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La Svizzera deve fare “di tutto e di più” per attuare le sanzioni

Collage bandiera svizzera, russia e manifestante con bandiera ucraina
Illustration: Helen James / SWI swissinfo.ch

La guerra in Ucraina dovrebbe rappresentare un punto di svolta per la Svizzera affinché cambi la sua mentalità riguardo alla trasparenza, dice l'esperto di sanzioni e crimini finanziari Tom Keatinge, direttore del Centro per gli studi sulla criminalità finanziaria e la sicurezza del Royal United Services institute (RUSI), il più vecchio think tank sulla difesa e la sicurezza.

SWI swissinfo.ch: La Svizzera è stata pesantemente criticata dal G7 e da altri Paesi per non aver fatto abbastanza per applicare le sanzioni. Lei è d’accordo?

Tom Keatinge: La Svizzera è in una posizione interessante. È un ordinamento giuridico che rimarrà colpevole agli occhi del mondo almeno per un’altra generazione. Quindi, credo che debba fare di tutto e di più per convincere la gente che è dalla parte dei buoni e dimostrare la sua innocenza.

La Confederazione è stata sottoposta a pressioni da parte del G7, ma si trova anche in una posizione difficile perché, in una certa misura, ha potere decisionale a Bruxelles. O meglio, non siede al tavolo di Bruxelles, ma costituzionalmente ha deciso che attuerà qualsiasi decisione presa a Bruxelles in materia di sanzioni. Questo porta inevitabilmente a una discrepanza, poiché potrebbe finire per dover attuare misure con cui non è d’accordo.

Tom Keatinge, primo piano
Tom Keatinge è il direttore fondatore del Centro per gli studi sulla criminalità finanziaria e la sicurezza presso il Royal United Services Institute (RUSI), il più antico think tank del mondo in materia di difesa e sicurezza. Prima di entrare al RUSI nel 2014, è stato per 20 anni banchiere d’investimento presso J.P. Morgan. RUSI

Il Governo elvetico ha ammesso che l’identificazione dei titolari effettivi di società è una sfida enorme per l’attuazione delle sanzioni. Si sta ora discutendo della creazione di un registro centrale. Aiuterebbe?

Senza un registro sulle società trasparente, la capacità di implementare le sanzioni si riduce in modo significativo. Come può un Paese garantire che non ci sia un legame tra una persona sanzionata e una società che opera nella sua giurisdizione se non dispone di tutte le informazioni? I media scopriranno velocemente che un legame c’è. Questo è un servizio prezioso che l’industria mediatica ha svolto per diversi anni.

Penso che un buon registro delle società – per citare un collega in Lettonia – sia la “scialuppa di salvataggio a cui affidarsi se si vuole avere la certezza dell’implementazione delle sanzioni”. Senza un registro decente, non si potrà convincere la gente della propria innocenza. Possiamo discutere se il registro debba essere di dominio pubblico oppure no, ma se le autorità non hanno accesso a determinate informazioni, allora non possono fare del loro meglio per attuare le sanzioni.

Perché, secondo lei, la Svizzera è così in ritardo in materia di trasparenza sui titolari effettivi delle società?

La Svizzera è stata sottoposta alla valutazione antiriciclaggio da parte del Gruppo di azione finanziaria internazionale (GAFI) molto tempo fa, prima dei Panama Papers. Dal 2016, il GAFI ha introdotto standard più elevati.  Dunque, un Paese che è stato valutato l’anno scorso deve soddisfare esigenze più alte rispetto a quanto fatto dalla Svizzera.

La Confederazione dovrà affrontare una grande prova quando sarà nuovamente valutata nei prossimi anni. Cosa farà da qui ad allora per assicurarsi di aver aumentato i propri standard in linea con le aspettative del GAFI? Non potrà più dire: “Abbiamo fatto bene dieci anni fa”. Credo che la Svizzera debba guardare avanti, non indietro.

Tuttavia, è importante ricordare che lo standard del GAFI è uno standard minimo. Un Paese che si accontenta di soddisfare gli standard minimi suscita il sospetto di essere un Paese che facilita l’aggiramento delle sanzioni.

Ritiene che la guerra sia un punto di svolta per la Svizzera nell’ambito della mentalità del Paese sulla trasparenza?

Francamente, è necessario che lo sia. Come già detto, la Svizzera sta pagando – a torto o a ragione – una certa reputazione di segretezza e opacità. Impegnandosi attivamente nel regime delle sanzioni, dimostrando che sta congelando i beni e sfruttando le competenze nazionali (ad esempio nel commercio di materie prime e nel private banking) per fare pressione sull’economia russa, contribuirà ad allontanare i sospetti che ancora circondano la sua integrità finanziaria.

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I Paesi sembrano abbastanza d’accordo sulle sanzioni, ma è lo stesso per la loro attuazione?

Le sanzioni sono concordate a Bruxelles, ma questa è solo la cornice. Ogni Paese ha la propria legge di attuazione. Il risultato è che ci sono definizioni diverse per termini come proprietà e controllo. La maggior Parte degli Stati dice che se una persona sanzionata possiede una quota superiore al 50% di una determinata entità, questa deve essere soggetta a sanzioni, ma l’interpretazione del controllo (quando una persona controlla ma non possiede una compagnia) differisce tra un Paese e l’altro. Questa mancanza di armonizzazione provoca falle che possono essere sfruttate.

