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Tito Bassi: dal Ticino al Guatemala, senza rimpianti

La figura di Tito Bassi è legata soprattutto alla vendita di aerei Pilatus al Guatemala. RSI1

Lo svizzero Tito Bassi, 67 anni, vive in Guatemala dal 1974. Dal Ticino, lo spirito e la voglia di avventura lo hanno portato fino ai Caraibi. Nel paese centroamericano è stato commerciante, uomo d'affari, albergatore e persino venditore di aerei Pilatus. In tutta legalità, afferma.

«Non ho rimpianti», ci dice Tito Bassi, contattato via e-mail a Citta del Guatemala, dove risiede con la famiglia. «La mia vita è stata come un gioco, la rifarei tutta. I sogni che per la maggior parte della gente restano tali, per me sono diventati realtà».

Ed infatti. Uno dei sogni più ricorrenti nell’immaginario collettivo, quello di possedere un’isola, per Tito Bassi è diventato realtà. Il primogenito di un capostazione e di una casalinga è stato il proprietario di Tucan Island (“L’isola dei tucani”) al largo della costa caraibica del Belize.

Circondata da una barriera corallina, l’isola era destinata a diventare un villaggio di vacanze. Poco prima di aprirlo al pubblico, però, Tito Bassi ha gettato la spugna. Dopo la lunga e a volte cruente guerra civile, il Guatemala passava per una meta poco sicura e non attirava più i turisti come in passato. Così il ticinese ha venduto Tucan Island ad una fondazione americana dedita alla protezione delle tartarughe e l’Hotel Tucan ad un gruppo nazionale. Stessa sorte per il suo albergo di Livingston.

Tito Bassi ha lasciato il Ticino proprio «per vivere cose che non avrei mai vissuto in un territorio stretto o stando seduto in un ufficio». La prima parte della sua vita, comunque, è stata tutt’altro che routine. Dopo una formazione di disegnatore edile presso uno studio d’ingegneria di Locarno, l’amante dell’alta montagna diventa il guardiano della capanna di Robiei.

Lassù, un giovanissimo Tito conosce gente importante, come Dieter Bührle, il presidente del gruppo Oerlikon-Bührle che esportò armi verso l’Africa del Sud ed il Nigeria (un commercio clandestino che, nel 1970, valse a Dieter Bührle una condanna ed una pena sospesa). Ma fu un ricco cliente guatemalteco, che frequentava le piste di Cimetta quando Tito Bassi era istruttore di sci, che gli dà l’idea di tentare la sorte in Guatemala.

Nel paese dei Maya

Ed è proprio nel paese centroamericano, tra le popolazioni maya, che il ticinese trova la sua dimensione e fa rapidamente successo. «Ho fatto di tutto», racconta. «Ho commerciato in semi di conifere, cacao, caffè, sono stato rappresentante esclusivo di fertilizzanti, ho fatto l’albergatore…».

Nei pressi di Livingston, dove costruisce il primo albergo della zona che gestirà durante venti anni, arriva a possedere fino a quattro aerei. Quando i turisti iniziano a mancare è però costretto a vendere la struttura. «Non da ultimo – aggiunge – con una draga e alcuni specialisti cubani ho effettuato batimetrie e dragaggi nel Porto di Santo Tomas e in Belize».

Tito Bassi ha dunque avuto, ma ha anche perso, molti soldi. «Rifarei probabilmente tutto quanto». È però la sua attività legata alla vendita degli aerei che, in Guatemala come in Svizzera, verrà più spesso abbinata al suo nome. «Sì – ci spiega – ho venduto dodici Pilatus all’esercito del Guatemala. Ma è stato in tutta legalità: i velivoli non erano armati. Erano destinati alla scuola di piloti. Va detto che la Forza Aerea guatemalteca disponeva di velivoli ed elicotteri americani più potenti ed armati. Il governo svizzero poi autorizzò la vendita, di cosa dovrei vergognarmi?».

La Svizzera aveva in effetti autorizzato la vendita dei PC-7 al paese centroamericano, affermando che non si trattava di velivoli di guerra. Il lavoro di alcuni giornalisti svizzeri d’investigazione ha tuttavia evidenziato il vero impiego dei modelli venduti al Guatemala.

Nel 1989, dieci anni dopo la vendita, il governo svizzero ha riconosciuto ufficialmente che aerei Pilatus erano stati utilizzati contro la popolazione civile del Guatemala.

Pilatus non solo in Guatemala

L’uomo d’affari ticinese ricorda che, durante lo stesso periodo, la Svizzera aveva anche venduto apparecchi a Iraq, Iran, Birmania, Angola e Messico. «Chi poteva sapere», domanda provocatoriamente, «che anni dopo il governo messicano li avrebbe usati nel Chiapas per combattere la guerriglia? Se io devo essere considerato un mercante d’armi, lo sono anche il governo elvetico, tutti i tecnici e gli operai della Pilatus o del gruppo Oerlikon-Bührle ed i piloti che li hanno consegnati».

