Un’offensiva potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora

Con il nuovo sistema antimissili, detto 'Duomo di ferro', l'esercito israeliano ha intercettato diversi razzi sparati da Gaza Reuters

La diplomazia fatica a trovare una via d’uscita alla crisi tra Israele e Hamas. In caso di offensiva terrestre, il conflitto rischia di sfuggire ad ogni controllo. Rispetto all’operazione Piombo fuso del 2008, le condizioni quadro sono radicalmente mutate, annota la stampa svizzera.

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 novembre 2012 - 10:49
swissinfo.ch

Mentre la diplomazia internazionale – con l’Egitto in prima fila – si attiva per cercare di evitare il peggio a Gaza, l’esercito israeliano ha completato nelle ultime ore il suo dispiegamento attorno alla Striscia, in vista di una possibile offensiva terrestre. L’aviazione e la marina dello Stato ebraico hanno dal canto loro continuato i bombardamenti, dopo la sanguinosa giornata di domenica costata la vita a 31 palestinesi.

Martedì Ban Ki-moon sarà al Cairo per incontrare il ministro degli esteri egiziano, il primo ministro e il presidente Mohamed Morsi. In seguito il segretario generale delle Nazioni Unite è atteso anche in Israele e nei Territori palestinesi.

«In sostanza, per interrompere i suoi tiri di razzi e imporre la calma alle altre organizzazioni palestinesi, [Hamas] esige la revoca del blocco contro Gaza e la cessazione definitiva della politica delle ‘liquidazioni’», riassume il quotidiano Le Temps. Gli israeliani, dal canto loro, chiedono che Hamas si impegni a cessare immediatamente – e durevolmente – i tiri di razzi dopo la conclusione di un accordo di cessate il fuoco e che questo impegno sia garantito dall’Egitto. «Vogliono anche che il contrabbando d’armi verso Gaza venga interrotto» e in questo senso «l’esercito egiziano è chiamato a svolgere un ruolo centrale».

Una tregua è però ancora lontana, tanto più che in Israele «l’opinione pubblica è ampiamente favorevole a un’operazione terrestre nella striscia di Gaza», prosegue il giornale della Svizzera francese.

Situazione radicalmente cambiata

Rispetto all’ultima campagna militare israeliana su larga scala condotta nella Striscia (l’operazione Piombo fuso, svoltasi tra dicembre 2008 e gennaio 2009), la situazione è però radicalmente differente, annota gran parte della stampa svizzera.

«Hamas ha perso il sostegno della Siria, ma ha guadagnato quello dei nuovi governi giunti al potere dopo le rivoluzioni arabe», sottolinea La Liberté, «mentre Israele ha perso i suoi due principali interlocutori nella regione: l’Egitto e la Turchia».

«Con la sua offensiva aerea, Israele ha sì indebolito militarmente Hamas, ma lo ha anche reso politicamente presentabile», osserva dal canto suo il Tages-Anzeiger. Che poi prosegue: «Oggi, laddove gli islamici sono subentrati ai dittatori, i religiosi possono dedicarsi di nuovo alla Palestina. Nulla di più facile, poiché in Hamas trovano uno di loro».

Secondo il corrispondente al Cairo del giornale zurighese, Israele può continuare a portare avanti una politica di forza e boicottare ogni soluzione negoziata proseguendo con la sua politica di colonizzazione. «Ciò facendo, però, il problema palestinese continuerà ad essere sempre più spesso sfruttato per alimentare il crescente orgoglio arabo». Non più però per nutrire l’ideologia panaraba, come ai tempi di Nasser o Hafez el Assad, ma islamica. «E Israele sarà ancora una volta l’avversario necessario» per promuovere questa ideologia.

Conflitto che potrebbe sfuggire ad ogni controllo

Di queste condizioni quadro mutate parla anche l’esperto di Medioriente Michael Lüders, intervistato dall’Aargauer Zeitung. «Non vi è più un Hosni Mubarak, che fungeva da interlocutore privilegiato per gli interessi israeliani, sottolinea Lüders. Questa volta se si dovesse giungere a un’escalation, la diplomazia egiziana si troverebbe in acque difficili».

Il nuovo governo guidato dai Fratelli mussulmani dovrebbe da un lato tener conto degli interessi dei palestinesi e dimostrarsi solidale nei loro confronti. Dall’altro dovrebbe evitare di rompere il trattato di pace che lo lega ad Israele. «Il pericolo è grande che questa guerra, se dovesse veramente scoppiare, sfugga ad ogni controllo e che si verifichino eventi che oggi non possiamo neppure immaginarci», afferma Lüders.

«Per ora non si intravvede ancora un fronte potente. Ma è solo questione di tempo. Quando ciò avverrà, Israele si ritroverà davanti a un blocco con cui è confrontato sin dalla sua creazione e che era riuscito a spezzare con gli accordi di Camp David», scrive il Tages-Anzeiger.

Messaggio ai nuovi attori della Primavera araba

Interpellato da Le Matin Dimanche, Hasni Abidi osserva dal canto suo che Israele sta per l’appunto inviando anche un «segnale ai nuovi attori della Primavera araba». «Geostrategicamente, l’Egitto di Morsi, un fratello mussulmano, non è più quello di Mubarak», afferma il direttore del Centro di studi sul mondo arabo di Ginevra. Non bisogna poi dimenticare che Israele si trova in periodo elettorale e «un’operazione militare permette di raccogliere voti».

Intervistato dallo stesso giornale, Riccardo Bocco, professore all’Istituto di alti studi internazionali di Ginevra, ritiene che Israele stia giocando con il fuoco, tanto più che è impegnato su quattro fronti: Gaza, la Siria, l’Hezbollah e l’Iran. «È una follia completa. Netanyahu progetta un’operazione militare in uno dei contesti più delicati di tutta la regione. L’opzione migliore sarebbe di arretrare e di porre fine all’occupazione. È con questo gesto che taglierebbe veramente l’erba da sotto ai piedi a tutti i nemici», afferma Bocco.

Piombo fuso

L’ultima campagna militare su vasta scala condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza è avvenuta tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009.

Durante l’operazione denominata Piombo fuso, lanciata anche in quell’occasione in seguito ai lanci di razzi Qassam da parte di Hamas, hanno perso la vita, a seconda delle fonti, tra 1000 e 1400 palestinesi (tra cui circa 900 civili) e 13 israeliani (3 civili).

Nel corso del conflitto sono state riportate numerose violazioni dei diritti umani, sia da parte dei militari israeliani, che da parte dei miliziani di Hamas. Violazioni poi confermate anche dal rapporto della missione ONU presieduta da Richard Goldstone.

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