto.
“Se l’iniziativa venisse applicata, la tentazione per la politica sarebbe quella di colmare le carenze di manodopera con frontalieri e frontaliere”, afferma. Ma anche con lavoratori e lavoratrici con statuti più precari o temporanei, privi del diritto al ricongiungimento familiare. In sostanza, “si uscirebbe da un regime migratorio per crearne un altro, più caotico, meno europeo e meno regolato rispetto a quello attuale”.
L’UDC respinge il paragone con la Brexit
Per Nicolas Kolly, consigliere nazionale dell’UDC del canton Friburgo, il confronto con quanto accaduto in Gran Bretagna non è pertinente. “La nostra iniziativa non è una Brexit svizzera”, dichiara. Innanzitutto perché, a suo avviso, potrebbe essere applicata senza denunciare l’accordo di libera circolazione, intervenendo prima su asilo, ricongiungimento familiare e clausole di salvaguardia.
Kolly sostiene inoltre che la Svizzera potrà comunque reclutare la manodopera qualificata di cui ha bisogno. “Anche con l’iniziativa, circa 40’000 persone all’anno potrebbero continuare a immigrare”, assicura.
Secondo il consigliere nazionale dell’UDC, l’elevata immigrazione non ha eliminato la carenza di manodopera e, anzi, crea nuovi bisogni in termini di alloggi, sanità e trasporti. Il ricorso al frontalierato sarebbe esso stesso un “effetto indotto” della libera circolazione. “Un numero importante di frontalieri viene in Svizzera per svolgere lavori che derivano direttamente dall’immigrazione”, afferma.
Per Kolly, l’esempio britannico dimostra soprattutto il fallimento di una politica migratoria “coerente” dopo la Brexit. Al contrario, l’iniziativa del suo partito fisserebbe un “obiettivo chiaro”, evitando un semplice spostamento dei flussi.
Nessuna “soluzione magica”
Jonathan Portes, del King’s College di Londra, preferisce invece non sbilanciarsi sugli effetti che un’eventuale abolizione della libera circolazione potrebbe avere sui flussi migratori verso la Svizzera.
L’esempio britannico mostra piuttosto i limiti delle promesse di “soluzioni semplici e indolori”, capaci di ridurre l’immigrazione “come per magia”. “È un’illusione, afferma. Pressioni economiche e demografiche, carenze di manodopera: la Brexit ha cambiato il modo di gestirle, ma non le ha fatte scomparire.”
“La migrazione è un fenomeno complesso. L’elaborazione di una politica migratoria implica scelte difficili, e questo vale anche per la Svizzera”, afferma. Secondo Portes, la principale lezione della Brexit è forse che i governi hanno meno controllo su queste dinamiche di quanto credano.
Articolo a cura di Samuel Jaberg
Traduzione con il supporto dell’IA/mar
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