In questi ultimi anni Tito Bassi ha anche consacrato molto del suo tempo alla stesura delle sue memorie, contenute nei due volumi intitolati “Insubria verso nord” (Edizioni Ulivo di Balerna). Raccolgono ricordi di gioventù che descrivono un Ticino rurale, povero ma degno, che non tornerà più. I due libri saranno seguiti da un terzo volume, «nel quale spiegherò come nel Terzo Mondo c’è anche chi è morto per l’irrorazione chimica del cotone o per fame».

La Svizzera non è più il paese degli orologi e del cioccolato

Pur essendo rimasto «solo svizzero», Tito Bassi mantiene uno sguardo critico sul suo paese d’origine. «Della Svizzera», confessa, «mi manca la tranquillità, ma faccio invece facilmente a meno della mediocrità, di quell’abitudine di criticare altri paesi…Il Ticino, da solo, magari oggi sarebbe più simile al Guatemala di quanto si possa credere…».

La comunità elvetica nel paese caraibico non è numerosa. Negli ultimi anni, la Svizzera ha perso la sua reputazione di paese degli orologi e del cioccolato per prendere la nomina di nazione dei capitali sporchi o rubati dai conti cifrati. «È una pubblicità a buon mercato, favorita dai media internazionali. Prima, chissà perché, non eravamo membri delle Nazioni Unite ed ora ci fanno forse pagare il fatto di non essere membri dell’UE», ritiene Tito Bassi. «Così – aggiunge – la nostra ambasciata si sforza ora di sviluppare il ruolo della Svizzera in ambito culturale, democratico e commerciale».

I due figli di Tito Bassi, sposato con una professoressa guatemalteca, dispongono del passaporto svizzero. «Apprezzano il loro paese che conoscono un po’. Ma sono stati cresciuti da guatemaltechi, comunque senza imposizioni da parte mia. Sarei stato pazzo a educarli da svizzeri in un paese in cui 70% della popolazione ha meno di 30 anni», sottolinea l’oriundo ticinese.

Tito Bassi finirà i suoi giorni in Ticino? «Non so dirlo… Quando sono in Guatemala, mi mancano tanto le valli ticinesi, ma quando torno in Ticino mi viene la nostalgia del Guatemala…».

Nasce il 16 maggio 1945 a Lugano-Sorengo, in Ticino.

Suo padre è un impiegato delle ferrovie svizzere, sua madre una casalinga. Con i due fratelli minori trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra il Sotto e il Sopraceneri.

Dopo una formazione come disegnatore edile presso uno studio d’ingegneria di Locarno, gestisce la capanna di Robiei ai tempi del cantiere dell’Ofima.

Nella vita è istruttore di sci, venditore, albergatore e commerciante.

Nel 1984 si trasferisce in Guatemala dove risiede tuttora con la famiglia.

Si occupa oggi di piantagioni di gomma e si dedica alla scrittura.

Il Guatemale è uno Stato dell’America Centrale.

La popolazione è di 12,7 milioni di abituanti su una superficie di 108’809 km quadrati (quasi tre volte la Svizzera).

Confina a nord e nordovest con il Messico, a nordest con il Belize, a sud e sudest con El Salvador e l’Honduras. Si affaccia sull’Oceano Pacifico ad ovest e sul Mare dei Caraibi ad est.

Repubblica presidenziale, il paese è stato per decenni teatro di colpi di Stato e ha vissuto una guerra civile durata 36 anni che si è conclusa nel 1996.

Il genocidio contro le popolazioni indigene, particolarmente maya, è stato riconosciuto dall’ONU dopo la denuncia dell’attivista indigena per i diritti umani, Rigoberta Menchu, Premio Nobel per la pace nel 1992.

La colonia svizzera in Guatemala è alquanto esigua: a fine 2011 contava 257 persone.

La Svizzera è però presente con una sua ambasciata a Ciudad del Guatemala.

Oltre a Tito Bassi, un altro ticinese si è fatto conoscere nel paese centroamericano. Si tratta del fotografo Mauro Calanchina, giunto in Guatemala all’età di 20 anni.

Mauro Calanchina, deceduto nel 2008, ha combattuto durante 25 anni per i diritti dei più poveri, raggiungendo i ranghi della guerriglia. Sposato con un’antropologa indigena, dal 2006 ha lavorato al Centro internazionale dei diritti umani.

Le sue fotografie hanno immortalato la sofferenza e la vita quotidiana del suo paese d’adozione.

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