Come i referendum hanno plasmato il progetto europeo

In Svizzera i rapporti con l'UE figurano tra i temi sui quali il popolo è stato chiamato ad esprimersi più spesso negli ultimi 30 anni. Keystone / Bartlomiej Zborowski

La Svizzera non è l'unica nazione in Europa in cui i cittadini si recano alle urne per prendere decisioni politiche. Nell'ultimo mezzo secolo, agli elettori di quasi 30 Paesi è stato chiesto oltre 60 volte di dire sì o no a "più" Europa. Nel frattempo, proseguono gli sforzi per istituire un referendum paneuropeo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 agosto 2020 - 15:00

In Svizzera gli elettori sono chiamati ad esprimersi il prossimo 27 settembre su un’iniziativa popolare dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice), che chiede di porre fine alla libera circolazione delle persone con i paesi membri dell’UE. Le immagini di propaganda politica impiegate in vista di questo voto sono crude come al solito. 

Il manifesto della campagna dell’UDC mostra un lavoratore dell’UE seduto su una carta della Svizzera, che si frantuma sotto il suo peso. Con questa immagine, i promotori dell'iniziativa “Per un'immigrazione moderata” cercano di mostrare le pressioni esercitate sul mercato del lavoro svizzero dall’accordo sulla libera circolazione delle persone, firmato con Bruxelles oltre 20 anni fa.

All'epoca, questo accordo era stato sottoposto al verdetto del popolo ed aveva ottenuto una chiara maggioranza del 67,5% dei votanti. In seguito, le proposte di estenderlo ai nuovi Stati membri dell’UE erano state sostenute da una maggioranza più sottile del 53-59% nelle votazioni federali.

Nel 2014, un'iniziativa dell’UDC per limitare l’immigrazione tramite contingenti (“Iniziativa contro l'immigrazione di massa”) era stata approvata dagli elettori con un margine di voti favorevoli sottilissimo. Governo e parlamento hanno deciso di attuare questa iniziativa senza compromettere la libera circolazione delle persone.

Ritenendo che, in tal modo, sia stata violata la volontà popolare, il partito di destra ha quindi lanciato una nuova iniziativa, in votazione il prossimo 27 settembre, che chiede in modo esplicito la fine della libera circolazione delle persone con l’UE. È la dodicesima volta nella storia svizzera che il popolo si esprime sulla questione europea.

“La Svizzera è molto europea – e l'Europa è più svizzera”

"Nessun altro paese in Europa offre così tanti strumenti e procedure per permettere la partecipazione diretta dei cittadini al processo decisionale, come la Svizzera", afferma Zoltan Pallinger, professore di scienze politiche all'Università Andrassy di Budapest. 

Insieme a colleghi di tutta Europa, Pallinger ha elaborato un rapporto completo ordinato dalla Commissione europea per valutare le possibilità di impiego della democrazia diretta in Europa. "Per quanto concerne l’UE, la Svizzera è in realtà molto europea – e l'Europa è diventata molto più svizzera", afferma il politologo, riferendosi al fatto che, dal 1972, quasi 30 paesi hanno tenuto votazioni a livello nazionale su questioni legate all'integrazione europea.

I padri fondatori della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (1952) e della Comunità economica europea (1957) – le organizzazioni da cui è nata nel 1993 l’UE – miravano ad evitare il ripetersi dei conflitti che hanno portato alle guerre mondiali e tra le loro priorità non figurava il coinvolgimento diretto dei cittadini. Il loro progetto era diretto contro i sentimenti nazionalisti che avevano fatto nascere la violenza – un obiettivo considerato legittimo dalla maggior parte degli europei nel Dopoguerra. 

Tuttavia, all'inizio degli anni '60, il presidente francese Charles de Gaulle aveva cominciato a capire che qualsiasi ulteriore integrazione a livello europeo avrebbe richiesto l'approvazione diretta dei cittadini. "L'Europa nascerà il giorno in cui i diversi popoli decideranno fondamentalmente di aderirvi. Questo richiederà dei referendum", ha dichiarato de Gaulle.

