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Amnesty International lancia una campagna mondiale contro la tortura

Il razzismo è presente anche nei conflitti armati, come in Russia dove persone di origine cecena sono state arrestate arbitrariamente e torturate Keystone

Un invito alla mobilitazione contro questa pratica ancora in vigore nella maggior parte dei paesi del mondo. Le principali vittime: minoranze etniche, donne, bambini e omosessuali. I loro carnefici: spesso funzionari dello stato.

Per il lancio della campagna intitolata «Per un mondo senza tortura», questo mercoledì 18 ottobre militanti e simpatizzanti dell’organizzazione di difesa dei diritti umani hanno ideato tutta una serie di manifestazioni da tenersi, seguendo il fuso orario, in tutto il mondo sull’arco delle 24 ore. Azioni simboliche, come l’accerchiamento di luoghi di tortura con dei nastri giallo-neri, i colori del pericolo, o la creazione in luoghi pubblici di «zone di non tortura».

Utilizzando la posta elettronica ed il sistema di messaggeria SMS dei telefoni cellulari è stata ideata anche una campagna «on line» per consentire al più ampio numero di persone di inviare appelli urgenti a favore di coloro che sono maggiormente esposti al rischio di subire torture.

Per presentare il rapporto generale sullo stato della tortura nel mondo, il primo su questo tema dal 1984, una serie di conferenze stampa sono inoltre state organizzate a Tokyo per l’Asia, Parigi per l’Europa, Beirut per il Medio Oriente, Nairobi per l’Africa e Buenos Aires per le Americhe.

Le cifre contenute nel rapporto pubblicato questo mercoledì mostrano quanto sia urgente ricollocare la questione della tortura tra i problemi prioritari sul tavolo della comunità internazionale. In collaborazione con la società civile, i membri dell’organizzazione chiedono dunque ai governi di impegnarsi per mettere al bando questa pratica e creare sui rispettivi territori delle « zone franche senza tortura ».

Da uno studio condotto in 195 paesi e territori, dal 1997 sino alla metà di quest’anno tortura e maltrattamenti da parte di funzionari dello Stato sono stati segnalati in più di 150 paesi. In altri 70 paesi sono pratiche correnti ed ampiamente diffuse. Sempre nel corso degli ultimi 3 anni, morti causate dalla tortura sono state registrate in almeno 80 paesi.

La maggior parte delle vittime erano sospettate o riconosciute colpevoli di infrazioni al codice penale. I carnefici spesso funzionari di polizia. La tortura, sottolinea Amnesty, non è quindi una peculiarità dei soli regimi autoritari e delle dittature militari, ma si tratta di un fenomeno che esiste anche nei cosiddetti paesi democratici. Un fenomeno che colpisce i delinquenti comuni quanto i prigionieri politici, le donne come gli uomini, i bambini quanto gli adulti.

Una conferenza stampa di presentazione di questa campagna che durerà 14 mesi si è pure tenuta a Berna. Presente Serge Patrick Thibodeau, l’autore del rapporto, che ha sottolineato i cambiamenti nelle motivazioni con cui si pratica la tortura, osservati nei 14 anni trascorsi dall’ultimo rapporto. Se prima una persona veniva torturata per ciò che aveva fatto o era sospettata di aver fatto, ha detto lo scrittore canadese, oggi viene maltrattata o torturata per ciò che è.

Un terreno fertile sul quale si alimenta la tortura è quello della discriminazione. Minoranze etniche ed omosessuali sono i gruppi più esposti a questo rischio. Un gran numero, se non addirittura la maggioranza delle vittime della brutalità delle forze dell’ordine in Europa e negli Stati Uniti sono neri, membri di minoranze etniche, immigranti o richiedenti l’asilo. In paesi dell’Europa occidentale come la Germania, l’Austria, la Gran Bretagna ed anche la Svizzera, un certo numero di persone sono morte durante la loro espulsione a causa di un uso eccessivo della forza da parte della polizia.

