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Perché sviluppare nuovi farmaci costa sempre di più

Il costo medio dello sviluppo di un nuovo farmaco, dalla scoperta alla commercializzazione, ha raggiunto i 2,23 miliardi di dollari nel 2024 per le 20 maggiori aziende biofarmaceutiche del mondo, con un aumento del 65% rispetto al 2014.
Il costo medio dello sviluppo di un nuovo farmaco, dalla scoperta alla commercializzazione, ha raggiunto i 2,23 miliardi di dollari nel 2024 per le 20 maggiori aziende biofarmaceutiche del mondo, con un aumento del 65% rispetto al 2014. Dan Dunkley / Keystone

Sviluppare nuovi farmaci è sempre stato un processo costoso e dall’esito incerto. Rispetto a dieci anni fa, però, i costi sono aumentati ancora. Ecco tre fattori che aiutano a spiegare perché.

Il presidente statunitense Donald Trump lo ha ripetuto più volte: secondo lui, i governi europei beneficiano della spesa farmaceutica americana senza contribuire abbastanza. I prezzi più alti pagati negli Stati Uniti, afferma, generano i profitti che finanziano la ricerca e l’innovazione da cui trae vantaggio anche il resto del mondo. Per questo l’Europa dovrebbe pagare di più per i nuovi medicinali, sostiene Trump.

Quanto c’è di vero in questa affermazione? Il punto è difficile da verificare, anche perché il rapporto tra costi di sviluppo e prezzi dei farmaci resta uno degli aspetti più opachi dell’industria farmaceutica. Gli investimenti necessari per portare un nuovo medicinale sul mercato però sono spesso presentati come una delle ragioni dei prezzi elevati dei farmaci. Ed è vero che quei costi sono aumentati.

Nel 2024 il costo medio per sviluppare un nuovo farmaco, dalla scoperta in laboratorio al lancio sul mercato, ha raggiunto i 2,23 miliardi di dollari per le 20 maggiori aziende biofarmaceutiche al mondo. È il 65% in più rispetto al 2014, circa il 25% una volta tenuto conto dell’inflazione.

La cifra, pubblicata nel rapporto annualeCollegamento esterno 2025 di Deloitte sull’innovazione biofarmaceutica, si ottiene dividendo la spesa complessiva in ricerca e sviluppo delle 20 principali aziende per il numero di farmaci arrivati effettivamente sul mercato. Include quindi anche il costo dei molti candidati farmaci che a un certo punto, lungo il percorso di ricerca e sviluppo, hanno fallito. Dodici aziende su 20 hanno registrato costi ancora più elevati della media. Ma che cosa sta facendo salire i costi?

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I farmaci più sofisticati stanno facendo aumentare i costi

Sviluppare un farmaco è sempre stato difficile. Oggi, però, è cambiata anche la natura dei medicinali su cui si concentra la ricerca. Molti nuovi trattamenti sono biologicamente più complessi, e questo fa aumentare i costi della ricerca, del lavoro di laboratorio e della produzione. Per decenni, molti dei farmaci più venduti sono stati piccole molecole chimiche, di solito assunte sotto forma di pillole: statine per abbassare il colesterolo, antidepressivi, antidolorifici come l’aspirina.

“Oggi le aziende si stanno spostando verso ambiti di ricerca più complessi: farmaci specialistici, terapie geniche e trattamenti altamente specializzati per gruppi ridotti di pazienti”, ha spiegato a SWI swissinfo.ch Amanda Cole, direttrice presso l’Office of Health Economics.

Rientrano in questa categoria, per esempio, le terapie basate sull’RNA, come i vaccini a mRNA contro il Covid-19, le terapie cellulari e geniche e gli anticorpi monoclonali. Questi ultimi sono proteine prodotte in laboratorio: funzionano in modo simile agli anticorpi naturali e sono progettati per riconoscere bersagli specifici. Keytruda, un’immunoterapia usata nel trattamento di alcuni tumori, è uno di questi.

“Si tratta di farmaci che possono offrire grande valore ai pazienti, ma svilupparli è una sfida sia scientifica che economica”, ha detto Cole. Per molto tempo, l’innovazione farmaceutica si è concentrata su parti dell’organismo che gli scienziati conoscevano relativamente bene. Oggi, invece, molti nuovi medicinali cercano di intervenire su meccanismi che non sono ancora del tutto compresi, come ad esempio le proteine che si ripiegano in modo anomalo nell’Alzheimer, o le mutazioni genetiche alla base di alcuni tumori rari. Questo significa che, prima ancora di arrivare alla sperimentazione sui pazienti, servono più anni di ricerca e più lavoro di laboratorio. E quindi più investimenti.

