Storia e religione

Quando gli anarchici terrorizzavano la Svizzera

Uno sguardo alla storia elvetica mostra che gli atti di violenza a sfondo politico sono stati molto più frequenti in Svizzera di quanto non si supponga oggi. Ma il panico che questi attentatori diffondevano, di solito, era superiore dei danni che causavano.

David Eugster, Andrea Caprez (illustrazione)

Nel settembre del 1898, Elisabetta, imperatrice d'Austria, regina d'Ungheria, affettuosamente chiamata Sissi, sta passeggiando con la sua dama di compagnia sul lungolago di Ginevra. Uno sconosciuto piomba su di lei e le conficca una lima per unghie nel cuore. Sente solo una piccola puntura, ma sviene. Poche ore dopo muore.

Il suo assassinio è considerato il primo attentato politico della storia moderna svizzera. Il suo assassino, l'italiano Luigi Luccheni, si era dichiarato anarchico. Era una delle tante persone che, all'epoca, trovarono rifugio in Svizzera.

Dopo le rivoluzioni fallite del 1848, la Confederazione offrì asilo politico a coloro che combattevano contro le monarchie in Europa. Per gli anarchici era un importante luogo di rifugio, se non il luogo di nascita dell'idea di anarchismo.

Ma la lotta non rimase sempre al di là dei confini elvetici. Così anche il governo svizzero finì nel mirino: negli anni Ottanta del XIX secolo un anarchico minacciò di far saltare in aria il Palazzo federale di Berna.

Quei piani ispirarono il cantautore Mani Matter, che quasi un secolo dopo compose la canzone Dinamite, qui interpretata dal complesso Züri West. In dialetto bernese, sottotitoli in inglese.

Molti anarchici che si trovavano in Svizzera sentirono il dovere di ricorrere alla "propaganda del fatto" e di compiere degli attentati. "Non abbiamo soldi per smuovere le masse: dobbiamo quindi compiere azioni eclatanti che hanno lo stesso scopo", dichiarò durante un interrogatorio l'anarchico russo Jacob Brinstein, alias Isaak Dembo. Era sospettato di aver utilizzato i laboratori del Politecnico federale di Zurigo per fabbricare bombe.

Diversi processi anarchici attirarono l'attenzione internazionale. Ad esempio, quella di Tatjana Leontieff, che uccise un uomo d'affari francese in un grande albergo di Interlaken nel 1906, perché –come si scoprirà poi – lo aveva confuso con il ministro degli Interni russo. Una giuria di contadini della regione non l'assolse, ma emise una sentenza clemente, per infermità mentale.

L'ultima goccia che fece traboccare il vaso fu una rapina in banca, a Montreux, nel 1907, in cui gli anarchici spararono a un giovane cassiere. Dopo il loro arresto, i rapinatori furono quasi linciati e la folla reclamò la pena di morte.

Quale reazione all'ondata di violenza, si intensificarono le richieste di inasprire la legge sull'asilo. In risposta all'ondata di violenza anarchica fu emanata la cosiddetta legge sugli anarchici del 1894, che rese la costruzione di bombe un reato punibile.

Ma lo spirito fondamentale rimane chiaro: "l'idea di libertà in Europa" non deve essere abbandonata dalla Svizzera, scrisse la Neue Zürcher Zeitung. 

"Si può dare la caccia a persone disperate di paese in paese, ma un giorno si presenterà l'occasione e loro ne approfitteranno come potranno".

"Per noi, può essere umiliante pensare che potremmo non essere al sicuro nello splendore della nostra civiltà, ma è proprio così, e faremmo bene a riconoscerlo".

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