Come ci ha confermato Catherine Morand, portavoce della Sezione svizzera di Amnesty International, nella Confederazione le principali violazioni dei diritti umani riguardano innanzitutto i maltrattamenti inflitti da poliziotti a persone sospettate di aver commesso infrazioni di diritto comune, solitamente cittadini stranieri, che sono inoltre bersaglio di insulti a carattere razzista da parte degli agenti che li hanno arrestati.

Sotto accusa anche i metodi crudeli e pericolosi di espulsione forzata di richiedenti l’asilo. Immobilizzati su delle sedie a rotelle, con gli arti bloccati dentro una speciale tuta, dopo essere stati imbavagliati sono costretti ad indossare un casco che è fissato sulla testa con del nastro adesivo per bloccare le mascelle. In queste condizioni particolarmente degradanti e pericolose nelle quali effettuano viaggi di parecchie ore senza potersi muovere, magiare bere o andare in bagno, nel marzo del 1999 un giovane palestinese di nome Khaled Abu Zarifeh è morto all’aeroporto di Zurigo-Kloten.

In seguito all’intervento di Amnesty, che ritiene queste misure sproporzionate ripetto alla reale pericolosità di queste persone, la polizia zurighese ha modificato questi caschi che impedivano la respirazione, ma non si può ancora escludere del tutto che questo genere di bavagli non sono effettivamente più utilizzati.

Alla conferenza stampa c’era anche la consigliera nazionale Ruth Gaby Vermot-Mangold, che ha chiesto alla Confederazione una politica estera ed economica più coerente, di smetterla di sostenere i progetti di multinazionali in quei paesi che praticano la tortura con la scusa delle garanzie contro i rischi all’esportazione, di abolire il segreto bancario che consente a dittatori senza scrupoli di depositare i capitali sottratti al proprio popolo. Secondo la deputata socialista, la Svizzera dovrebbe inoltre ratificare lo statuto della Corte penale internazionale, potenziare l’assistenza medica e sociale alle vittime di torture e maltrattamenti ed essere consapevole che rispedire al mittente dei richiedenti l’asilo è pericoloso perché rischiano di rivivere una seconda volta le stesse violenze già subite in passato.

Dal canto suo l’avvocato algerino Rachid Mesli, che nella sua missione di difendere gli oppressi ha vissuto di persona l’esperienza della tortura, ha dichiarato che in molti paesi la tortura è talmente presente nel sistema amministrativo da seguire gli orari d’ufficio. Per questo, ha concluso, è importante che paesi democratici come la Svizzera non intrattengano relazioni con governi autoritari che usano la tortura come mezzo quotidiano di repressione e punizione per mantenersi al loro potere.

In Bulgaria, Slovacchia e Ungheria si segnalano operazioni massicce e brutali contro accampamenti o quartieri abitati da zingari Rom. Il razzismo è presente anche nei conflitti armati in Burundi, nei Balcani ed in Russia, dove persone di origine cecena e caucasica hanno denunciato di essere state arrestate arbitrariamente e torturate. Pure in Australia il tasso d’incarcerazione della popolazione di origine aborigena resta sproporzionalmente elevato ed un numero allarmante di loro muoiono in carcere dopo essersi lamentate dei maltrattamenti subiti.

Un po’ ovunque nel mondo, anche in paesi nei quali l’omosessualità non è vietata dalla legge come avviene ad esempio in Romania e Malaysia, lesbiche, omosessuali, bisessuali e transessuali sono torturati senza che nessuno osi parlarne. Laddove i pregiudizi sono stati elevati al punto da assumere la forza di norme istituzionali, prosegue Amnesty citando Brasile, Giamaica, Peru e Stati Uniti, coloro che per qualsiasi motivo hanno a che fare con i rappresentanti della legge rischiano maltrattamenti ed in particolare di subire violenza carnale.

