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Appassionato dalla cultura francese, Raffaele Sutter ha aperto un ristorante che è diventato uno dei punti di ritrovo preferiti dalla comunità francofona a Zurigo.

Appassionato dalla cultura francese, Raffaele Sutter ha aperto un ristorante che è diventato uno dei punti di ritrovo preferiti dalla comunità francofona a Zurigo.

(swissinfo.ch)

I francesi amano Zurigo, un amore contraccambiato dalla città sulla Limmat. Negli ultimi anni, nella capitale economica della Svizzera si sono insediati un migliaio di transalpini, attirati dalle varie opportunità di lavoro. Sono accolti a braccia aperte dagli svizzero-tedeschi, sedotti dallo charme francese. La lingua resta però un ostacolo per un matrimonio perfetto.

Arredamento vintage, atmosfera rilassata e musica festosa che si mischia alle conversazioni nella lingua di Molière. Solo la cameriera si esprime in tedesco in questo piccolo bar situato in un quartiere alternativo di Zurigo, nel cuore della Svizzera tedesca.

La trentina di avventori hanno abbandonato i tavoli per riunirsi in crocchi davanti al bancone. «È tipicamente francese il fatto di non rimanere tranquillamente seduti, ma di alzarsi e di consumare la propria bevanda in piedi, davanti al bar», ci spiega Jérôme Delmotte, del comitato Jeudis francophones (Giovedì francofoni, ndt.).

Questi aperitivi mensili riuniscono quasi solo espatriati provenienti dalla Francia. Quella francese è una delle comunità che a Zurigo ha conosciuto la maggiore crescita negli ultimi quattro anni: si è registrato un aumento pari a quasi il 37%. Nel 2012, 3’111 cittadini francesi vivevano sulle rive della Limmat, oggi sono 4’185. Un incremento considerevole, anche se il loro numero rimane assai limitato rispetto alla diaspora tedesca (33’762).

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La lingua: un ostacolo

I partecipanti ai giovedì francofoni sono soprattutto giovani, che si riuniscono per allacciare nuove amicizie. Jérôme Delmotte ritiene che la metà dei francesi trasferitisi a Zurigo lavori nel settore bancario o delle assicurazioni.

«Se mi trovo qui, la colpa è di mio marito: lavora in banca», dice Sandrine Pérignon con il sorriso sulle labbra. Lei partecipa per la prima volta ai giovedì francofoni. «Per comodità» avrebbe preferito vivere a Losanna, una città francofona.

Infatti, la lingua è una barriera per lei. Le sue competenze di tedesco non sono sufficienti per ottenere il posto che vorrebbe. Tuttavia, ha trovato un impiego nel call center di un operatore telefonico. Si occupa dei clienti francofoni. «L’équipe è composta al 90% di francesi», indica Pérignon, sorpresa per il poco interesse degli svizzeri nei confronti di questi posti di lavoro. Nella vita privata si trova spesso confrontata con il dialetto svizzero-tedesco, una difficoltà supplementare per lei.

«Molti francesi accettano la sfida di venire a lavorare in Svizzera», rileva. Qual è il principale motivo di questa migrazione? La cattiva salute dell’economia francese, risponde. È un clima che ha prodotto una generazione di espatriati, spesso trentenni, altamente qualificati e disposti a superare l’ostacolo linguistico.

Ad illustrare l’attrattività di Zurigo c’è il sito internet di una blogger franceseLink esterno che propone alcuni consigli per trovare lavoro senza parlare tedesco. La giovane donna riceve spesso delle richieste di lettori interessati a trasferirsi in Svizzera tedesca. Secondo lei, la chiave per ottenere un impiego sulle rive della Limmat è tuttavia la lingua di Goethe.

Attratti dai salari

Il plurilinguismo elvetico può suscitare anche un certo fascino. Stéphane, banchiere, si è trasferito a Zurigo per motivi finanziari, ma anche per migliorare le sue competenze linguistiche. E non è il solo; la metà dei suoi colleghi proviene dalla Francia. Secondo Stéphane sono soprattutto i soldi ad attrarli. «Qui riceviamo un salario da tre a cinque volte più elevato che in Francia. È inoltre più facile trovare un lavoro interessante». 

Sandrine Pérignon (a destra) et Keri (al centro)

(swissinfo.ch)

Molti si fanno anche false illusioni. «Tanti miei compatrioti pensano di arricchirsi con lo stipendio svizzero. Si dimenticano però che qui il costo della vita è molto più elevato che in Francia», indica Stéphane, ricordando che alcuni sono rientrati in patria poiché si sono resi conto di non riuscire a mettere da parte il becco di un quattrino.

Il denaro non è tutto. Anche il clima di lavoro elvetico è apprezzato. Jérôme Delmotte punta il dito contro il pessimismo che regna nel mondo professionale in Francia. «La gente non ama il proprio lavoro, tuttavia non si licenzia. Continua a vivere in standby. In Svizzera, invece, le persone si dimettono per cercare una nuova opportunità lavorativa».

Keri, un’altra partecipante all’aperitivo, conferma questa sensazione: «A volte gli svizzeri dicono che i francesi continuano a lamentarsi. Ed è davvero così. È un atteggiamento che irrita anche me». 