Costituzionalmente richiesto – o semplicemente appropriato

Sono stati proprio i francesi a organizzare il primo referendum nazionale sull'Europa, il 23 aprile 1972. Lo stesso anno, anche i cittadini irlandesi, norvegesi, danesi e svizzeri hanno potuto esprimersi sulla questione europea. Dopo questa prima apertura europea alla democrazia diretta, un numero sempre maggiore di persone ha avuto l'opportunità di diventare decisori. 

"Abbiamo visto diverse logiche nei referendum europei", rileva il ricercatore dell'Università di Zurigo Fernando Mendez, coautore dello studio della Commissione europea. "Molti voti sono richiesti dalla costituzione – ad esempio in Irlanda – mentre altri sono semplicemente appropriati, ad esempio quando un paese vuole diventare membro dell’UE".

"Vi sono almeno tre grandi vantaggi nel lasciare che i cittadini decidano sull'Europa."

Alois Stutzer, professore di economia politica

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Altre votazioni, innescate da un'iniziativa popolare o da un governo sotto pressione – come nel caso della Brexit – "sono molto più complicate", aggiunge Mendez. Nel complesso, le proposte d'integrazione sono state approvate nella maggior parte – circa due terzi – dei referendum nazionali sull'Europa.

"Vi sono almeno tre grandi vantaggi nel lasciare che i cittadini decidano sull'Europa", sottolinea Alois Stutzer, professore di economia politica all'Università di Basilea. "Il progetto europeo acquista legittimità, il percorso di integrazione è in linea con le preferenze della gente e i cittadini diventano consapevoli della questione".

Su quest'ultimo punto, la ricerca di Stutzer ha dimostrato che un cittadino svizzero medio è meglio informato su alcune questioni europee rispetto a un membro medio del parlamento tedesco.

Come molti studiosi degli affari europei, Stutzer è favorevole all'istituzione di un sistema di referendum paneuropeo. "Un tale processo di voto popolare transnazionale rafforzerebbe chiaramente l'UE e la renderebbe più capace di affrontare le grandi sfide globali".

Oppure, come ha osservato il corrispondente irlandese presso l'UE Dan O'Brien, un tale progetto potrebbe anche "iniettare una dose di dramma umano nel macchinario tecnocratico dell'integrazione europea".

Il futuro dell'Europa – e la moderna democrazia diretta

Il voto del 27 settembre sulla questione europea giunge ad un altro crocevia della storia europea. Quest'anno il blocco dei 27 Stati membri spera di concludere il doloroso processo di completamento della Brexit e di procedere con la Conferenza sul futuro dell'Europa, il primo processo di revisione costituzionale dalla Convenzione sul futuro dell'Europa del 2002-2003. 

"Vogliamo incoraggiare la partecipazione attiva dei cittadini a questo processo", ha dichiarato il segretario di Stato croato per gli affari europei, Andreja Metelko-Zgombić, all'inizio dell'estate, quando ha lanciato la conferenza. Eppure, nonostante le ragioni normative e empiriche per utilizzare il processo referendario nella politica europea, molti politici di spicco – soprattutto tra i campi politici dominanti dei socialdemocratici e dei conservatori – sono ancora scettici quando si tratta di condividere il potere con gli elettori in Europa.

Due decenni fa, la Convenzione sul futuro dell'Europa –conseguenza a sua volta di un voto popolare, ossia il "no" irlandese al Trattato di Nizza – aveva preso in esame tutta una serie di iniziative e di strumenti referendari da introdurre a livello comunitario. Alla fine, la maggioranza dei membri della Convenzione aveva votato a favore di queste riforme, mentre il presidente – l'ex presidente francese Valéry Giscard D'Estaing – aveva posto il veto.

Giscard d'Estaing aveva invece suggerito l'istituzione di uno strumento di iniziativa popolare paneuropea, in base al quale un milione di cittadini di almeno sette diversi Stati membri potrebbero unire le loro forze per proporre una legge alla Commissione europea – un “primo passo verso la democrazia diretta transnazionale”, come lo descrive Maja Setäla, docente di scienze politiche all'Università di Turku in Finlandia. 

Dalla sua istituzione nel 2012, sono state lanciate circa 100 iniziative dei cittadini europei. Una delle prime proposte di questo tipo voleva che la Commissione europea ponesse fine alla libera circolazione con la Svizzera – cosa che gli stessi svizzeri decideranno il 27 settembre.   

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