Le donne continuano ad essere trattate come cittadini di seconda classe, considerate un bottino di guerra e violentate, osserva ancora Amnesty. In paesi come Sudan e Afghanistan, dove la violenza sulle donne è iscritta nella legge, sono prese a bastonate se osano mostrare una caviglia, uscire di casa senza il marito o ridere troppo forte. Oppure torturate se trasgrediscono le convenzioni sociali o sono incolpate di adulterio.

In molti paesi, una volta in carcere, possono essere violentate in tutta impunità. In Turchia le sevizie sessuali non figurano nemmeno tra le infrazioni punite dal codice penale. Nei conflitti nella ex-Jugoslavia, nell’Africa centrale o nella Sierra Leone la violenza carnale sistematica rientra in una strategia volta a terrorizzare tutta la popolazione civile. In India oltre 5000 donne sono uccise ogni anno dai propri mariti o dai suoi famigliari perché lo sposo non ha ricevuto la dote pretesa, mentre nel Bangladesh rischiano di essere sfigurate con l’acido per aver respinto un pretendente.

Casi di tortura e maltrattamenti di bambini da parte della polizia sono segnalati in oltre 50 paesi. Più esposti ad arresti arbitrari e violenze i bambini della strada che, per sopravvivere, sono costretti a rubare e prostituirsi, precisa il rapporto evocando i casi di Turchia, Sudan, Guatemala e ricordando che in molti altri paesi, tra cui il Brasile e gli Stati Uniti, il modo in cui sono trattati nei riformatori nuoce gravemente alla loro salute. Senza dimenticare che, arruolati come combattenti o torturati come prigionieri, i bambini sono spesso le vittime principali dei conflitti armati.

Se i motivi di tortura sono cambiati, anche i metodi hanno subito un’evoluzione. Tra i metodi più utilizzati figurano i pestaggi (150 paesi), la violenza carnale ed altre sevizie sessuali (oltre 50 paesi), le scariche elettriche (oltre 40), che presentando il vantaggio di non lasciare tracce sono sempre più utilizzate, e poi ancora la sospensione della vittima, i colpi sotto le piante dei piedi, l’asfissia parziale, le finte esecuzioni, l’isolamento prolungato.

In un sinistro catalogo il rapporto di Amnesty elenca le differenti forme di tortura. Quelle inflitte durante gli interrogatori dalla polizia per estorcere una confessione o punire (oltre 140 paesi, particolarmente grave la situazione in Cina, Turchia e Sud Africa).

Quelle inflitte dalle guardie carcerarie in condizioni di detenzione particolarmente crudeli, inumane o degradanti (pratica corrente in oltre 50 paesi, ma segnalata in almeno 90). A questo proposito Amnesty denuncia anche le carceri di alta sicurezza negli Stati Uniti, dove i detenuti sono sottoposti a condizioni estreme d’isolamento e privazione senso-motoria.

La tortura « legale », con punizioni corporali inflitte da agenti dello Stato, a volte anche in pubblico (sono iscritte nella legislazione di almeno 31 paesi). Fra queste figurano ancora oggi la flagellazione (14 paesi), l’amputazione (7) e la marchiatura delle carni con un ferro rovente.

E ancora le violenze domestiche e della collettività, come le mutilazioni sessuali inflitte a donne e bambini, la tortura come arma da guerra in occasione di operazioni anti-insurrezionali o di un conflitto armato (più di 30 paesi, tra cui ex-Jugoslavia, Algeria, Colombia, Sri Lanka).

In molti paesi infine l’impunità dei carnefici è sistematica, denuncia Amnesty. Dissimulazione degli elementi di prova, vittime private delle possibilità di ricorso, inchieste inefficaci, quadri legislativi inadeguati e decisioni giudiziarie non applicate, che equivalgono alla legalizzazione della tortura, finiscono per rafforzare nei torturatori la convinzione che se la caveranno con poco.

Stefano Castagno

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