Il conflitto in Medio Oriente rilancia l’energia pulita come priorità strategica
La guerra in Iran ha reso evidente quanto la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili renda i Paesi vulnerabili a crisi e interruzioni improvvise delle forniture. L’energia pulita diventa così non solo una risposta alla crisi climatica, ma anche una questione di sicurezza nazionale, con implicazioni importanti per la transizione energetica.
Sono passati più di due mesi dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, e l’impatto sui mercati energetici globali si sta aggravando. Il blocco dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran ha innescato quella che l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) definisceCollegamento esterno la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero. In tempi normali circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) al mondo transita attraverso lo stretto, diretto in gran parte verso l’Asia. Con le forniture sotto pressione, i prezzi dell’energia hanno registrato un’impennata.
Il Fondo monetario internazionale (FMI) afferma che la crisi non sta colpendo in modo uniforme tutti i Paesi, ma avverte che porta comunque a prezzi più alti e a una crescita più debole. Molti Governi hanno risposto adottando misure d’emergenzaCollegamento esterno: tetti ai prezzi, incentivi al risparmio energetico e ricorso alle scorte strategiche. Al tempo stesso hanno accelerato la transizione verso energie rinnovabili più economiche e disponibili.
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La dipendenza della Svizzera dai combustibili fossili
Un problema anche per la Svizzera
Anche la Svizzera è vulnerabile. Il Paese copre circa due terzi del proprio fabbisogno energetico con le importazioni, compresi tutti i prodotti petroliferi, il gas naturale e il combustibile nucleare, usati soprattutto per i trasporti e il riscaldamento. Questa dipendenza fa defluire all’estero circa 7 miliardi di franchi (7,6 miliardi di euro) ogni anno, affermaCollegamento esterno la Fondazione svizzera per l’energia (SES), secondo cui la Svizzera si colloca all’incirca a metà classifica tra i Paesi europei in termini d’indipendenza energetica.
“La guerra in l’Iran mostra chiaramente quanto l’approvvigionamento energetico globale sia esposto agli eventi geopolitici”, ha dichiarato Léonore Hälg, responsabile delle energie rinnovabili presso la SES. Secondo Hälg, produrre più energia rinnovabile in Svizzera e rafforzare la cooperazione con l’Europa sono passi fondamentali per garantire che il fabbisogno energetico del Paese sia coperto e per ridurre la dipendenza dagli Stati autoritari.
La Svizzera si è impegnata a eliminare gradualmente le energie fossili e a portare avanti la transizione verso le fonti rinnovabili. All’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP30) oltre 80 Paesi – tra cui la Svizzera – hanno chiesto una tabella di marcia chiara per l’uscita dai combustibili fossili.
Al contempo, la Svizzera resta fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio e gas, soprattutto per i trasporti e il riscaldamento degli edifici.
Questa serie analizza la dipendenza energetica della Svizzera e il suo rapporto, per certi versi ambiguo, con le fonti fossili nel contesto internazionale.
Una vulnerabilità globale
Secondo un’analisiCollegamento esterno del think tank Ember, circa tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi che importano combustibili fossili, e in 50 Stati le importazioni coprono più della metà del fabbisogno energetico. Grandi economie come Germania, Italia e Spagna dipendono dall’estero per oltre due terzi della loro energia, mentre in Giappone e Corea del Sud la quota supera l’80%.
Circa il 60% della popolazione mondiale vive in Paesi che importano gas naturale liquefatto, con Taiwan, Giappone e Corea del Sud tra i più esposti. Ma la principale fonte di vulnerabilità resta il petrolio. Secondo Ember, il 79% della popolazione globale vive in Paesi importatori di petrolio. Nel 2024 gli importatori netti hanno speso 1’700 miliardi di dollari (1’330 miliardi di franchi) per acquistare combustibili fossili dall’estero; ogni aumento di 10 dollari del prezzo del petrolio aggiunge circa 160 miliardi di dollari al costo globale delle importazioni.
“Il petrolio è il tallone d’Achille dell’economia globale”, ha dichiarato Daan Walter, direttore di Ember. “E l’attuale crisi ha rivelato la vulnerabilità dell’Asia su questo fronte”.
Le ricadute di breve periodo sulle emissioni
Nel breve termine la guerra potrebbe portare a un aumento delle emissioni di CO₂. Diversi Paesi, infatti, sono ricorsi al carbone per compensare il forte rincaro del gas. La Thailandia ha riavviato alcune centrali a carbone, mentre Giappone e Corea del Sud hanno allentato i limiti al suo utilizzo. In Europa, l’Italia ha rinviato lo stop all’uso del carbone e in Germania le centrali di questo tipo stanno temporaneamente producendo più energia di quelle a gas.
Gli analisti sottolineano che la maggior parte dei Paesi non sta costruendo nuove centrali, ma rinviando la chiusura di quelle esistenti – una dinamica già osservata dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
La crisi ha anche riaperto il dibattito sull’energia nucleare come strumento per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Taiwan sta valutando di riavviare il suo ultimo reattore, mentre in Giappone prosegue il dibattito sulla rimessa in funzione di più impianti. Diversi Paesi europei, tra cui la Svizzera, stanno valutando maggiori investimenti nel nucleare, anche se eventuali nuovi impianti richiederebbero anni per entrare in funzione.