Una parte crescente della ricerca riguarda inoltre i cosiddetti farmaci biologici, prodotti a partire da cellule o organismi viventi anziché da sostanze chimiche. Sono molecole fragili, coltivate all’interno di cellule vive. Anche piccole variazioni di temperatura, o una contaminazione minima, possono compromettere un intero lotto. Per produrli servono quindi controlli di qualità e verifiche continue in ogni fase. Tutto questo rende i biologici più costosi da fabbricare rispetto alle piccole molecole chimiche tradizionali. E i costi di produzione finiscono per pesare sulla spesa complessiva di sviluppo. 

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Gli studi clinici sono diventati più impegnativi e costosi

Lo spostamento è ben documentato. Nel rapportoCollegamento esterno Global Trends in R&D 2025 IQVIA, società specializzata in dati sanitari e ricerca clinica, mostra che nell’ultimo decennio la quota di studi clinici dedicati alle piccole molecole chimiche (le pillole del passato) è diminuita in tutte le fasi di sperimentazione, mentre sono aumentati i biologici e altre terapie più complesse.

Non sono cambiati solo i farmaci. Anche gli studi clinici sono diventati più grandi, raccolgono molti più dati e richiedono uno sforzo crescente per reclutare i pazienti giusti. Il Tufts Center for the Study of Drug Development, un centro di ricerca statunitense che monitora da decenni l’industria farmaceutica, stimaCollegamento esterno che gli studi di Fase 3 costino circa 55’700 dollari al giorno solo in costi diretti di gestione.

Gli studi clinici di oggi sono molto più ampi e raccolgono molti più dati perché devono convincere più interlocutori allo stesso tempo. Le autorità regolatorie chiedono prove sempre più dettagliate sulla sicurezza e sull’efficacia dei farmaci. Gli assicuratori e i sistemi sanitari nazionali vogliono capire se il beneficio giustifichi il prezzo e il rimborso. Medici e pazienti, infine, hanno bisogno di informazioni solide per decidere se prescrivere o usare un trattamento.

Questa pressione si riflette nei protocolli. Nel 2025, un tipico protocollo di Fase 3 – il piano generale dello studio clinico – includeva in media 19 endpoint, ovvero i criteri usati per valutare se il farmaco funziona. È il 30% in più rispetto al 2012, secondo uno studioCollegamento esterno del Tufts. Nello stesso periodo sono aumentati in modo significativo anche il numero di procedure, i Paesi coinvolti e i centri clinici partecipanti a ciascuna sperimentazione.

L’aumento più marcato, però, riguarda il volume di dati raccolti.  Nel 2012 uno studio di Fase 3 raccoglieva in media circa 929’000 dati, come risultati di esami del sangue, referti di scansioni, sintomi riferiti dai pazienti e parametri vitali. Nel 2025, la cifra era salita a quasi 6 milioni, oltre sei volte tanto. Ogni biopsia in più, ogni risonanza magnetica aggiunta al protocollo, ogni nuovo Paese coinvolto richiede autorizzazioni, logistica, monitoraggio e gestione dei dati. Tutto questo aumenta tempi e costi.

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La dimensione degli studi clinici non è l’unico problema. Anche trovare i pazienti giusti è diventato più difficile, e anche questo fa salire i costi.

Man mano che i farmaci sono diventati più mirati, il bacino di partecipanti idonei si è ridotto. Le autorità regolatorie non stabiliscono una dimensione minima valida per tutti gli studi clinici. Ogni sperimentazione, però, deve includere un numero sufficiente di pazienti per produrre risultati statisticamente affidabili. E più i trattamenti sono pensati per gruppi ristretti, più diventa difficile raggiungere quei numeri.

Questo è particolarmente evidente nell’oncologia e nelle malattie rare, due ambiti in cui oggi si concentra gran parte della ricerca e sviluppo. Secondo IQVIACollegamento esterno, l’oncologia rappresenta ormai il 41% di tutti gli studi clinici, e il 74% degli studi oncologici avviati nel 2024 valutava farmaci per tumori rari. Un nuovo farmaco contro il cancro al polmone, per esempio, non viene necessariamente testato su tutti i pazienti con quel tumore. Può essere destinato solo a persone con una specifica mutazione tumorale, in una determinata fase della malattia e con un preciso profilo di biomarcatori.

Di conseguenza, reclutare pazienti è diventato meno efficiente. Alcune ricercheCollegamento esterno hanno rilevato che l’81% delle persone prese in considerazione per studi clinici sulle malattie rare risulta poi non idoneo. E più della metà di chi supera il primo screening non arriva comunque alla randomizzazione, cioè all’assegnazione effettiva a uno dei gruppi dello studio.

Per trovare abbastanza partecipanti idonei, le aziende devono quindi valutare numeri molto elevati di pazienti. Spesso lo fanno ricorrendo a esami costosi, come biopsie, sequenziamento genetico e analisi dei biomarcatori. Questa pressione le spinge ad aprire più centri clinici in più Paesi e a investire in strumenti sofisticati per individuare i partecipanti. Quando il reclutamento resta insufficiente, i protocolli vengono modificati per rendere meno restrittivi i criteri di idoneità o per aggiungere nuovi centri, con conseguenti e costose nuove presentazioni alle autorità regolatorie e ulteriori ritardi.

