Bilaterali III con l’UE e “No a una Svizzera da 10 milioni!”: la diaspora elvetica teme conseguenze
Le delegate e i delegati del Consiglio degli svizzeri all’estero (CSE) hanno discusso con i membri del gruppo parlamentare "Svizzeri all’estero" dei nuovi accordi tra Berna e Bruxelles e dell’iniziativa popolare "No a una Svizzera da 10 milioni!".
I temi sono diversi, ma hanno un elemento in comune: potrebbero influire sulla mobilità delle cittadine e dei cittadini svizzeri, in particolare di coloro che vivono in Europa. Si tratta di una quota rilevante: il 64% delle persone svizzere residenti all’estero vive in Paesi dell’UE.
I Bilaterali III – il pacchetto di accordi che disciplina le relazioni tra la Svizzera e l’UE in diversi ambiti – hanno costituito il primo tema di discussione nel confronto tra parlamentari dei principali partiti svizzeri e i membri del CSE presenti a Berna.
Nessun vantaggio senza obblighi
Le e i rappresentanti della diaspora hanno sottolineato i benefici degli accordi per la Svizzera. “Una libera circolazione delle persone sostenibile presuppone anche l’accettazione delle sue regole. Non si possono ottenere i vantaggi senza assumersi gli obblighi che ne derivano”, ha dichiarato Konstantin Kokinos, delegato per la Grecia.
Diversi delegati hanno rivolto domande dirette al consigliere nazionale Roland Büchel, rappresentante dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) e unico oppositore dei Bilaterali III presente in sala: la Svizzera può davvero beneficiare del mercato europeo se rifiuta al contempo il quadro normativo corrispondente? Tutti i membri dell’UDC sono davvero contrari agli accordi con l’UE? E cosa accadrebbe, in caso di rifiuto, alla piazza scientifica svizzera e ai programmi di formazione?
Le preoccupazioni e gli argomenti espressi non hanno tuttavia fatto cambiare posizione al deputato dell’UDC. Büchel ha criticato un accordo che, dal punto di vista del suo partito, “non ha nulla di bilaterale” e che obbligherebbe la Svizzera ad adottare il diritto straniero, a scapito della democrazia diretta.
Questa posizione ha suscitato reazioni tra le e i membri del Consiglio degli svizzeri all’estero. “Il tempo in cui la Svizzera poteva vivere isolata è finito”, ha affermato, ad esempio, Beat Knoblauch, rappresentante dell’Australia.
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Rafforzare le relazioni con i Paesi vicini
Sia esponenti della destra sia del centro hanno evidenziato le sfide economiche e di politica di sicurezza che la Svizzera si trova ad affrontare.
Per il Partito liberale radicale (PLR, destra liberale), la via bilaterale resta imprescindibile. Il consigliere nazionale vodese Laurent Wehrli ha richiamato le conseguenze concrete della mancanza di accordi, citando una perdita di 340 milioni di franchi di investimenti nella tecnologia medica dal 2022 nei cantoni Vaud e Ginevra. “Il commercio con gli Stati Uniti, la Cina o Israele non compenserà mai una rottura con l’UE”, ha avvertito.
La consigliera nazionale Elisabeth Schneider-Schneiter (Il Centro) ha inoltre sottolineato la pressione geopolitica attuale: “Se deve esserci una partnership, deve essere innanzitutto con i nostri vicini europei, Paesi che condividono gli stessi valori democratici”.
Sophie Michaud-Gigon (Verdi) ha evidenziato sia i valori democratici europei sia i vantaggi concreti degli accordi, dalla sicurezza alimentare agli scambi economici. “Parliamo di un volume commerciale di 300 miliardi di franchi all’anno, contro i 67 miliardi con gli Stati Uniti”, ha ricordato.
“Non sarà una passeggiata”
L’esito della votazione popolare resta incerto. L’approvazione dei Bilaterali III sarà sottoposta al popolo svizzero, al più presto nel 2027.
Wehrli ha messo in guardia dal fatto che un rifiuto di questi accordi potrebbe rendere caduchi i Bilaterali I e II. “Torneremmo all’accordo di libero scambio del 1972, con il rischio di perdere anni di negoziati”.
Per il consigliere nazionale dei Verdi liberali (PVL) Beat Flach, ciò significherebbe dover negoziare accordi separati con ciascuno Stato dell’UE, “creando così il mostro burocratico che l’UDC critica così spesso”.
Schneider-Schneiter auspica che le cittadine e i cittadini svizzeri all’estero si impegnino nella campagna di voto a favore degli accordi bilaterali, che – secondo lei – “non sarà una passeggiata”. Diverse delegate e delegati hanno condiviso questa valutazione, sottolineando che la prossima votazione sarà decisiva non solo per l’economia, ma anche per la loro situazione personale.
