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Medio Oriente Questo nuovo Iran che il presidente Trump non vuole vedere

Électrices de Rohani dans un des bureau de vote de capitale. 

Électrices de Rohani dans un des bureau de vote de capitale. 

(Keystone)

La rielezione di Hassan Rohani alla presidenza dell'Iran dimostra la profonda evoluzione della società iraniana, urbana al 75%, afferma il professore svizzero-iraniano Mohammad-Reza Djalili. L’esperto del Medio Oriente spera che l'Europa influenzerà la politica dell'amministrazione Trump, molto ostile verso Teheran, per consentire agli investitori europei e svizzeri di lavorare con l'Iran. 

Con il 57% dei voti a suo favore, la vittoria di Hassan Rohani nelle elezioni presidenziali ha suscitato una certa sorpresa. Alla sua prima elezione nel 2013, il riformatore aveva ottenuto poco più del 50% dei suffragi. 

Professore onorario presso l'Istituto di alti studi internazionali e di sviluppo di Ginevra,, Mohammad-Reza DjaliliLink esterno ritiene che la pagina aperta con la rivoluzione khomeinista del 1979 stia per essere voltata in Iran, contrariamente a quanto sembrano credere le monarchie del Golfo e il loro alleato americano.

Mohammad-Reza Djalili.

(swissinfo.ch)

swissinfo.ch: Che cosa emerge da queste elezioni riguardo all’evoluzione della società iraniana? 

Mohammad-Reza Djalili: L'iraniano medio cerca essenzialmente due cose. Innanzitutto un miglioramento del tenore di vita, la situazione economica rimane preoccupante per i poveri. In secondo luogo, queste elezioni mostrano una grande volontà di apertura al mondo esterno. 

Dallo Stato rivoluzionario in disaccordo con il mondo si sta passando a un desiderio di normalizzazione e di distensione con il mondo esterno. Molti iraniani sono stanchi di 38 anni di discorsi rivoluzionari. 

swissinfo.ch: L'Iran è sempre diviso tra città riformatrici e campagne conservatrici? Le recenti elezioni smentiscono questo quadro? 

M.-R.D.: Lo smentiscono i risultati, dai quali traspare che anche in aree remote si è votato in maggioranza per i riformatori, ad esempio in Kurdistan e Baluchistan. Si deve anche tenere a mente che il 75% della popolazione è oggi urbana. 

swissinfo.ch: L’era aperta dalla rivoluzione di Khomeini sta quindi per finire

M.-R.D.: Senza dubbio. La società iraniana sta cercando la distensione. Ma il regime stenta a modificare le proprie strutture rivoluzionarie. Vi sono ancora i tribunali islamici che difendono una visione rivoluzionaria, così come una serie di istituzioni rivoluzionarie che esistono in parallelo alle istituzioni statali. E ciò benché non abbiamo più il dinamismo e l'attrattiva dei loro inizi. 

swissinfo.ch: Dopo il fallimento delle grandi manifestazioni del 2009, stiamo assistendo ad una protesta più sotterranea, meno frontale? 

M.-R.D.: Gli iraniani hanno optato per un’evoluzione lenta e graduale, vogliono muoversi verso la normalizzazione e l'istituzione progressiva di un sistema democratico. Sanno che è molto difficile cambiare improvvisamente il regime e temono un'altra rivoluzione che farebbe precipitare di nuovo il paese verso l'ignoto. Un'impressione rafforzata da ciò che sta accadendo nella regione mediorientale. Gli iraniani ritengono che la relativa stabilità del loro paese sia una cosa preziosa. D’altronde queste elezioni, che hanno mobilitato più di 40 milioni di persone, si sono svolte senza incidenti di rilievo, a differenza delle ultime elezioni in Turchia. 

swissinfo.ch: Questo sviluppo può scontrarsi con la volontà espressa da parte dell'amministrazione Trump di contenere l'Iran e di rafforzare un asse sunnita contro Teheran? Ciò non rischia di favorire il campo conservatore iraniano? 

M.-R.D.: Sì. La rinascita di questa politica anti-iraniana è il miglior aiuto che si possa apportare ai conservatori iraniani. Così come la scelta di sostenere i paesi sunniti conservatori, che più favoriscono l'emergere di movimenti estremisti, salafiti e via dicendo. 

L'Iran non ha mai avuto un ruolo nella creazione di Al-Qaeda, Al-Nosra o Daech, che sono tutti anti-iraniani. Porre sullo stesso piano Daech e l'Iran e parlare di un asse del male, così come ha fatto Donald Trump a Riyadh, rappresenta solo un'aberrazione. 

swissinfo.ch: Ciò rischia anche di contrastare l'apertura dell'Iran, in particolare sotto il profilo economico, e spaventare gli investitori stranieri, tra cui gli svizzeri? 

M.-R.D.: Gli investitori non fuggono l'Iran, ma le sanzioni degli Stati Uniti. Gli investitori asiatici ed europei sono estremamente interessati al mercato iraniano. E hanno già preso i contatti necessari. 

Per andare avanti è innanzitutto necessario che gli iraniani rafforzino il loro rapporto con l'Europa occidentale, la quale dovrebbe fare pressione sugli Stati Uniti. E ciò affinché Washington non rimetta in discussione l'accordo sul nucleare iraniano e consenta alle banche europee di lavorare con l'Iran. 

Le banche svizzere devono affrontare gli stessi problemi di altre banche europee, benché la Svizzera mantenga ottimi rapporti con l'Iran e la sua immagine sia estremamente positiva. E questo da molto tempo. 

swissinfo.ch: Ma gli Stati del Golfo, in particolare, denunciano ciò che considerano una politica espansionistica iraniana. 

M.-R.D.: Prendiamo il caso dei missili iraniani, uno dei tre motivi – assieme alla questione dei diritti umani e al sostegno al terrorismo – delle sanzioni adottate dagli Stati Uniti dai primi giorni della rivoluzione iraniana. 

Gli iraniani non possono cedere sulla questione dei missili, dato che hanno abbandonato l’arma nucleare concepita come deterrente. Si deve sapere che il budget militare iraniano è sei volte inferiore a quello dell'Arabia Saudita. Gli iraniani non hanno una forza aerea in grado di proteggere il paese da un possibile attacco. Ecco perché vogliono dotarsi di missili per poter reagire in caso di attacco. 

Si parla molto di espansione iraniana. Negli ultimi anni, Teheran ha solo approfittato delle opportunità che si sono presentate, ad esempio dopo il rovesciamento di Saddam Hussein in Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003. L'Iran non dispone semplicemente di mezzi materiali per portare avanti questa presunta espansione. 

L'importo speso dall'Arabia Saudita per bombardare lo Yemen è molto più importante di qualsiasi cosa fatta in 38 anni dall'Iran per esportare la sua rivoluzione islamica. 

Detto questo, è essenziale trovare soluzioni diplomatiche alle questioni regionali e promuovere la normalizzazione delle relazioni tra Teheran e Riyadh. 

swissinfo.ch: Resta tuttavia il coinvolgimento dell'Iran in Siria a fianco del regime di al-Assad. 

M.-R.D.: Certo. Ma ci sono anche i russi, i turchi, i sauditi e il Qatar. Gli iraniani hanno una grande responsabilità nel sostenere il regime criminale di Assad. Ma non sono responsabili di tutto ciò che sta accadendo in Siria, né dello scoppio delle rivolte della "primavera araba" a cui risale la crisi attuale.   

Non è certamente scegliendo l'Iran come capro espiatorio che si potranno risolvere i conflitti in Medio Oriente.


Traduzione di Armando Mombelli

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