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Vivere in Svizzera L'isola dei beati

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Anche se abbiamo lavorato duro, il tempo trascorso come ambasciatore di Germania in Svizzera mi appare retrospettivamente come una grande festa. Dichiarazione d’amore alla Svizzera.

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Teaser punto di vista

Di Otto Lampe, ambasciatore di Germania in Svizzera

Ho avuto la grande fortuna di poter trascorrere gli ultimi quattro anni della mia vita professionale nella bella Svizzera. Rispetto alle tribolazioni dell’Europa e del resto del mondo, in Svizzera si vive ancora in un’isola dei beati. Un livello così alto di stabilità politica, responsabilità della società civile, prosperità economica e pace sociale è probabilmente unico.

Non c'è pericolo, rassicura l'ambasciatore di Germania in Svizzera. Sul cielo sopra le relazioni tra i due paesi continua a splendere il sole.

(Keystone)

All’inizio della mia carriera, avrei forse desiderato un luogo più esotico. Eppure anche la Svizzera è esotica, a modo suo. Non solo per quanto riguarda il multiculturalismo del paese, ma anche per quella diversità, spesso molto grande, all’interno della medesima regione linguistica. Il carnevale di Basilea, la festa albanese di Winterthur, quella di primavera a Zurigo (Sechseläuten), la notte di Bochsel a WeinfeldenLink esterno o la festa della vendemmia a Vevey: la varietà culturale è grande. E ciò anche in ambito linguistico, dal dialetto basilese, all’idioma walser fino al francoprovenzale.

Chi dal Nord pensa che la Svizzera sia un’estensione della Germania, non ha capito nulla di questo paese.

Superpotenza umanitaria

Riuscire a passare da una povertà estrema a una prosperità duratura nel giro di poche generazioni, attraverso il duro lavoro, la creatività, la disciplina, il senso comune e un po’ di aiuto esterno, così come riuscire a creare una nazione fondata sulla volontà («Willensnation») dopo secoli di sanguinosi conflitti, grazie a un equilibrio regionale più o meno corretto, un’organizzazione decentralizzata, la sussidiarietà e un’amministrazione efficiente, sono due modelli esplicativi (ma importanti) del successo senza precedenti di questa società.

Quale paese di successo nel mondo è governato da soli sette ministri? Conosco paesi che non generano nemmeno un quinto del PIL svizzero e contano 25 ministri. Per non parlare della schiera di segretari di Stato e altri dignitari.

Naturalmente la democrazia diretta svolge un ruolo centrale in questo modello di successo. In quattro anni sono diventato un grande fan. In Germania la democrazia diretta viene volentieri ridotta ai suoi elementi plebiscitari. Così facendo, però, si dimentica che essa si fonda su un sistema di milizia, che malgrado le critiche funziona ancora bene, e sulla continuità dell’Esecutivo, garantita anche attraverso le elezioni.

Chi fa un buon lavoro per il paese può facilmente rimanere 10 o 15 anni in Consiglio federale: ecco una meritocrazia basata su principi democratici, che concilia le diverse tendenze politiche e i loro rappresentanti in un sistema di chek-and-balance basato sul consenso.

In Svizzera vige il principio della modestia. Non si mettono volentieri in avanti i propri meriti. Eppure nell’insieme la Svizzera non è solo un modello economico e sociale di successo, ma è anche una superpotenza umanitaria. Lo confermano più fattori: la più importante presenza al mondo di organizzazioni umanitarie sul territorio elvetico, il Comitato internazionale della Croce Rossa, i progetti di mediazione, lo sviluppo in Svizzera del diritto internazionale umanitario, i buoni uffici e la reputazione mondiale di paese neutrale.

Qui la politica federale è meno importante

*Otto Lampe è stato ambasciatore di Germania in Svizzera dal 2013 a fine giugno 2017. ​​​​​​​

(Daniel Rihs)

Un altro aspetto positivo è il peso ridotto, rispetto ad altri paesi, della politica federale sulla società. Una sorta di «Res publica light». Ciò si riflette anche nell’attitudine modesta dei politici svizzeri. Nessuno staff macroscopico, nessuna limousine e nessuna sicurezza imperiosa. Parlamentari e consiglieri federali di tutte le fazioni sono per lo più privi di presunzione e facilmente raggiungibili. Sui biglietti da visita è stampato il numero di cellulare e si lasciano facilmente «dare del tu».

Lo stesso vale per i colleghi del Dipartimento federale degli affari esteri, generalmente simpatici, modesti e molto competenti. E malgrado le proteste per una burocrazia crescente, l’alto livello di efficienza nella politica e nell’amministrazione è impressionante.

