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Iran: escursionisiti USA, in isolamento per oltre due anni

Questo contenuto è stato pubblicato il 26 settembre 2011 - 08:54
(Keystone-ATS)

Sono stati "in isolamento quasi totale per oltre due anni" i due escursionisti americani detenuti in Iran fino a tre giorni fa e appena rientrati negli Stati Uniti. Lo hanno detto loro stessi ieri sera in una conferenza stampa a New York.

Ribadendo di essere "innocenti", Shane Bauer e Josh Fattal hanno definito "una vergogna totale" il processo per spionaggio a cui sono stati sottoposti, e in cui sono stati infine condannati ad otto anni di prigione. Nella loro dichiarazione alla stampa, hanno inoltre affermato che "l'unica spiegazione" per la loro detenzione è la loro nazionalità americana, e "i 32 anni di reciproca ostilità tra America e Iran".

Fattal ha raccontato di aver dovuto attuare assieme a Bauer diversi scioperi della fame solo per poter ricevere le lettere inviategli dalle loro famiglie.

Bauer e Fattal, entrambi di 29 anni, vennero arrestati in Iran il 31 luglio 2009 dopo avere attraversato a loro insaputa il confine durante un'escursione nel Kurdistan iracheno. Furono condannati ad otto anni di carcere per spionaggio il 20 agosto scorso.

Insieme con loro c'era anche una ragazza, Sarah Shourd, già rilasciata dietro pagamento di una cauzione di circa mezzo milione di dollari. La stessa cifra sborsata nei giorni scorsi sia per Bauewr che per Fattal, per ottenere la loro liberazione.

Nel corso della detenzione, i tre amici potevano vedersi solo un'ora al giorno, ha detto ancora Fattal, aggiungendo che "quando Sarah è stata liberata, l'anno scorso, il nostro mondo si è ristretto".

"Abbiamo avuto un assaggio della brutalità del regime iraniano. Siamo stati detenuti in un quasi totale isolamento dal mondo e da ogni cosa che amiamo. Privati dei nostri diritti e della nostra libertà", ha detto Baur, aggiungendo che è impossibile perdonare Teheran, "che continua a detenere tante persone solo per le loro opinioni".

Ma per loro tre, era ancora peggio. "È stato chiaro sin dall'inizio che eravamo ostaggi. Questo - ha detto ancora - è il termine più appropriato, perché, nonostante fosse di certo consapevole della nostra innocenza, l'Iran ha sempre legato il nostro caso alla sua disputa con gli Stati Uniti".

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