Tra amore e odio

Se la relazione tra svizzero-tedeschi e francesi è quasi un idillio, quella con i romandi è piuttosto gelida. Nell’aprile 2016, la pubblicazione del libro «Bienvenue au paradis!»Link esterno (Benvenuti in paradiso, ndt.) della giornalista francese Marie Maurisse ha suscitato grande scalpore. L’autrice denuncia il razzismo anti-francese dei romandi. Di recente, un reportage della trasmissione «Temps Présent» della Radiotelevisione svizzero-francese ha portato alla luce dei casi di vera xenofobia nei confronti dei francesi, che lavorano o risiedono nella Svizzera romanda. «Viene loro rimproverato di rubare il lavoro agli svizzeri e in più con una certa arroganza», si legge sul sito web dell’emissione televisiva. Inoltre, il reportage ritorna su un fatto di cronaca nera. Nell’agosto 2011, un impiegato dei trasporti pubblici ginevrini aveva ucciso il suo superiore, un cittadino francese. Un fatto tragico che ha avuto origine anche dal sentimento anti-frontalieri.

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Meglio accolti rispetto ai tedeschi

Sorprendentemente, i «Jeudis» non attirano i romandi che vivono nella Svizzera tedesca, i quali non sembrano particolarmente ospitali nei confronti degli espatriati francesi. «Uno svizzero-francese che vive a Zurigo, d’estate segue il PaléoLink esterno (il più grande festival musicale in Svizzera francese, che si tiene a Nyon, ndr.) e d’inverno scia in ValleseLink esterno. Non rimane certo a Zurigo per incontrare i francesi», dice una perplessa Jérôme Delmotte.

Rispetto al rancore o al razzismo che alcuni espatriati o frontalieri hanno vissuto in Svizzera romanda, a Zurigo i francesi si sentono ben accolti. «Siamo trattati con maggiore gentilezza rispetto ai tedeschi, perché siamo anche meno numerosi e quindi poco visibili», indica Stéphane, il banchiere.

Al resto ci pensa lo charme alla francese. «Pour les petites faims» (Per i languorini), «Pour l’apéro» (per l’aperitivo): il menu del ristorante «Franzos», situato su una delle principali arterie commerciali della città, è scritto esclusivamente in francese. Nel giro di due anni è diventato un luogo d’incontro molto amato dai francofoni. «Spesso la metà della clientela parla francese. Non ci aspettavamo un tale successo», dice Raffaele Sutter, il comproprietario del locale.

Il ristorante nasce dalla sua passione per la Francia e per la sua capitale. «A Zurigo adoriamo i francesi», esclama Raffaele Sutter, il quale descrive una comunità molto unita, che apprezza il fatto di potersi esprimere nella propria lingua. «Ci sono dei clienti che ricordano ai camerieri di parlare in francese e non in tedesco visto che ci si trova al ‘Franzos’».

Non si rischia di creare una comunità parallela con tutti questi luoghi d’incontro, le numerose società, e un Liceo franceseLink esterno con la sua associazione dei genitori? «In generale, a Zurigo i francesi sono ben integrati, ma c’è una comunità, quella che gravita attorno al liceo, poco aperta. Infatti, l’integrazione dei figli determina anche quella dei genitori», indica Sandrine Pérignon, che ha comunque scelto di iscrivere la figlia al liceo francese per aiutarla nella sua scolarizzazione.

Antoine Milliez, dottorando in informatica, vive a Zurigo da quattro anni.

(swissinfo.ch)

La difficile integrazione dei trentenni

Per integrarsi, Antoine Milliez tenta piuttosto di non partecipare alle attività proposte dalle organizzazioni di «espatriati». «Di recente ho scoperto un gruppo di 30-40 francesi che trascorrono assieme il loro tempo libero. È un peccato», si rammarica questo giovane dottorando in informatica, che da quattro anni vive a Zurigo.

Antoine Milliez si è talmente innamorato della città che sogna di trascorrervi il resto della vita. Non dimentica però le difficoltà vissute nei primi sei mesi. «In questo momento condivido un appartamento con altri francesi e la mia compagna è svizzero-francese. È soprattutto sul posto di lavoro che entro in contatto con gli svizzero-tedeschi. Tra di noi comunichiamo in inglese», spiega il giovane. Anche molti altri francesi si sentono «ben integrati», tuttavia si sono costruiti una rete sociale formata soprattutto da francofoni.  

Simon Fleury, ingegnere nell'industria automobilistica.

(swissinfo.ch)

“Riservati”, “pantofolai”, alcuni francesi usano addirittura l’aggettivo “ottusi” per descrivere gli svizzero-tedeschi. A rompere il ghiaccio ci pensano gli hobbies. Simon Fleury è un ingegnere responsabile del controllo della qualità. Da quattro anni vive a Zurigo. La sua passione per la danza gli ha permesso di allacciare varie amicizie e di conoscere molta gente, sia tedescofona sia francofona. «Io frequento soprattutto un ambiente artistico nel quale forse le persone sono più aperte rispetto alla media».

Originario di Anger, nell’Ovest della Francia, ha imparato la lingua di Goethe grazie a sua madre. Nel frattempo, a Zurigo ha imparato anche il dialetto locale, una competenza che gli permette di conoscere meglio due lingue e due culture. Zurigo, Berlino, Parigi o Madrid: il luogo in cui risiedere non ha importanza per lui, l’integrazione è una questione d’età: «La maggior parte degli immigrati francesi ha trent’anni. Siamo una generazione che ha già una rete sociale assai solida, che lascia dunque poco spazio agli incontri e rende l’integrazione più difficile».

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Traduzione dal francese, Luca Beti

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