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha definito il declino dell’energia nucleare negli ultimi due decenni un errore strategico, e ha avvertito che la dipendenza da importazioni di combustibili fossili “costose e volatili” pone l’Europa in una posizione di svantaggio strutturale. Bruxelles ha poi proposto misure incentrate su elettrificazione, coordinamento delle scorte, aiuti statali e interventi di sostegno a breve termine per ridurre le bollette di famiglie e industria.
Il “momento Ucraina” dell’Asia
Questa è la seconda crisi energetica globale in quattro anni. Così come l’invasione russa dell’Ucraina ha spinto l’Europa a ridurre la dipendenza dai gasdotti russi, secondo Ember la guerra in l’Iran potrebbe avere un effetto simile in Asia.
“È il ‘momento Ucraina’ dell’Asia”, ha detto Walter. Solare, eolico, batterie e veicoli elettrici oggi sono molto più economici e reperibili rispetto al 2022, ed è quindi meno costoso abbandonare gradualmente i combustibili fossili.
I segnali di un’accelerazione verso la transizione energetica non mancano. Lo scorso anno le rinnovabili hanno copertoCollegamento esterno tutta la crescita della domanda globale di elettricità, mentre la produzione da combustibili fossili è diminuita per la prima volta dal 2020. Il numero record di nuovi impianti solari ed eolici, insieme al calo dei prezzi delle batterie, sta riducendo i dubbi sulla capacità delle rinnovabili di fornire energia affidabile su larga scala.
I prezzi elevati dei combustibili stanno cambiando anche le scelte dei consumatori. Il Financial Times segnalaCollegamento esterno un interesse crescente per i veicoli elettrici e i pannelli solari domestici. Intanto, gli investitori guardano con maggiore attenzione ai titoli dell’energia pulita, soprattutto in Cina, nella convinzione che lo shock petrolifero possa accelerare la domanda.
Ci sono comunque dei rischi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’impennata dei prezzi dell’energia ha alimentato l’inflazione e spinto le banche centrali ad aumentare i tassi d’interesse, rendendo più difficile finanziare gli investimenti nell’energia pulita. Una dinamica simile, se dovesse ripetersi, potrebbe complicare la transizione energetica.
La crisi come catalizzatore?
La guerra in Iran finirà per accelerare la transizione energetica globale? Ci sono opinioni discordanti al riguardo.
Per Andreas Sieber, responsabile della strategia politica del gruppo per il clima 350.orgCollegamento esterno, il cambiamento è già in corso. “Gli ultimi dati mostrano che la transizione sta accelerando, anche nel pieno della crisi”, ha detto a Swissinfo.
Altri invitano alla prudenza, pur vedendo nella crisi attuale un’opportunità. Secondo Massimo Filippini, professore di economia pubblica ed economia dell’energia al Politecnico federale di Zurigo (ETH Zurich) e all’Università della Svizzera italiana (USI), la transizione energetica non può dipendere solo dalle oscillazioni dei prezzi: per un cambiamento duraturo servono politiche credibili e stabili nel tempo. Famiglie e imprese, spiega Filippini, tendono ad aspettare che i mercati si stabilizzino prima d’investire in efficienza energetica, elettrificazione o rinnovabili. Per questo, sostiene, servono segnali politici stabili e di lungo periodo, come una tassa globale sul carbonio affiancata da altri strumenti di politica energetica.
Il conflitto in Medio Oriente sta comunque cambiando i termini del dibattito. Per molti Governi, elettrificazione e rinnovabili prodotte sul territorio nazionale non sono più soltanto un modo per ridurre le emissioni, ma anche una questione di sicurezza nazionale. E la volatilità dei prezzi del petrolio sta spingendo la politica a fare sempre più leva su questo argomento.
Finora la transizione energetica è stata presentata soprattutto come una risposta alla crisi climatica, ma questa prospettiva, per quanto essenziale, è incompleta, ha detto Filippini a Swissinfo. “È anche una questione di sicurezza e resilienza: più energia rinnovabile prodotta nel Paese significa minore esposizione agli shock geopolitici, minore vulnerabilità alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili, economie più forti e una migliore qualità dell’aria”. Segnali politici chiari e di lungo periodo, ha aggiunto, potrebbero spingere famiglie e aziende a cambiare comportamento.
Anche Vance CulbertCollegamento esterno, consulente senior per le politiche energetiche all’International Institute for Sustainable Development (IISD) di Ginevra, ritiene che le priorità stiano cambiando, nonostante il temporaneo ritorno al carbone. La sicurezza e la sovranità energetica sono sempre più centrali nelle scelte politiche, ha detto a Swissinfo. Questo spinge i Governi a scegliere le soluzioni più economiche – spesso le rinnovabili – e a rimettere in discussione i costosi sussidi ai combustibili importati.
Per Culbert, è in corso un cambio di prospettiva globale – una svolta che potrebbe rafforzare l’abbandono dei combustibili fossili, anche se la transizione energetica rimane tutt’altro che lineare.
Articolo a cura di Gabe Bullard/Veronica De Vore
Traduzione di Vittoria Vardanega
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