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Industria del sesso Cresce la preoccupazione per la tratta di esseri umani

(Keystone)

Donne spostate da un bordello all’altro «come bestiame» e sottoposte a minacce e violenze. Il caso Bolenberg, di cui si stanno occupando i tribunali, ha riportato sotto la luce dei riflettori il legame tra prostituzione e tratta di esseri umani.

La vicenda è iniziata nel 2007, quando due postriboli, uno nel canton Svitto e l’altro a Nidau, alle porte di Bienne, nel canton Berna, erano stati oggetto di due retate simultanee da parte della polizia. Almeno 23 donne, trattate «come bestiame», sarebbero state costrette a prostituirsi, stando all’accusa.

Uno dei più importanti casi di traffico di esseri umani scoperti in Svizzera, il cosiddetto caso Bolenberg, dal nome del locale a luci rosse nel canton Svitto, è approdato in tribunale a inizio aprile. Nove uomini e una donna sono accusati di tratta di esseri umani e di incitamento alla prostituzione. Contro il principale imputato, la procuratrice pubblica ha chiesto una pena di quattro anni di carcere. Il processo è stato aggiornato e si riaprirà il 5 giugno.

L’anno scorso in Svizzera sono stati censiti 61 casi di traffico di esseri umani, la maggior parte per sfruttamento sessuale.

La questione che preoccupa autorità giudiziarie, mondo politico e organizzazioni attive in questo ambito è di sapere quali sono le dimensioni del problema e come meglio proteggere le donne che finiscono in queste reti.

Un recente rapporto del Consiglio d’Europa, intitolato Prostituzione, traffico e schiavitù moderna in Europa, è assai chiaro sull’entità del problema.

Il caso Bolenberg

Uno dei più importanti casi in Svizzera di tratta di esseri umani, il cosiddetto caso Bolenberg, è approdato a inizio aprile in tribunale.

Nove uomini e una donna sono accusati in particolare di tratta di esseri umani e incitamento alla prostituzione. La vicenda era venuta alla luce dopo una retata della polizia nel bar Bolenberg, nel canton Svitto, e in un altro locale a luci rosse di Nidau, nel canton Berna.

Gli imputati «hanno comperato donne che non parlavano una parola di tedesco da utilizzare come 'serve della gleba'. Le telefonate intercettate ricordano il commercio di bestiame», ha sostenuto la procuratrice. Più di 20 donne, reclutate in Bulgaria, Romania e Cechia, sarebbero state costrette a prostituirsi per più di otto mesi.

I difensori hanno chiesto un’assoluzione, in particolare per vizi procedurali. Il processo è stato aggiornato al 5 giugno.

Nel maggio 2013, l’ex proprietario del locale a luci rosse di Nidau era stato dal canto suo condannato a otto anni e mezzo di reclusione per tratta di esseri umani e incitamento alla prostituzione a danno di 45 donne.

Libera scelta?

Il relatore, José Mendes Bota, indica a swissinfo.ch che tutte le informazioni concordano su un punto: oggi la maggioranza delle prostitute proviene da un contesto di povertà ed è costretta a fare quel che fa.

«Ritengo che sia un mito pensare che la maggior parte della prostituzione avvenga volontariamente. Coloro che lo fanno per scelta, sono una piccola minoranza».

Tuttavia non esistono statistiche attendibili sulle lavoratrici – e i lavoratori – del sesso in Europa, specialmente in Svizzera, ha constatato Mendes Bota quando è venuto nella Confederazione nel quadro della redazione del rapporto.

«Ogni cantone o addirittura ogni comune ha una sua concezione sul modo in cui affrontare il fenomeno della prostituzione, su dove esso può avvenire e su come deve essere controllato. Non vi sono però dati cantonali o nazionali. È necessaria una maggiore sorveglianza per potersi occupare di questo fenomeno», afferma.

Un quadro un po’ più complesso

Mendes Bota si è recato in Svezia, Germania, Paesi Bassi e Svizzera prima di scrivere il rapporto. È riuscito a farsi un’idea chiara della realtà dell’industria del sesso svizzera?

Il FIZ, un’organizzazione non governativa con sede a Zurigo attiva nella protezione delle vittime della tratta degli esseri umani che offre servizi di consulenza in dieci cantoni, ne dubita.

Ogni anno, aiuta circa 200 donne nel quadro del suo programma di protezione delle vittime. La metà dei casi riguardano i 12 mesi precedenti. Alcune vittime arrivano e ripartono velocemente, altre sono sostenute per diversi anni affinché possano ricostruirsi una nuova vita.

Identificare le vittime è però difficile e il numero complessivo di lavoratrici del sesso vittime di traffico è sicuramente più elevato, rileva Susanne Seytter, del FIZ. Ciò nondimeno, rimangono una minoranza se si considerano tutte le donne che lavorano nell’industria del sesso in Svizzera.

«In Svizzera la prostituzione è legale e il traffico di esseri umani costituisce una seria violazione dei diritti umani», aggiunge.

Indipendentemente dalle proporzioni, l’obiettivo comune deve essere quello di proteggere le vittime. Considerando la significativa sovrapposizione tra i due fenomeni, il Consiglio dell’Europa ritiene che «la legislazione e le politiche in materia di prostituzione siano uno strumento indispensabile contro la tratta di esseri umani», afferma Mendes Bota.

Qualche cifra

In Europa si stima che ogni anno tra 70'000 e 140'000 persone siano vittime della tratta di esseri umani. In più di quattro casi su cinque, le vittime – soprattutto donne e ragazze – sono sfruttate sessualmente.