In quale altro paese al mondo si discute pubblicamente se un ministro abbia il diritto di parcheggiare gratuitamente di fronte al suo dipartimento? Andando a fare la spesa a Berna, può capitare di ritrovarsi alla cassa a fianco della presidente della Confederazione. E nessuno fa una gran scenata. Un altro segno di una borghesia emancipata. Un sistema tranquillo, altamente efficiente, un punto di riferimento per le democrazie sviluppate nel mondo post-industriale.

E poi, naturalmente, ci sono i pilastri principali: un sistema nel quale «demos» (popolo) e «kratós» (potere) sono uniti in modo più credibile rispetto a tutte le altre democrazie che conosco – più di 300 votazioni popolari in quasi 170 anni. E questo solo a livello federale. Studiare i numerosi libretti informativi delle votazioni può già essere un lavoro a tempo parziale. Poter votare più volte l’anno a livello federale, cantonale e comunale, su tutti i temi possibili, trasforma i cittadini responsabili in sovrani. Nonostante le critiche, i cittadini non scaricano semplicemente nelle urne le loro frustrazioni contro «le élite», non cercano solo il loro interesse, ma prendono in considerazione il bene del paese e usano con parsimonia il loro diritto di voto. L’ultima parola spetta al popolo.

I miei ospiti tedeschi si mostrano sempre increduli quando racconto loro che il popolo svizzero ha votato a maggioranza contro l’iniziativa per “6 settimane di vacanza per tutti” e contro la proposta di imporre un limite al divario salariale ("1:12 – Per salari equi"). Qui c’è ancora un razionale istinto macroeconomico. Speriamo che venga conservato!

La Svizzera e la Germania

Gli svizzeri si interessano molto alla Germania e viceversa. L’atteggiamento nei confronti della Germania oscilla – a seconda dell’interlocutore – tra benevolenza, rispetto, riserva e distanza. Sentimenti che spesso sono combinati. I tedeschi amano la Svizzera, ma gli svizzeri – almeno da questa parte del Röstigraben – non ci tengono ad essere amati dai tedeschi. Non troppo almeno. Il cielo politico sopra i due paesi è soleggiato e non sarà una spia ad oscurarlo.

Alcuni temi ricorrenti mi hanno accompagnato da quando occupo questo incarico a Berna. Si tratta di accordi che la Germania ha già firmato, ma che a volte non sono ancora stati ratificati o implementati. Tra questi figura l’accordo fiscale bilaterale, diventato nel frattempo obsoleto in seguito alla strategia svizzera di lotta contro l’evasione fiscale, allo scambio automatico di informazioni e all’ondata di autodenunce da parte di cittadini tedeschi che praticavano l’«ottimizzazione fiscale».

Vi sono poi i debiti infrastrutturali della Germania, in relazione ad esempio allo sviluppo della rete della nuova ferroviaria transalpina (NFTA) garantito dalla Convenzione di Lugano del 1966 e alla cattiva elettrificazione delle Ferrovie dell’Alto Reno. Senza contare il tema dell’inquinamento acustico causato dagli aerei in avvicinamento allo scalo di Zurigo-Kloten, che potrebbe danneggiare le relazioni tra i nostri due paesi.

L’UE non è molto in voga

Le relazioni bilaterali tra la Svizzera e l’UE hanno naturalmente occupato un posto importante negli ultimi anni. L’Unione non è molto in voga in Svizzera. Come in alcuni Stati membri, anche qui gli strani stereotipi che circolano sul «Mostro di Bruxelles» hanno un ruolo nella costruzione di questa immagine nell’opinione pubblica. Inoltre non c’è una grande propensione a voler far parte di una società prevalentemente più povera.

L’applicazione dell’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” è stata un tema spesso ingombrante durante gli incontri con i partner svizzeri e ha occupato i rappresentati dei 24 Stati membri accreditati qui a Berna a vari livelli. La decisione del parlamento di optare per una «preferenza nazionale light» potrebbe rappresentare una soluzione per uscire dal vicolo cieco tra rispetto del testo costituzionale e proseguimento della via bilaterale.

È auspicabile che si possa trovare una soluzione anche per la questione ancora aperta di una ripresa automatica, da parte svizzera, delle normative comunitarie («Acquis communautaire»). Per ovvie ragioni, le aspettative della Svizzera si orientano ai paesi vicini, soprattutto la Germania. Per essere onesto, in quanto giurista non ho ben capito il dibattito sui «giudici stranieri». Si possono dunque avere anche «giudici propri»?

In ogni caso, per me è stato senza dubbio un privilegio poter vivere e lavorare in Svizzera. E ci sono molte cose che mi mancheranno: sciare nell’Oberland bernese, un paesaggio da cartolina postale, i tre bacini per salutarsi, la collina del Gurten, il bagno nell’Aare e – sì, anche il dialetto svizzero-tedesco. Non mi mancheranno invece i prezzi alti, le code sull’A1, i radar – e la «NZZ», perché fortunatamente quest’ultima si trova anche a Berlino.


Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter

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