Rimpatri nella crisi del coronavirus con grandi sforzi svizzeri

"Quando ho visto l'aereo con la stella alpina, fiore simbolo della Svizzera ho sentito una fortissima emozione", racconta Mercedes Lamborelle. Mercedes Lamborelle

Bloccati dalla crisi del coronavirus ai quattro angoli del pianeta, migliaia di turisti svizzeri hanno vissuto giorni di grande trepidazione. Un incubo per molti concluso grazie ai grandi sforzi della diplomazia elvetica, come testimoniano due viaggiatori rimpatriati dalla Confederazione.

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 aprile 2020 - 10:17

Sono circa 3'000 i cittadini elvetici rimasti appiedati in Asia, Africa, America latina e Oceania e riportati in Svizzera tramite 23 voli organizzati dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), tra il 12 marzo e l'8 aprile.

Quella che il responsabile del Centro di crisi del DFAE, Hans-Peter Lenz, ha definito "la più grande operazione di rimpatri della Svizzera di tutti i tempi" è tuttora in pieno svolgimento. Da oggi e nei prossimi giorni, il DFAE ha già programmato altri sei voli. 

Inoltre, Berna finora ha ottenuto oltre 1'100 posti per cittadini svizzeri su voli organizzati da altri Paesi, così come a sua volta ha trasportato circa 2'000 cittadini di altri Stati, compresi molti stranieri domiciliati in Svizzera.

Il DFAE vede però la fine del tunnel: all'estero ci sono ancora migliaia di turisti elvetici, che tuttavia non hanno chiesto aiuto a Berna per rientrare.

Dalla metà di marzo alla heplpline del DFAE sono pervenute oltre 20'000 domande per telefono o per posta elettronica, con punte massime di circa 850 telefonate e 1'000 e-mail al giorno, di persone che si sono viste trasformate le loro vacanze in una segregazione senza possibilità di ritornare a casa, poiché i loro voli erano stati cancellati.

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I rimpatri non sono comunque gratuiti: la Confederazione prefinanzia i voli charter, ma chi ne usufruisce in seguito sarà chiamato a pagare il biglietto "al costo di mercato", secondo la formulazione del DFAE. Questa quota non coprirà tuttavia tutti i costi, il cui ammontare si saprà "solo una volta completata e calcolata l'operazione", ha dichiarato al giornale gratuito 20Minuten il capo della Divisione consolare del DFAE Johannes Matyassy.

Come in un vortice, dalle ferie al confinamento

Tutto è successo molto rapidamente, ci raccontano i nostri due interlocutori. Mercedes Lamborelle ha la doppia cittadinanza svizzera e peruviana. Da quasi 30 anni vive nella Svizzera francese, dapprima a Ginevra poi nel cantone di Vaud. Jorge Barreto ha la doppia nazionalità elvetica e argentina. Da 15 anni vive nella Svizzera italiana, in Ticino.

Quando è stato rimpatriato, Jorge Barreto si è recato a casa sua a Bellinzona, in Ticino, dove per precauzione ha deciso di rimanere confinato per due settimane. Ne approfitta per effettuare i lavori di giardinaggio in queste soleggiate giornate primaverili. swissinfo.ch

Entrambi si sono recati nei loro rispettivi Paesi di origine per trascorrervi le vacanze, come ogni anno in questo periodo. Mercedes Lamborelle era partita per Lima con il marito Philippe Henri all'inizio di febbraio. Alla fine del mese lui era rientrato in Svizzera, mentre lei era rimasta per occuparsi di questioni di lavoro del brand di moda etica che commercializza. Il suo volo di rientro era previsto il 16 marzo. Jorge Barreto era partito l'8 marzo per Buenos Aires e aveva prenotato il ritorno il 2 aprile.

Durante i loro soggiorni, la pandemia di Covid-19 ha raggiunto l'America latina. "In Argentina dapprima c'era una grande confusione sulla diffusione del virus, poi il governo ha decretato la quarantena per tutta la popolazione", ci dice Jorge Barreto. Tutti devono restare in casa, salvo per svolgere attività necessarie della vita quotidiana, come acquistare alimentari o medicinali. I trasporti pubblici e i voli sono bloccati. Polizia ed esercito pattugliano, effettuano blocchi ed eseguono controlli per assicurare il rigoroso rispetto dell'isolamento.

