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Una stella del sud nel firmamento dell’hockey

Una maschera che teoricamente avrebbe dovuto proteggere swissinfo.ch

Portiere della Nazionale svizzera dai 15 ai 28 anni, cinque Mondiali e due Olimpiadi: Alfio Molina ha scritto pagine gloriose della storia dell'hockey elvetico. A oltre 20 anni dal suo ritiro, swissinfo gli ha chiesto di ripercorrere quegli eventi.

L’appuntamento è alla Resega, la pista di Lugano, dove lui ha iniziato a giocare all’hockey da bambino. Nel frattempo l’impianto sportivo è stato trasformato in un palazzetto del ghiaccio. Ma è ancora lì che gioca il suo club di sempre. E lì, in bella mostra, sono le sue fotografie e la sua maglia.

Oggi Alfio Molina ha 61 anni. È rimasto lo stesso gentiluomo pacato e il suo fisico è ancora atletico. Guardandolo torna in mente l’immagine di quel portiere agile ed elegante come un felino, che si muoveva tra i pali come un pesce nell’acqua.

Ma come è arrivato in porta Alfio Molina? “È stato l’istinto. Già quando giocavo sulle strade, da bambino, sia all’hockey sia al calcio, io andavo in porta”, ci spiega. Un ruolo adatto al suo carattere. Molina si autodefinisce un “timido, tranquillo, taciturno” che si sente perfettamente a suo agio restando solo davanti alla rete.

Un ragazzo prodigio

A 15 anni è selezionato come portiere della Nazionale juniores. Allora non c’erano suddivisioni in categorie di età: bambini e ragazzi fino ai 19 anni erano riuniti in un’unica squadra.

Parallelamente esordisce nella prima squadra dell’Hockey Club Lugano (HCL), che milita in prima divisione. Modestamente Alfio Molina afferma: “il merito è dell’allenatore Elwyn Friedrich che ha avuto fiducia in me e ha avuto il coraggio di buttarmi nella mischia”.

Omette di dire che lui ha ripagato pienamente quella fiducia, poiché le sue strepitose parate sono state fondamentali nella promozione del Lugano in serie B, alla fine di quella stessa stagione.

Da lì è ininterrottamente il portiere titolare dell’HCL per 21 anni. Alla 22esima stagione decide di smettere. Però promette al club di restare a disposizione “in caso di bisogno”. Così gioca ancora quattro anni, alternandosi con i titolari. “Andavo e tornavo, a dipendenza dei ferimenti”.

“Le ultime stagioni, per un non professionista come me, erano piuttosto pesanti”, ci spiega. Rispetto a quando aveva iniziato nella stagione 1963/64, infatti, l’hockey elvetico è molto cambiato.

Inizialmente il disco su ghiaccio è “praticamente un passatempo, un divertimento serale, dopo il lavoro”. Gli allenamenti si svolgono tre volte la settimana. Le partite si giocano il sabato sera, qualche volta la domenica. Il campionato è costituito da due gironi, andata e ritorno, per un totale di 24 incontri.

L’addio di una leggenda

Con il trascorrere degli anni, i ritmi si accelerano, il numero degli allenamenti e delle partite aumenta, il campionato si allunga. Dopo la promozione in A, nel 1971, il Lugano nel 1973 è relegato in B. Vi resterà fino alla stagione 1981/82. Poi il club bianconero torna nella massima divisione, determinato a diventare un grande protagonista. Nel 1986 conquista il primo titolo di campione svizzero. Anche per i giocatori elvetici arriva il professionismo.

Alfio Molina non ci sta. Per quel portiere che ha giocato anche all’apice mondiale, l’hockey rappresenta solo diletto. Non ha dubbi sulle priorità della sua vita: la famiglia e il lavoro. Perciò se ne va, “senza rimpianti”. Esattamente come aveva già fatto con la Nazionale nel 1976, l’anno in cui era diventato padre.

Eppure la maglia rossocrociata era stata una sorta di suo oggetto del desiderio. “Dal momento in cui, a sorpresa, a 15 anni mi hanno fatto giocare nella Nazionale juniores, indossare ogni anno la maglia svizzera è diventato un po’ il mio obiettivo segreto. Lo tenevo per me, non lo dicevo a nessuno”, ci confida Molina.

Un obiettivo raggiunto. Infatti, dopo quattro stagioni nella selezione elvetica degli juniores, passa a quella delle speranze e poi approda nella Nazionale svizzera vera e propria. “Ero l’unico giocatore di lingua italiana. Non facevo gruppo con nessuno, ma parlavo con tutti. Perciò ero ben visto sia dagli svizzeri francesi sia dagli svizzeri tedeschi”, rammenta.

Fra i mostri sacri

Il più bel ricordo che ha con la squadra rossocrociata è il Campionato del mondo del gruppo A nel 1972 a Praga. “Quella è forse la stagione in cui sono riuscito a dare il massimo”.

Fra gli svizzeri e i monumenti dell’hockey mondiale “c’era una differenza abissale. Il gioco andava così veloce che non c’era il tempo di pensare a nulla. Però era un puro divertimento giocare contro quelle squadre”.

