Responsabilità individuale in zone di crisi, quanta assistenza deve fornire la Svizzera?
La guerra in Iran è entrata nella terza settimana. Nella regione si trovano ancora circa 1’900 persone di nazionalità svizzera e non sono previsti ulteriori voli di rimpatrio. La Confederazione ribadisce il principio della responsabilità individuale. Le critiche però aumentano. A giusto titolo?
Il conflitto nella regione del Golfo si sta intensificando e il teatro di guerra si sta ampliando. Lo spazio aereo attorno ai principali aeroporti di Doha e Dubai è stato, a più riprese, completamente chiuso. Mercoledì, l’aeroporto del Bahrain è stato scosso da esplosioni. Dubai, Abu Dhabi e il Qatar sono tra i bersagli dell’Iran, che sta deliberatamente infliggendo danni economici ai partner regionali degli Stati Uniti.
Per le svizzere e gli svizzeri presenti nella regione, rientrare in patria è stato possibile, ma complicato. Spesso è una questione di fortuna, e in parte molto costoso. Dopo un volo speciale operato da Swiss e due da Edelweiss dall’Oman, al momento non sono previsti altri voli organizzati di rimpatrio.
Il numero di svizzere e svizzeri bloccati in Medio Oriente è diminuito: dalle iniziali 5’200, a circa 1’900 persone. Queste cifre si basano su quante hanno registrato il proprio soggiorno nella regione sull’App Travel Admin della Confederazione. Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) precisa che le persone che sono già ripartite ma non hanno concluso manualmente il viaggio nell’App continuano ad apparire nelle statistiche.
Alla luce della guerra in Medio Oriente e dell’aumento dei rischi per la sicurezza, il DFAE ha deciso di chiudere temporaneamente l’ambasciata svizzera a Teheran. L’ambasciatore e cinque collaboratori svizzeri hanno lasciato il Paese. Non appena la situazione lo permetterà, il personale diplomatico farà ritorno a Teheran.
Benché abbia chiuso la propria ambasciata a Teheran, la Svizzera rimane a disposizione di Iran e Stati Uniti quale canale di comunicazione, ha affermato venerdì il consigliere federale Ignazio Cassis.
A essere complicato è anche il rientro da alcuni Paesi dell’Asia, poiché il classico scalo nella regione del Golfo non è più possibile, e Dubai e Doha sono tra i più importanti aeroporti di transito tra l’Europa e l’Asia. Viaggiatori svizzeri bloccati in Asia riferiscono di prezzi alle stelle: secondo il BlickCollegamento esterno, un biglietto di sola andata dall’Asia all’Europa può costare in alcuni casi più di 5’000 franchi.
Il DFAE non dispone di cifre sul numero complessivo di viaggiatrici e viaggiatori svizzeri bloccati nel mondo a causa della situazione in Medio Oriente.
A questo si aggiunge il fatto che Swiss ha prorogato la sospensione dei voli per Dubai fino al 28 marzo. Inizialmente, il blocco avrebbe dovuto durare fino al 15 marzo. La ragione è legata a problemi di capacità all’aeroporto di Dubai. Anche altre compagnie del gruppo Lufthansa sono toccate.
Critiche alla posizione della Confederazione
Sono sempre più forti le critiche alla Confederazione. Fin dall’inizio della crisi, alla Svizzera viene rimproverato di offrire ai propri cittadini un sostegno meno incisivo rispetto ad altri Paesi. La comunicazione delle autorità è giudicata insufficiente e molte persone coinvolte si sentono abbandonate dallo Stato.
Le persone in viaggio bloccate esprimono la loro frustrazione in diversi reportage e sulle reti sociali. “È compito dello Stato riportare a casa i propri cittadini. Paghiamo le tasse”, ha dichiarato una svizzera ai media. Altre criticano il fatto di essere state semplicemente indirizzate verso le compagnie aeree dalle rappresentanze svizzere sul posto, mentre altri Paesi avrebbero già comunicato piani di evacuazione.
Alcune lamentano inoltre difficoltà nel mettersi in contatto con le rappresentanze elvetiche all’estero.
I dati del DFAE mostrano che la helpline è stata molto sollecitata dall’inizio della crisi: dal 28 febbraio sono state trattate circa 1’700 richieste, provenienti sia da chi è in viaggio che da residenti svizzeri nella regione.