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I fallimenti costano – e le probabilità di successo sono diminuite  

Nello sviluppo farmaceutico le probabilità di successo si sono ridotte. E ogni fallimento costa moltissimo. Secondo il rapporto 2025 di Deloitte, solo nel 2024 le 20 principali aziende biofarmaceutiche hanno speso circa 7,7 miliardi di dollari in studi clinici per farmaci che alla fine sono stati abbandonati.

Secondo un’analisiCollegamento esterno dei dati dal 2014 al 2023 condotta da Citeline/Biomedtracker, la probabilità che un farmaco entrato in Fase 1 arrivi infine sul mercato è scesa al 6,7%, il livello più basso mai registrato. Nel 2014 la stessa Citeline aveva stimato un tasso del 10,4%, un dato poi ampiamente citato. Il principale collo di bottiglia è la Fase 2, in cui solo il 28% degli studi ha successo. Anche la Fase 3, la tappa più lunga e costosa della sperimentazione, resta tutt’altro che scontata, e solo il 55% dei farmaci la supera.

Questa dinamica aiuta a spiegare perché il costo medio complessivo sia così alto. Ogni farmaco che arriva sul mercato deve assorbire anche le spese dei molti candidati che hanno fallito lungo il percorso. 

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Il calo dei tassi di successo riflette anche il cambiamento delle priorità dell’industria. Molte aziende stanno cercando di sviluppare trattamenti per malattie meno comprese e più difficili da curare: dall’Alzheimer ai tumori aggressivi, fino alle malattie genetiche rare. In questi ambiti, come abbiamo visto, la biologia è spesso ancora poco conosciuta e produrre prove cliniche convincenti è più difficile.

Il gantenerumab di Roche, sviluppato come trattamento per la malattia di Alzheimer, mostra quanto possa costare una sperimentazione che non va a buon fine. Il farmaco ha fallito per la prima volta uno studio di Fase 3 nel 2014. In seguito Roche ha rilanciato il programma, testato dosi più elevate e avviato due nuovi studi globali di Fase 3, arruolando quasi 2’000 pazienti in 30 Paesi e seguendoli per più di due anni. Alla fine del 2022 entrambi gli studi sono falliti di nuovo. Roche non ha mai reso noto il costo complessivo, ma condurre due sperimentazioni globali di quelle dimensioni, e per un periodo così lungo, è quasi certamente costato diverse centinaia di milioni di dollari. Senza portare a un medicinale approvato.

La fattura mancante

Anche se la tendenza generale è chiara, il costo di sviluppo di un singolo farmaco resta difficile da verificare, perché le aziende farmaceutiche raramente comunicano quanto spendono per sviluppare uno specifico medicinale. La maggior parte delle stime disponibili è quindi costituita da medie, costruite a partire da modelli che fanno scelte diverse su cosa includere nel calcolo: i costi diretti, i progetti falliti o il costo del capitale rimasto immobilizzato per anni nella ricerca.

Questa mancanza di trasparenza pesa soprattutto quando il dibattito si sposta dai costi ai prezzi. “Il problema è che non lo sappiamo”, ha detto Patrick Durisch, responsabile di politiche sanitarie presso la ONG svizzera Public Eye. “Le aziende pubblicano nei loro rapporti annuali la spesa aggregata in ricerca e sviluppo, ma non una ripartizione prodotto per prodotto. Questo rende impossibile per le autorità regolatorie verificare se il prezzo di uno specifico medicinale possa essere giustificato dall’investimento sostenuto”.

La preoccupazione non riguarda solo le organizzazioni della società civile. Severin Studer, dell’assicuratore svizzero Helsana, ha affermato che anche gli assicuratori non hanno accesso ai reali costi di ricerca e sviluppo delle aziende. Una maggiore trasparenza, ha sostenuto, rafforzerebbe la posizione delle autorità nelle trattative sui prezzi, anche se l’attuale sistema svizzero non usa formalmente i costi di ricerca e sviluppo come base per decidere il rimborso di un farmaco.

Le aziende farmaceutiche hanno ragioni valide per non pubblicare queste cifre: segreti commerciali, possibili rischi legali e la difficoltà di attribuire costi condivisi a un singolo prodotto all’interno di un intero portafoglio di ricerca. La conseguenza, però, è che un dibattito di enorme rilevanza pubblica – fino a che punto l’aumento dei costi di sviluppo giustifichi l’aumento dei prezzi dei farmaci – si svolge senza i dati sul singolo prodotto che servirebbero per risolverlo.

A cura di Nerys Avery/vm/ts 

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Dibattito
Moderato da: Jessica Davis Plüss

Qual è la vostra esperienza con i costi sempre più alti della sanità?

Cosa pensate debba essere fatto per migliorare l’accessibilità ai farmaci? Che impatto hanno gli alti costi della salute su di voi?

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