A riprova della sua bravura, risulta secondo miglior portiere del torneo, alle spalle di Jorma Valtonen, nonostante la relegazione della Svizzera e il professionalismo degli avversari. Inoltre, “la scelta è stata effettuata quando ancora mancava l’ultima partita”, osserva Alfio Molina.

Se si fosse atteso fino all’ultimo incontro, probabilmente sarebbe stato lui il migliore, poiché in quell’occasione gioca molto bene, al contrario del finlandese che delude. Il titolo di miglior portiere gli sarà assegnato ai Mondiali di due anni dopo in Francia.

Alla mensa olimpica con Tretiak

Nel cuore di Alfio Molina sono rimaste anche le Olimpiadi. “Sono qualcosa di favoloso”, perché fanno incontrare atleti di tutto il mondo e di tutte le discipline. La mensa è un luogo di ritrovo. Proprio lì, nel 1972 a Sapporo, vive la grande emozione di trovarsi a fare la fila in mezzo alla squadra di hockey dell’Unione sovietica. Davanti a lui c’è l’allora 19enne Vladislav Tretiak. Per una questione linguistica non possono conversare, ma comunicano con gli sguardi. “C’era il piacere del contatto visivo”.

Quel piacere sarà rinnovato sul ghiaccio, due mesi dopo, ai Mondiali di Praga. Il ticinese e colui che è considerato il più grande portiere sovietico di tutti i tempi riusciranno infine “a dialogare un po’, tramite un interprete”, in occasione di una partita a Lugano fra la squadra locale e il CSKA di Mosca. “Mi ha fatto molto piacere”, commenta Alfio Molina, senza svelarci cosa si siano detti.

Si può ancora migliorare

Cosa ne pensa Molina dei portieri di adesso in Svizzera? “Il livello è aumentato, anche perché ora ricevono un allenamento specifico”. Tuttavia si può ancora migliorare.

“Mi sembrano molto statici. Usano meno le mani di una volta”. Inoltre c’è una tendenza a un’uniformità di stile. Invece, “ci si deve saper muovere, ci sono situazioni diverse per le quali ci sono sistemi di parata diversi. Si devono avere alternative. Poi è importante sfruttare le capacità individuali”

A suo avviso, nella stagione 2008/09 il portiere più completo in Svizzera è Ari Sulander. L’estremo difensore dei Lions di Zurigo “è riuscito a fare una buona miscela dei vecchi sistemi con quelli nuovi e ad abbinarli in funzione delle necessità”. Ma Sulander è finlandese. Non lo vedremo dunque nella Nazionale rossocrociata ai Campionati del mondo 2009.

swissinfo, Sonia Fenazzi

Alfio Molina nasce a Lugano il 20 aprile 1948.

Il padre, portiere dell’Hockey Club Lugano (HCL), gli insegna a pattinare sin da piccolo, sul laghetto di Muzzano, alle porte di Lugano.

A otto anni inizia a giocare all’hockey. Sceglie il ruolo di portiere.

A 15 anni è selezionato nella Nazionale svizzera juniores e diventa titolare della prima squadra dell’HCL, in prima divisione.

Quella stessa stagione – 1963/64 – è uno dei grandi artefici della promozione dell’HCL nella Lega nazionale B.

Dopo quattro stagioni nella Nazionale juniores, è selezionato per la Nazionale speranze per un anno. Poi è convocato nella Nazionale svizzera. Da quel momento è selezionato ogni anno fino al 1976, quando decide di ritirarsi.

Resta ininterrottamente primo portiere dell’HCL fino al 1982, quando, dopo la promozione in A, decide di appendere i pattini al chiodo. Il club riesce però a strappargli la promessa di rimanere a disposizione in caso di ferimento dei titolari. Così, di fatto, gioca ancora parecchie volte fino al 1987, ossia al secondo anno consecutivo in cui il Lugano vince il titolo di campione svizzero.

Con la maglia del Lugano disputa più di 500 partite, con quella rossocrociata 64.

Partecipa alle Olimpiadi del 1972 a Sapporo e del 1976 a Innsbruck.

Prende parte ai Campionati del mondo del 1971 in Svizzera (Gruppo B), del 1972 a Praga (Gruppo A), del 1974 in Francia (Gruppo C), del 1975 a Sapporo (Gruppo B) e del 1976 in Svizzera. Non può invece partecipare ai Mondiali del 1973 a Graz poiché è ferito.

Nel 1974 è designato miglior portiere ai Mondiali del gruppo C.

Per le Olimpiadi di Torino nel 2006 è il primo tedoforo in Svizzera.

Disegnatore edile di formazione, lavora per il Comune di Lugano dal conseguimento del diploma fino al suo pensionamento a 60 anni.

Sposato, è padre di due figli.

Quando Alfio Molina smette definitivamente di giocare, l’Hockey Club Lugano decide di rendergli omaggio con un gesto particolare: nessuno nella squadra avrà più diritto a portare la maglia numero 1.

Quel numero, nel club bianconero resterà per sempre quello del portiere che ha dedicato tutta la sua vita hockeystica al Lugano, senza mai cedere alle lusinghiere offerte esterne.

C’è stata una sola eccezione: un anno il giovane Fraschina l’ha potuta indossare, su concessione dello stesso Molina, che era anche il suo allenatore.

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