Destino condiviso

In Perù lo scenario è analogo. "Era allucinante. Dall'oggi al domani, tutto il Paese è rimasto paralizzato e gli aeroporti sono stati chiusi. Eravamo tutti spaventati. Era come se ci fosse la guerra, una guerra contro un nemico invisibile: il virus", narra Mercedes Lamborelle.

Paesi diversi, ma contesti praticamente identici con cui si sono confrontati migliaia di svizzeri in viaggio. Un'esperienza che li ha profondamente segnati.

Lo rivelano chiaramente le testimonianze dei nostri due interlocutori, che ci raccontano quel vissuto ricordando con precisione ogni data, ogni minimo dettaglio, che ci spiegano come hanno condiviso le stesse sensazioni di sgomento, gli stessi timori e gli stessi problemi con tanti altri connazionali, con i quali hanno parlato quando è arrivata "l'ancora di salvataggio": il loro volo per Zurigo organizzato dalla Confederazione, il 25 marzo da Lima e il 30 marzo da Buenos Aires.

Un grosso impegno diplomatico

Entrambi si trovavano in una situazione relativamente privilegiata, rispetto alla grande maggioranza dei turisti elvetici. Ambedue disponevano infatti di alloggi presso familiari e non erano molto distanti dall'aeroporto. Anche loro non avrebbero però potuto rientrare senza l'aiuto del DFAE e delle ambasciate svizzere, che hanno dovuto ottenere le autorizzazioni da parte delle autorità argentine e peruviane per atterraggi e decolli degli aerei elvetici e per i trasporti fino all'aeroporto, inviare tutte le istruzioni e i lasciapassare ai diretti interessati, oltre naturalmente a dover organizzare i voli.

Ma la situazione era nettamente più complicata per le migliaia di loro connazionali che si sono ritrovati soli, bloccati in luoghi remoti. "Credo che la più grande difficoltà che l'ambasciata svizzera abbia dovuto affrontare sia stata quella di fare arrivare quelle persone a Buenos Aires", commenta Jorge Barreto. Per Mercedes Lamborelle, è evidente che "il rimpatrio degli svizzeri dal Perù è stato possibile solo grazie all'ottima collaborazione diplomatica tra i due Paesi".

Sia Jorge Barreto sia Mercedes Lamborelle lodano l'operato della Svizzera e sottolineano come le ambasciate elvetiche nei due Paesi siano state costantemente presenti per informarli sull'evoluzione dei preparativi per il rientro, consigliarli e rassicurarli. E da quanto hanno potuto constatare nei contatti con altri compatrioti, la consapevolezza del grande lavoro svolto dalla diplomazia svizzera e i sentimenti di gratitudine sono ampiamente diffusi tra i cittadini rimpatriati.

Nessun controllo sanitario

Impressionati positivamente dall'efficacia dell'organizzazione dei rimpatri, entrambi i nostri testimoni sono invece rimasti stupiti e molto perplessi per la mancanza di controlli sanitari sia all'imbarco agli aeroporti di Lima e di Buenos Aires, sia all'arrivo a Zurigo. Certo, ognuno è stato avvertito che poteva intraprendere il volo solo se non aveva alcun sintomo di Covid-19 e ha dovuto firmare una dichiarazione in tal senso.

"Ma non c'era la certezza assoluta che non vi fosse qualcuno infettato. Mi è sembrato rischioso per un viaggio così lungo, con così tante persone a bordo", osserva Jorge Barreto. "Hanno dato a ognuno una mascherina protettiva e guanti all'inizio del viaggio, ma nell'aereo eravamo seduti vicini. Eravamo tutti sollevati e felici di poter rientrare, ma al contempo molto preoccupati dall'eventualità di un contagio", ci confida Mercedes Lamborelle.

Anche l'atmosfera piuttosto rilassata che regna in Svizzera al loro arrivo li sorprende. Tutti prendono le loro strade di casa liberamente. La maggior parte delle persone che incontrano non indossa mascherine protettive.

Jorge Barreto e Mercedes Lamborelle raggiungono in treno i rispettivi domicili, in Ticino e nel canton Vaud. Entrambi si mettono in quarantena a casa loro per precauzione e al momento stanno bene. "Ancora adesso mi meraviglio quando guardo dalla finestra e vedo che qui tanta gente va in giro e fa jogging come se nulla fosse", commenta Mercedes Lamborelle.

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