Nel 2013 in Svizzera sono stati registrati 61 casi, contro i 78 del 2012. La maggior parte delle vittime proveniva dalla Romania, dall’Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Thailandia.

Nel 2012 la Polizia federale ha anche proceduto a scambi di informazioni con autorità giudiziarie estere in 345 casi di traffico di esseri umani.

20'000 prostitute attive in Svizzera

La questione della prostituzione è iscritta anche nell’agenda politica, con un dibattito sulla necessità o meno di rivedere l’attuale legge. Nel settembre 2013, il parlamento elvetico ha alzato l’età minima legale per i lavoratori del sesso, facendola passare da 16 a 18 anni.

In Svizzera si stima che lavorino circa 20'000 prostitute, non tutte legalmente, e che questo settore generi un giro d’affari di 3,2 miliardi di franchi.

L’anno scorso, la ministra di giustizia Simonetta Sommaruga ha incaricato un gruppo di esperti, presieduto dall’ex ministra cantonale sangallese Kathrin Hilber, di esaminare le misure di protezione per le donne che lavorano nell’industria del sesso. Il rapporto finale, presentato nel marzo 2014, chiede una regolamentazione a livello nazionale.

«Il problema è che vi sono alcuni piccoli cantoni che non fanno praticamente nulla per combattere la prostituzione illegale, poiché non hanno né risorse né esperienza», indica a swissinfo.ch Kathrin Hilber.

«Sono perciò necessarie delle regole nazionali affinché tutte le donne possano avere la stessa protezione e non vi siano scappatoie per la prostituzione illegale e il traffico di esseri umani», proseguie.

Criminalizzare i clienti?

Molte delle 26 raccomandazioni presentate nel rapporto ricalcano quelle di Mendes Bota, ad esempio per quanto riguarda il rafforzamento della protezione delle vittime, la cooperazione internazionale o i diritti delle lavoratrici del sesso. Gli esperti svizzeri hanno però escluso l’opzione di criminalizzare i clienti, come avviene in Svezia.

«È una via irrealistica, che pone l’accento sull’aspetto sbagliato e fa sì che le risorse della polizia non siano impiegate per la protezione», afferma Hilber.

Nel dibattito sulla prostituzione in Svizzera si parte dal presupposto che nel paese questa industria sia del tutto legittima, con donne che lavorano come indipendenti e che in certi cantoni devono addirittura presentare dei business plan.

Hilber conferma: «È vero, esiste una prostituzione libera, che deve essere riconosciuta. Lo stigma morale deve essere rimosso, affinché questo lavoro venga considerato come ogni altro e che i diritti dei lavoratori siano rafforzati».

Quando delle persone sono sottoposte a coercizione, è raro che si facciano avanti per chiedere aiuto. La metà delle vittime sostenute dal FIZ sono segnalate dalla polizia e le altre da terzi che entrano in contatto con loro – lavoratori sociali, colleghe, clienti, personale ospedaliero.

«È molto importante non rimanere semplicemente seduti ad aspettare che le vittime bussino alla porta. Dobbiamo uscire e spiegare alla gente cosa significa questo traffico, come identificare le vittime e come è possibile aiutarle», sottolinea Susanne Seytter.

Repressione e prevenzione

Il traffico di esseri umani è un crimine che implica soprattutto una grande attività di controllo, rileva Boris Mesaric, del Servizio di coordinazione contro la tratta di esseri umani e il traffico di migranti. Più lo si controlla, più si scoprono cose.

Nel caso Bolenberg, alcune delle donne, provenienti dalla Romania, dalla Bulgaria e dalla Cechia, erano state reclutate dalla compagna rumena del proprietario del postribolo, che in passato era stata lei stessa vittima.

«Il traffico di esseri umani è un fenomeno complesso, che necessita una risposta pluridisciplinare. Dobbiamo fare un lavoro di prevenzione, avviare azioni penali e occuparci della protezione delle vittime e della cooperazione», indica Mesaric.

La cooperazione a livello locale che si sta attuando tra il FIZ, specializzato nell’aiuto alle vittime, e la polizia di Zurigo che lavora nel quartiere a luci rosse, è molto importante per lottare contro la tratta di esseri umani, aggiunge Mesaric.

«È una divisione del lavoro. La polizia si occupa delle indagini e l’ONG delle vittime, che sono anche i testimoni più importanti. Le vittime sono spesso traumatizzate e hanno bisogno di ritrovare una certa stabilità per poter guardare più in là».

Secondo Susanne Seytter, le donne che partecipano al programma di protezione del FIZ hanno bisogno di calma e di tempo per riflettere se vogliono o meno testimoniare contro i loro ex persecutori.

«Hanno molta paura – sottolinea Susanne Seytter. Inoltre, molte donne non si sentono abbastanza protette, poiché la legislazione svizzera prevede che le vittime di traffico di esseri umani possano restare nel paese e beneficiare delle misure di riabilitazione solo se cooperano con le autorità. In caso contrario devono lasciare la Svizzera. Ciò rende il nostro lavoro molto difficile».

Per indagare su casi di traffico di esseri umani, sono necessarie risorse equivalenti a quelle per un omicidio, spiega Mesaric.

«In Svizzera abbiamo forze di polizia relativamente piccole ed è tutta una questione di risorse – aggiunge. Per questo è importante che la gente si renda conto che anche da noi esiste il fenomeno del traffico di esseri umani e che dobbiamo fare qualcosa per contrastarlo».


(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch


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