È anche importante dire che le banche sono da tempo sensibili al tema dell’attuazione delle sanzioni, perché esse stesse hanno avuto guai con la giustizia statunitense, ma le imprese europee hanno pochissima esperienza nell’implementazione delle sanzioni. Le compagnie attive nel commercio di materie prime hanno dovuto pensarci un po’ in passato, ma non ai livelli attuali con la Russia.

Cosa pensa stiano facendo le imprese per attuare le sanzioni?

Parlando con legali e consulenti, vi diranno che hanno ancora clienti che stanno cercando di continuare l’attività dove non sono soggetti a sanzioni. C’è chi sostiene che le aziende devono fare “la cosa giusta”, indipendentemente dal fatto che le sanzioni siano in vigore oppure no. Ma cosa vuol dire nel mondo del business fare la cosa giusta?

Ho una certa comprensione per le aziende che dicono: “Può non piacervi quello che stiamo facendo dal punto di vista etico o della reputazione, ma stiamo operando nel rispetto della legge. I nostri avvocati hanno approvato quello che stiamo facendo. Se cambierà la legge, cambieremo il nostro modo di agire”.

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Qual è la sua opinione sugli obiettivi della politica nell’ambito delle sanzioni?

Quello che mi piace chiedere ai politici e alle politiche è: cosa va cambiato nell’implementazione delle sanzioni contro alla Russia? Quali sono i passi da compiere per realizzare questo cambiamento? La risposta più semplice potrebbe essere che tutti gli scambi commerciali con la Russia o con i Paesi intermediari che vendono alla Russia dovrebbero essere azzerati. E poi si discute della possibilità di concedere alcune esenzioni, ad esempio per i farmaci.

E lei come risponde a queste domande?

La mia idea è che gli alleati dell’Ucraina debbano agire per impedire al Cremlino di finanziare e rifornire le proprie forze armate. Se questo è il nostro obiettivo, dobbiamo assicurarci che le sanzioni su prodotti come l’elettronica ad alta tecnologia siano il più possibile inattaccabili.

Ma sappiamo anche che la Russia sta passando da un’economia civile a un’economia militare e di guerra. Le fabbriche che producevano autobus ora producono carri armati. Dobbiamo quindi riflettere su quanto ampio debba essere l’embargo. Occorre quindi affrontare la questione della vendita a Paesi terzi attraverso i quali i prodotti potrebbero arrivare in Russia, cosa che sta chiaramente accadendo.

Ma come far rispettare una simile misura?

Ci sono aziende in Svizzera, Regno Unito, Germania e Francia che hanno visto aumentare le vendite a Paesi terzi non allineati dall’anno scorso. Queste aziende dovrebbero chiedersi perché queste vendite sono aumentate e se possono essere collegate all’elusione delle sanzioni russe – è ingenuo pensare che non lo siano.

Dobbiamo fare in modo che il settore privato sia più intelligente e rifletta a ciò che sta facendo, piuttosto che limitarsi a osservare le regole.

La Svizzera è stata criticata per non aver aderito alla task force REPO (Russian Elites, Proxies, and Oligarchs) del G7, che mira a congelare e sequestrare i beni russi. Pensa che dovrebbe aderire?

Non aderendo, danneggia ulteriormente la sua reputazione. Perché la Svizzera non dovrebbe aderire? C’è chi penserà che il Paese abbia qualcosa da nascondere.

Cos’altro dovrebbe fare la Svizzera per convincere il mondo che sta attuando le sanzioni in modo efficace?

Se fossi la Svizzera in questo momento, troverei un settore in cui il Paese è ben conosciuto e cercherei di capire come mostrare la leadership globale nell’attuazione delle sanzioni contro la Russia in quel campo.

Se si trattasse del settore del commercio delle materie prime, mi farei in quattro per collaborare con aziende come Glencore e Trafigura per aiutarle a comprendere le sanzioni e consultarle su quali cambiamenti riterrebbero utili per realizzare il cambiamento.

Ne farei una virtù. Organizzerei una conferenza sull’attuazione delle sanzioni contro la Russia nel settore del commercio delle materie prime, sponsorizzata da Glencore e Trafigura, e inviterei i partner alleati a fare un brainstorming su come sviluppare questo particolare elemento della rete delle sanzioni.

La Svizzera sta facendo tutto il possibile per mettere in atto le sanzioni?

Lo spero, ma è chiaro che i principali alleati pensano il contrario. La Svizzera dovrebbe prendere sul serio le preoccupazioni sollevate da esponenti del G7.  Per molti, la Svizzera rimarrà colpevole finché non si dimostrerà categoricamente innocente.

In quest’articolo, il capo della Divisione Relazioni economiche bilaterali della Segreteria di Stato dell’economia (SECO),  Erwin Bollinger, risponde ad alcune delle accuse mosse alla Svizzera:

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A cura di Virginie Mangin

Traduzione: Zeno Zoccatelli

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