Il DFAE ha espresso comprensione per la difficile situazione delle cittadine e dei cittadini elvetici nella zona. Tuttavia, mantiene la sua posizione e ribadisce il principio della responsabilità individuale. “Ogni persona che si trova all’estero è responsabile di se stessa”, ha dichiarato la direttrice della Direzione consolare, Marianne Jenni, alla RTS.
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Da quando la Svizzera applica il principio della responsabilità individuale?
La base giuridica è la Legge sugli svizzeri all’esteroCollegamento esterno, entrata in vigore nel 2015. Secondo il DFAE, la legge definisce i principi fondamentali della politica consolare elvetica, tra cui la responsabilità individuale e il carattere sussidiario dell’aiuto statale, che interviene quindi solo quando tutti gli altri mezzi non sono sufficienti.
La legge attribuisce dunque un forte peso alla responsabilità del singolo: chi si reca all’estero deve valutare i rischi e risolvere i propri problemi autonomamente. L’aiuto statale è previsto come sostegno in caso di emergenza, non come assicurazione.
Nelle situazioni di crisi, il DFAE fa affidamento anche sull’App Travel Admin, attraverso la quale i viaggiatori e le viaggiatrici possono registrare la loro presenza all’estero. Dall’inizio dell’attuale crisi sono stati creati circa 16’000 nuovi account. In totale, la piattaforma conta oggi circa 140’000 persone registrate.
Un principio ancora attuale?
Il consigliere agli Stati ginevrino Carlo Sommaruga (Partito socialista) vuole rilanciare il dibattito. Chiede di valutare se la Legge sugli svizzeri all’estero rispecchi ancora la realtà odierna. Durante la sessione primaverile ha presentato in Consiglio degli Stati un postulato in tal senso.
La tempistica è stata casuale: lo stesso giorno in cui Sommaruga metteva in discussione il principio della responsabilità individuale in Parlamento, il DFAE spiegava a Berna perché continua ad attenersi al principio, nonostante la guerra.
Carlo Sommaruga è consapevole delle difficoltà: “In Parlamento, al momento, non c’è una maggioranza politica per modificare questo sistema”. In effetti, anche altri e altre parlamentari di vari schieramenti politici interrogati sulla questione, sottolineano l’importanza della responsabilità individuale di chi viaggia.
Sommaruga conosce anche i limiti pratici dell’assistenza statale. “La Svizzera non ha i mezzi per garantire all’estero un servizio pubblico che possa fornire aiuto ovunque, in modo gratuito e immediato”, afferma. Ciononostante, sostiene la necessità di apportare modifiche mirate. In casi particolarmente difficili – come problemi di salute o grave difficoltà finanziaria – lo Stato potrebbe fornire un sostegno maggiore, simile all’assistenza sociale all’estero.
Sommaruga è membro del comitato dell’Organizzazione degli Svizzeri all’estero: anche per questo ha ben presente la situazione precaria in cui possono trovarsi alcune persone emigrate. Sostiene che, nelle crisi globali come le pandemie, quando i trasporti privati cessano completamente, la Confederazione dovrebbe assumere un ruolo più attivo.
In tali situazioni, sarebbe anche ipotizzabile una cooperazione più stretta con altri Stati. Carlo Sommaruga cita i Paesi vicini – Italia, Francia o Germania – con i quali potrebbero essere organizzate evacuazioni congiunte.
Tuttavia, anche il politico attribuisce molta responsabilità a chi viaggia. Le conseguenze regionali di un’eventuale escalation tra Israele e Iran erano prevedibili. Chi sceglie di viaggiare per ragioni turistiche in una regione del genere deve essere consapevole dei rischi. Esistono comunque margini di miglioramento, soprattutto nella comunicazione delle autorità.
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Durante la pandemia di Covid19, tra il 2020 e il 2021, decine di migliaia di cittadine e cittadini svizzeri sono stati rimpatriati da tutto il mondo. È stata una delle più grandi operazioni di rimpatrio della storia svizzera. Alla luce dell’attuale crisi in Medio Oriente, la Confederazione ha invece deciso di non intervenire in modo analogo.
La questione è oggi oggetto di dibattito non solo nel mondo politico, ma anche in seno all’opinione pubblica. È possibile che il vasto sostegno fornito dalla Confederazione durante quella crisi abbia creato aspettative che persino un Paese ricco come la Svizzera difficilmente può mantenere nel lungo termine.
A cura di Balz Rigendinger
Tradotto con il supporto dell’IA/lj
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