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Dibattito controverso sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”
Il secondo tema della tavola rotonda è stato l’iniziativa dell’UDC “No a una Svizzera da 10 milioni!”. A tre mesi dalla votazione, il dibattito sulla cosiddetta “iniziativa per la sostenibilità” si sta intensificando.
L’iniziativa mira a impedire che la popolazione residente permanente della Svizzera superi i dieci milioni di persone prima del 2050.
Il testo prevede che già al superamento dei 9,5 milioni di abitanti debbano essere adottate misure per rispettare il limite, “in particolare nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare”.
Secondo il testo dell’iniziativa, la Svizzera dovrebbe rinegoziare gli “accordi internazionali che favoriscono la crescita della popolazione” al fine di introdurre clausole di eccezione o di salvaguardia. Se ciò non bastasse a mantenere il limite dei dieci milioni, come misura estrema dovrebbe essere disdetto l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’UE.
Mentre il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento respingono l’iniziativa e mettono in guardia da nuovi problemi, chi la sostiene la considera uno strumento per tornare a gestire autonomamente l’immigrazione.
La consigliera nazionale del Centro Schneider-Schneiter si è espressa chiaramente contro il progetto, avvertendo delle gravi conseguenze economiche e ricordando l’elevato numero di lavoratrici e lavoratori che giungono in Svizzera come frontalieri o dall’estero.
Anche il consigliere agli Stati del Partito socialista Carlo Sommaruga ha sottolineato la forte dipendenza della Svizzera dalla manodopera straniera. “Chi si prende cura dei nostri genitori? Chi costruisce le nostre case?”, ha chiesto.
Sulla stessa linea si è espresso il consigliere nazionale Wehrli (PLR), criticando la fissazione rigida su una cifra: “Perché dieci milioni e non nove o undici?”. Le regioni di confine dipendono in particolare dalla forza lavoro estera, ad esempio nella ristorazione o nel settore sanitario.
Il consigliere nazionale del PVL Flach ha inoltre criticato la definizione di “iniziativa per la sostenibilità”: “Non ha nulla a che vedere con la sostenibilità”. Secondo Flach, l’UDC vuole semplicemente mettere una campana di vetro sulla Svizzera e isolare il Paese.
La consigliera nazionale dei Verdi Gigon ha messo in guardia dalle conseguenze: l’iniziativa metterebbe a rischio gli accordi bilaterali con l’UE, un pericolo che riguarderebbe direttamente anche le cittadine e i cittadini svizzeri all’estero.
Di contro, il consigliere nazionale dell’UDC Büchel ha difeso l’iniziativa del suo partito. La Svizzera cresce più rapidamente di molti altri Paesi, il che comporta una “pressione enorme”, ha affermato. L’immigrazione non riguarda solo il mercato del lavoro e, secondo Büchel, molte persone immigrate non sono attive professionalmente.
Ha inoltre sottolineato che, anche in caso di accettazione dell’iniziativa, l’immigrazione resterebbe possibile. L’importante, ha affermato, è discutere apertamente dei problemi esistenti.
A margine delle discussioni: le conseguenze per gli svizzeri e le svizzere all’estero
Sebbene l’iniziativa potrebbe avere conseguenze di vasta portata, nel dibattito si è parlato solo marginalmente degli effetti di una sua eventuale approvazione sulle cittadine e i cittadini svizzeri all’estero.
Eppure potrebbero essere tra i più colpiti. Se l’iniziativa venisse attuata e, in ultima istanza, venisse meno l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’UE, le conseguenze per le persone svizzere residenti nello spazio europeo sarebbero dirette. Potrebbero emergere nuove questioni relative ai diritti di soggiorno, alla sicurezza sociale o all’accesso al mercato del lavoro.
Solo un intervento dal pubblico ha sollevato esplicitamente questa incertezza, quando qualcuno ha chiesto se in futuro pensionate e pensionati svizzeri potrebbero incontrare difficoltà vivendo in Paesi dell’UE o nel rientrare in Svizzera.
È stato inoltre evocato il paragone con la Brexit, che ha mostrato quanto possa essere complessa e lunga la ridefinizione dei rapporti tra Stati, spesso con conseguenze impreviste sui diritti di soggiorno delle cittadine e dei cittadini.
Nonostante queste preoccupazioni, la questione di come l’iniziativa influenzerebbe concretamente le circa 800’000 cittadine e cittadini svizzeri all’estero è rimasta in gran parte senza risposta.
La definizione delle raccomandazioni di voto del Consiglio degli svizzeri all’estero è prevista per venerdì 20 marzo.
A cura di Balz Rigendinger
Traduzione con il supporto dell’IA/sibr
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